Cosenza. La lobby degli avvocati, il delitto Sesti e il processo Garden: dal diritto all’intrallazzo

Angelo Pugliese e Marcello Manna Foto tratta dal libro "Mamma 'ndrangheta" di Arcangelo Badolati

La fortissima lobby degli avvocati cosentini (parliamo degli studi legali che vanno per la maggiore, quelli che macinano soldi, non certo dei giovani o di quelli che non sono mai entrati nei “circuiti di potere”) affonda le sue radici praticamente nella notte dei tempi quando il foro di Cosenza era davvero una culla di civiltà e sapere. Oggi invece la cultura del diritto è diventata “cultura dell’intrallazzo”, specie dopo che è venuta alla luce in tutta la sua inaudita gravità l’inchiesta della Dda di Salerno che ha smascherato due degli avvocati più in vista del foro cosentino (Luigi Gullo, nipote del grande Luigi Gullo senior, e Marcello Manna) che pagavano mazzette ad un giudice per far assolvere il boss Patitucci. Ma è da tempo ormai che la lobby degli avvocati cosentini si distingue solo per il degrado morale.

La deriva si materializza all’alba degli anni Ottanta, quando la corporazione degli avvocati cosentini si coalizza per “far fuori” un collega che evidentemente stava prendendo troppi consensi.

A metà degli anni Settanta, per come scrive Arcangelo Badolati nel suo “Mamma ‘Ndrangheta” i maggiori avvocati che operavano nel foro di Cosenza erano “…il grande Luigi Gullo, Silvio Sesti, Orlando Mazzotta, Ernesto d’Ippolito, Carlo Vaccaro. Cominciano brillanti carriere pure Sergio Calabrese, Ninì Feraco, Riccardo Adamo, Giuseppe Mazzotta, Enzo Aprile, Tommaso Sorrentino, Massimo Picciotto e Franco Sammarco… “.

Silvio Sesti

E’ in questa situazione che matura l’omicidio dell’avvocato Silvio Sesti il 21 giugno del 1982.

Silvio Sesti ha 50 anni ed è molto attivo anche sulla scena romana. Il suo è il primo omicidio eccellente e sarà il primo inquietante Cold Case della città.

La storia ufficiale della città attribuisce l’omicidio a Franco Pino, che avrebbe mandato a Cosenza due elementi della camorra cutoliana. Un teorema accusatorio, descritto dai pentiti Roberto Pagano e De Rose, che non ha mai trovato nessuno pronto a condividerlo per il semplice motivo che Franco Pino successivamente è diventato a sua volta pentito ma “intoccabile”.

La storia ufficiale ci dice anche che Sesti difendeva i picciotti di tutti e due i clan in guerra e la circostanza non piaceva più al clan Pino. E così Franco Pino, il principe dei pentiti per la Procura, non è mai stato condannato per questo delitto, accusato invece a Nelso Basile di San Lucido, ormai defunto, e a due killer napoletani, uno assolto e un altro defunto. 

Morale della favola: tutti assolti. In perfetto stile procura di Cosenza. L’avvocato ingombrante non avrebbe dato più fastidio, in tanti avrebbero preso i suoi clienti e tutti vissero felici e contenti.

Otello Lupacchini, il magistrato che ha lavorato a lungo sugli intrecci nel Tribunale di Cosenza, sintetizza così la matassa nella sua ispezione ministeriale del 2005, che scrive per la prima volta in maniera chiara la verità.

“… La gestione degli affari giudiziari di Cosenza – racconta il magistrato Otello Lupacchini nella sua relazione – era problematica già da prima che si costituisse la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il momento di emersione dei disagi può farsi coincidere con la guerra di mafia scatenatasi nel 1977 e proseguita fino al 1985. Tale problematica di rapporti si aggravò ulteriormente a seguito dell’omicidio dell’avvocato Silvio Sesti, che determinò l’occupazione del proscenio da parte di una ristretta cerchia di avvocati, che si appropriarono dello spazio lasciato libero dal collega assassinato…”.

A distanza di anni si ripete un modello comportamentale caratteristico di Cosenza, attuato sempre dai medesimi avvocati nei confronti di qualsiasi magistrato considerato scomodo.

Ma ecco come Lupacchini spiega l’omicidio Sesti. “Una ristretta cerchia di avvocati si appropria dello spazio lasciato libero dal collega assassinato. Mentre l’avvocato Sesti era un penalista vecchio stampo anche con un certo nome e proiettato sulla piazza romana, coloro che trovavano nella sua morte ragione di crescita e di affermazione sono di fatto avvocati i quali operavano esclusivamente sul territorio di Cosenza e che si segnalarono nel 1991 per avere inscenato il primo lungo sciopero della categoria solo per sbarazzarsi di un collegio di magistrati che voleva condannare alcuni pregiudicati evidentemente graditi alla loro categoria…”. Ovviamente, come accennavamo, nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Silvio Sesti, che è rimasto uno dei cold case più “allucinanti” nella storia della città di Cosenza.

Dallo sciopero del 1991 all’operazione Garden del 1994 il passo è breve. La prima vera retata sulla malavita cosentina viene abilmente smontata, pezzo dopo pezzo, dalla procura di Cosenza e dalla fortissima lobby degli avvocati. Del resto, attribuire tutto quanto è avvenuto prima del processo ad accordi perversi tra delinquenti è operazione del tutto riduttiva.

Quando sono stati toccati gli interessi corporativi degli avvocati e sono stati portati alla luce gli interessi incrociati della delinquenza e della politica attraverso la pratica perversa del voto di scambio, sono usciti fuori i registi occulti. Il processo Garden non si doveva fare, costasse anche chissà che cosa. Si è arrivati sia all’intimidazione e all’aggressione fisica sia alla delegittimazione dei magistrati.

L’operazione è stata possibile grazie all’abile manovra delle decine di pentiti che sono usciti fuori. Accuse indiscriminate, anche nei confronti di magistrati e di chi si è reso strumento più o meno consapevole di tali manovre. La Dda è stata delegittimata presto. I pentiti consentivano di rinvenire armi, esplosivi, congegni per azionare ordigni, cadaveri sepolti e dimenticati. Di conseguenza, venivano considerati preziosi e insostituibili. Da un lato aumentava il numero dei soggetti che dichiaravano la loro dissociazione dalle cosche, dall’altro si delineava il pericolo dell’inquinamento probatorio.

Il procuratore Lombardi, nella sua audizione, dichiarava di non voler demonizzare l’intera classe forense ma indicava negli avvocati Tommaso Sorrentino, Antonio Cersosimo, Luigi Cribari, Marcello Manna e Paolo Pittelli (guarda caso fratello maggiore del più noto Giancarlo, attualmente in galera per massomafia…), personaggi protagonisti di fatti censurabili penalmente mentre coloro che sono stati strumenti più o meno consapevoli delle manovre in atto rispondevano ai nomi del procuratore Serafini e del sostituto anziano Spagnuolo, meglio conosciuto come il Gattopardo, tuttora (incredibilmente!) procuratore capo del porto delle nebbie più squallido dell’universo.

All’epoca del processo Garden, Spagnuolo ebbe l’occasione di interrogare personaggi che erano stati introdotti davanti al pubblico ministero Stefano Tocci perché erano intenzionati a collaborare, dall’avvocato Marcello Manna. Il pm non li accettò. A Tocci infatti non era sfuggita la circostanza, insanabilmente contraddittoria, che uno dei difensori più agguerriti del processo Garden fosse anche il procacciatore di collaboratori di giustizia a carico dei propri assistiti.

In un colloquio telefonico con l’avvocato Angelo Pugliese, tra l’altro, Tocci espresse la preoccupazione che l’avvocato Manna potesse incorrere in una vendetta da parte delle cosche o addirittura potesse essere arrestato per inquinamento delle prove. Simili preoccupazioni non nutriva evidentemente Spagnuolo, allorché non solo raccolse le dichiarazioni dei collaboratori introdotti da Manna ma addirittura allargò l’ambito dei suoi interrogatori al punto di sollecitare quei collaboratori a dare notizie su argomenti estranei al suo interesse ma di certo influenti nel procedimento di Tocci.

Delle condotte di Spagnuolo venne a conoscenza Mariano Lombardi. La sua reazione fu immediata, indignata ed inequivocabile nel censurare la condotta del sostituto cosentino. Costui andava al di là di qualsiasi tollerabile limite impostogli dalla natura e dall’oggetto dei processi che legittimamente trattava per invadere il campo delle altrui competenze, senza curarsi di minare alla base strategie processuali che non gli appartenevano e facendosi, poco importa se consapevolmente o inconsapevolmente, comunque strumento di inquinamento delle prove in processi per i quali non aveva nessuna competenza. Eppure, dopo poco tempo, Spagnuolo spiccò il volo (non si è mai capito come e perché) addirittura alla Dda di Catanzaro… Misteri della giustizia “incappucciata”!