Catanzaro, cosa c’è dietro il trasferimento di Lupacchini e Facciolla? L’inchiesta sul Pd e iGreco

Cosa c’è dietro il trasferimento del procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini e, appena un mese prima, del procuratore della Repubblica di Castrovillari Eugenio Facciolla?

In estrema sintesi, ci sono tre vicende alla base della clamorosa guerra tra magistrati consumatasi nel Palazzo di giustizia di Catanzaro. La prima è la madre di tutte le battaglie: la grande inchiesta sul Pd che coinvolge il Ministero dello Sviluppo Economico e quindi l’ex ministro Calenda, l’attuale ministro Bellanova ma anche il resto del cerchio magico renziano a partire dal “solito” Luca Lotti per continuare con Maria Elena Boschi, don Magorno e Ferdinando Aiello, con i colletti bianchi al loro servizio. Ma anche gli interessi della sanità privata, rappresentati dal gruppo paramafioso de iGreco e pezzi importanti di stato deviato con il grave coinvolgimento di magistrati. Uno per tutti l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto, il braccio destro di Gratteri.

La seconda è quella tutta interna tra Gratteri e Lupacchini, che non è stato possibile ricomporre in nessun modo e coinvolge lo stesso sistema di gestione delle indagini. La terza è quella legata all’omicidio del calciatore del Cosenza Denis Bergamini, il mistero più assurdo della città dei Bruzi, territorio intoccabile per la potenza della massomafia legata ai pezzi deviati dello stato.

Prima vicenda

La procura di Castrovillari, sul finire del 2017, viene chiamata ad esprimersi sul concordato presentato da AlimentitalianiSrl, società fondata da Saverio Greco, boss del gruppo iGreco, dedito a produzione di olio e vino e gestione di case di cura in amministrazione giudiziaria.

Il gruppo imprenditoriale in questione emerge agli onori delle cronache calabresi nel lontano 25 settembre del 2001 quando in Sila, a trenta chilometri da Cosenza, viene ucciso a colpi di lupara il capostipite Tommaso Greco. Allevatore, referente della criminalità organizzata di Cariati (sede del “locale” di ‘ndrangheta capeggiato da decenni dalle famiglie Farao e Marincola), si spinge fuori territorio di competenza per acquistare a prezzo vile una serie di terreni ricadenti in una zona controllata da un’altra cosca (facente capo a Guerino Iona di Belvedere Spinello, all’epoca latitante da oltre due anni). Greco si sentiva “protetto” dalla famiglia di Cariati ma aveva sottovalutato la ferocia criminale dell’altro clan.

La protezione del “locale” di Cariati non era evidentemente né gratuita né spontanea, ma affaristica: Tommaso Greco era il paravento attraverso cui la ‘ndrangheta investiva il danaro sporco in attività produttive, pascoli, olio, vino, e, oggi, case di cura e altre aziende.

Fatto sta che nel corso degli anni, i figli del Greco hanno continuato l’attività di prestanome del padre, prima in sordina e poi, una decina di anni fa, facendo il salto di qualità. Grazie a importanti amicizie e relazioni affaristiche con magistrati deviati, cominciano ad aggiudicarsi l’affidamento della gestione di case di cura e alberghi in stato di amministrazione giudiziaria per crisi economiche. Lo schema è semplice: un’azienda è in difficoltà economiche, ne viene chiesto il fallimento dai creditori, il giudice amico la mette in amministrazione giudiziaria nominando un commissario amico (sempre lo stesso, il dottor Fernando Caldiero, uomo legato mani e piedi al Pd calabrese) che l’affida al prezzo simbolico di un euro all’azienda iGreco che presenta l’offerta di rilancio in assenza di concorrenti. È così che diventano “proprietari” dell’hotel Mercure di Rende, oggi Ariha hotel, e delle case di cura “La Madonnina”, “Madonna della Catena”, e “Sacro Cuore” con milioni di introiti derivanti dagli accreditamenti facili con la Regione Calabria. Posti letto in aumento, trattamenti specialistici, e compagnia cantante, a scapito del servizio pubblico che vede gli ospedali calabresi in drammatica sofferenza.

Loro mentore nelle sedi che contano è tale dottor Alessandro Musaio, sindaco alla BCC Mediocrati, Commissario liquidatore per conto del M.I.S.E. (Ministero dello Sviluppo Economico) ed è costui che, secondo lo stesso sistema, pilota l’aggiudicazione del Gruppo Novelli di Terni, in crisi industriale da anni, al gruppo iGreco. Sempre a un euro.

Il tutto avviene attraverso l’importante mediazione con i sindacati e le altre parti sociali, del MISE, all’epoca rappresentato da dottor Giampietro Castano, uomo di riferimento dell’allora ministro Carlo Calenda, e dal sottosegretario Teresa Bellanova (oggi ministro dell’agricoltura…).

Il gruppo viene individuato dal MISE e partecipa a varie riunioni, alle quali Saverio Greco interviene sempre come gruppo aziendale iGreco con relativo know how e patrimoniio economico, tuttavia al momento di formalizzare la cessione nessuno al MISE si accorge che questa avviene con la Alimentitaliani Srl, società aperta da Saverio Greco il giorno prima e con un capitale sociale di appena 10.000 euro. L’operazione di acquisizione del gruppo Novelli vale in verità, come capirebbe anche un bambino, decine di milioni di euro.

Primo atto infatti di una operazione truffaldina fin dall’inizio, in frode al MISE e soprattutto ai creditori, è lo scorporo operato da Saverio Greco dal gruppo dele tre aziende controllate in bonis, cioè le uniche aziende che producono mangimi, pregiate uve di Montefalco e uova vendute con il rinomato marchio Ovito. Aziende in attivo che escono dal gruppo fallito e finiscono accorpate al gruppo iGreco attraverso la cessione alla Azienda Agricola Poderi Greco Tommaso, cassaforte di famiglia.

Contemporaneamente il boss deposita al Tribunale di Castrovillari una proposta di concordato preventivo priva di documentazione, di bilanci dell’azienda e delle relative coperture finanziarie derivate da una serie di conflitti di interesse e di circostanze poco chiare. Ragion per cui la Procura di Castrovillari diretta dal procuratore capo Eugenio Facciolla chiede il rigetto della proposta e il fallimento dell’azienda Alimentitaliani,  per tutelare lavoratori e creditori che ormai da tempo vantano una serie di spettanze.

La vicenda Ex-Novelli risale al 2012. Riannodando i fili, il risiko amministrativo-giudiziario comincia l’8 otttobre 2012 quando la società “Gruppo Novelli”, insieme alla controllante “Novelli Partecipazioni Spa” e alle controllate “Novelli Service Srl” e “Cantine Novelli Srl”, visto lo stato di crisi in cui versava, fece richiesta al Tribunale di Terni di concordato preventivo. In pratica, i debiti gravanti su “Novelli Partecipazioni SpA” e su “Novelli Service Srl” sarebbero stati pagati, con l’approvazione del concordato, da “Gruppo Novelli”, dopo “fusione inversa” con la “Novelli Partecipazioni Spa”, che avrebbe assunto non solo il passivo ma anche l’attivo di “Novelli Service Srl”.

Nell’aprile del 2015, con l’intento di salvare l’azienda, nel corso di una riunione al Ministero dello Sviluppo economico, i soci del gruppo si impegnarono «a non porre alcun veto alle iniziative del CdA – ivi incluse le operazioni straordinarie – che siano condivise dalle parti coinvolte e comunque approvate dagli organi della procedura». Intento confermato nel corso dell’assemblea dei soci di Gruppo Novelli il 30 aprile dello stesso anno. Il 5 dicembre 2016 i commissari giudiziali chiamati a vigilare sull’esecuzione del concordato preventivo omologato di Gruppo Novelli davano parere favorevole alla cessione di tutte le attività e le passività in favore del Gruppo iGreco ritenendo che l’ipotesi di cessione dell’azienda non fosse peggiorativa per il ceto creditorio riguardo all’adempimento concordatario. A fronte del versamento di un prezzo simbolico di un euro, la società Alimentitaliani si accollava anche tutte le passività aziendali esistenti alla data del trasferimento, subentrando in tutti i giudizi attivi e passivi in essere in capo alla società cedente e assumendo tutti gli obblighi di legge relativi ai 204 dipendenti di Gruppo Novelli.

Ci rendiamo conto di aver messo moltissima carne al fuoco. A questo punto ci fermiamo, ma riprendiamo presto, domani seconda puntata.

1 – (continua)