Ciao Felice Gimondi, sei stato il più grande ciclista italiano

Il mondo dello sport, non solo italiano, è in lutto per la morte di Felice Gimondi, il più grande ciclista italiano, morto improvvisamente a causa di un infarto all’età di 76 anni mentre faceva il bagno a Giardini Naxos. La sua scomparsa ha rattristato tutti, a partire dal suo storico rivale, quell’Eddy Merckx con il quale, negli anni Sessanta e Settanta, ha duellato sulle strade di tutta l’Europa. 

LA BIOGRAFIA

Felice Gimondi nasce a Sedrina, in provincia di Bergamo, il 29 settembre del 1942. È stato un grande ciclista su strada, oltre che dirigente sportivo italiano. Da professionista ha infiammato, insieme con il rivale Eddy Merckx, i tour e i giri di tutta Europa a partire dal 1965, e fino al 1979, anno di chiusura della sua carriera. È inoltre uno dei cinque corridori ad aver vinto la tripla corona, corrispondente ai tre grandi tornei d’Europa: Tour de France, Giro d’Italia e Vuelta spagnola. In carriera ha vinto le storiche corse Parigi-Roubaix, Milano-Sanremo, Giro di Lombardia, oltre a tre medaglie mondiali, precisamente il bronzo nel 1970 a Leicester, l’argento nel 1971 a Mendrisio e l’oro nel 1973 a Montjuic.

Ciclista tattico, dotato tecnicamente sebbene meno esplosivo dello storico rivale Merckx, Gimondi riusciva sempre a leggere le gare nel modo giusto, individuando il momento opportuno per sferrare l’attacco durante le tappe cruciali delle competizioni. Al giornalista Gianni Brera, che ne descrisse a lungo le imprese, si devono i due soprannomi più noti del ciclista lombardo: Felix de Mondi e Nuvola Rossa.

Bergamasco, il piccolo Felice è figlio di Mosè, un postino che vive e lavora in bicicletta: è da lui che apprende l’arte di pedalare, in quanto il ciclismo è prima di tutto una necessità. Ad ogni modo, il futuro campione si avvicina piuttosto tardi a questo sport. È intorno ai diciotto anni infatti, che Felice Gimondi inizia a correre per la società U.S. Sedrianese, squadra per cui milita anche da dilettante. In quest’ultima categoria però, già si scorgono i semi del suo talento, soprattutto quando nel 1964 vince la sua prima competizione, sorta di mini Tour de France fatto apposta per ciclisti dilettanti: il Tour de l’Avenir.Nel 1965 diventa ciclista professionista nel team della Salvarani, come gregario alle dipendenze di Vittorio Adorni. Prende subito parte alla “Grand Boucle”, come viene soprannominata la competizione più amata dagli appassionati: il Tour De France. Accade allora che il suo capitano, Adorni, si ritira, e il giovane ciclista bergamasco conquista la maglia gialla, alla sua prima esperienza al Tour e, soprattutto, tra i professionisti: è un risultato storico! Durante la competizione Felice Gimondi resiste agli attacchi di Raymond Poulidor sul Mont Ventoux e si aggiudica la cronometro di Versailles, che chiude definitivamente i conti e gli consegna, per la prima e unica volta della sua carriera, il torneo francese.

Sono gli anni in cui non ancora compare al top delle sue forze lo spettro del ciclista fiammingo Merckx, con cui dovrà fare i conti il corridore bergamasco. L’anno dopo il Tour, nel 1966, Gimondi si aggiudica anche la storica Parigi-Roubaix, conquistata con una coraggiosa fuga, per poi bissare alla Parigi-Bruxelles, altra tratta molto amata dagli appassionati. In quest’ultima gara, Felice si impone in volata proprio davanti al rivale Eddy Merckx. Nello stesso anno infine, Gimondi brinda anche al Giro di Lombardia, confermandosi il miglior ciclista dell’anno.Grande scalatore, più metodico e guardingo rispetto al rivale belga, il quale già dal 1967 comincia a imporre la sua marcia di vittorie, al grande appuntamento con il Giro d’Italia si fa trovare pronto, vincendo la classifica generale. Decisiva, la penultima tappa, quella della Madonna del Ghisallo, dove Gimondi dà sfoggio ad una delle sue caratteristiche tecniche: l’attesa nel gruppo e l’attacco improvviso e calcolato, ai fianchi dell’avversario in difficoltà. Il vecchio Jacques Anquetil infatti, deve capitolare, e il bergamasco si aggiudica la maglia rosa.

Nel 1968 si prende la Vuelta, in Spagna, ma al Giro d’Italia deve lasciare il passo a Merckx, il quale sbaraglia tutti nelle tre tappe decisive del giro, tra cui quella alle Tre Cime di Lavaredo. Gimondi chiude l’anno con una maglia di campione italiano e con il sesto posto nel Mondiale di Imola.

L’anno dopo, il duello si rinnova sempre al giro italiano, ma questa volta Gimondi batte Merckx solo dopo la squalifica per doping del belga, che vincerà però l’anno successivo. Una curiosità: al Giro d’Italia del 1969, il corridore lombardo, riconoscendo di aver vinto soprattutto a causa delle sfortune del rivale, al momento della premiazione rifiuta di indossare la maglia rosa.

Il Campionato del Mondo di Mendrisio del 1971 vede opposti i soliti due, con vittoria ancora una volta del belga. Gimondi arriva secondo e qualcuno, soprattutto tra i suoi detrattori, comincia a soprannominarlo “l’eterno secondo”.Un anno importante è senza dubbio il 1973, che segna ancora una sconfitta in Italia per Gimondi il quale, subito dopo, decide di cambiare scuderia, scegliendo la Bianchi-Campagnolo. È, forse, una scelta importante, se non altro per l’imminente Mondiale di Monjuich, a Barcellona. In volata, sulla collina catalana, Gimondi batte senza problemi il veloce belga Freddy Maertens e il solito Eddy Merckx.

Strepitosa è, in questa gara, la risposta che dà l’italiano al “cannibale” – uno dei tanti soprannomi del ciclista belga – quando questi si alza sui pedali per sferrare all’undicesimo giro uno dei suoi attacchi furibondi.

L’anno dopo allora, forte del mondiale conquistato, arriva la prima e unica vittoria ad una competizione che per anni l’ha visto sconfitto, la leggendaria Milano-Sanremo. Pur non essendo proprio la sua specialità, il ciclista bergamasco riesce a staccare tutti i velocisti a circa 25 km dal traguardo.Sono questi i suoi ultimi anni di attività, nei quali è forte la supremazia del rivale belga ma che, tra il 1976 e il 1978, gli consentono di togliersi ancora qualche soddisfazione. Nel 1976 infatti, il grande ciclista di Sedrina conquista il suo terzo successo al Giro d’Italia, per poi andarsi a prendere anche la sua seconda Parigi-Bruxelles. Nel 1978 arriva la sua ultima gara da professionista, al Giro dell’Emilia. L’ultima sua apparizione da atleta invece, risale all’anno dopo, nella “Sei Giorni”.

Felice Gimondi può vantare, nella propria straordinaria storia ciclistica, ben 141 corse vinte. Dagli anni ’80 poi, intraprende una valida carriera da dirigente, che lo porta nel 1988 a ricoprire la carica di allenatore della Gewiss.

Alle sue gesta molti cantanti hanno dedicato i propri brani, come Enrico Ruggeri, con “Gimondi e il cannibale”, e la band Elio e le Storie Tese con “Sono Felice”.

GIMONDI E IL CANNIBALE (di Enrico Ruggeri)

La gola che chiede da bere
C’è un’altra salita da fare
Per me, che sono fuggito subito

Rapporti che devo cambiare
Lo stomaco dentro al giornale
Per me, e devo restare lucido

E quanta strada che verrà
Ma non mi avrai, io non mi staccherò
Guarda la tua ruota e io ci sarò

Cento e più chilometri alle spalle e cento da fare
Di sicuro non arriva più qualcuno dei miei
Tutta quella gente che ti grida, non ti fermare
E tu che mi vuoi lasciare
Non ci provare
Non mi stancherò

Scivolano case tra persone fuori a guardare
Ci sarà riparo al vento lungo questo pavè
Ci sarà la polvere che nel respiro mi sale
Ma non mi potrò voltare
Non mi chiamare
Non risponderò

Ancora più solo di prima
C’è già il cannibale in cima
Ed io che devo volare a prenderlo

Sudore di gente dispersa
Di maglia di lingua diversa
Ma io, il cuore io voglio spenderlo

E quanto tempo passerà
In mezzo a noi, ancora non lo so
Dietro alla tua ruota io ci sarò

Cento e più chilometri alle spalle e cento da fare
Di sicuro non ci sarà più qualcuno con noi
Devi dare tutto prima che ti faccia passare
Io non mi lascio andare
Non ci pensare
Non mi staccherò

Scivolano vite e due destini persi nel sole
L’orologio prende il tempo e il tempo batte per noi
Non c’è più chi perde o vince quando il tempo non vuole
Quando la strada sale
Non ti voltare
Sai che ci sarò

Cento e più chilometri alle spalle e cento da fare
L’orologio prende il tempo e il tempo batte per noi
Non c’è più chi perde o vince quando il tempo non vuole
Quando la strada sale
Non ti voltare
Sai che ci sarò