Cosenza, la notte magica della Brunori Sas profeta in patria

Una notte così magica probabilmente Dario Brunori e i suoi musicisti della Brunori Sas (a chilometro zero) non erano riusciti neanche a sognarla. Cosenza ha risposto alla grande al richiamo dell’orgoglio identitario e della musica “intelligente” del cantautore che abita a San Fili ed è sempre innamorato pazzo della sua città. Piazza XV Marzo era gremita come nelle migliori occasioni nonostante i prezzi non proprio “popolari” e i cosentini hanno cantato – a tratti davvero a squarciagola, date le tonalità… – insieme a Dario per sottolineare i momenti più intensi di un concerto che è stata certamente una delle tappe più importanti del tour della maturità del cantautore cosentino.

Dario Brunori questo concerto se l’è gustato fino in fondo, “scialandosi” visibilmente insieme ai suoi musicisti “storici” ma anche a quelli nuovi, che gli hanno regalato una sezione di fiati della quale va giustamente orgoglioso. Ne è uscito fuori un suono preciso e decisamente più stratificato del solito ma comunque sempre inconfondibile, che ha premiato un lavoro di ricerca raffinato e che ha deliziato le migliaia di cosentini presenti.

Almeno cinque le generazioni di Cosenza (e provincia) che hanno affollato la piazza di Telesio. Si partiva dai ragazzini delle scuole medie, doverosamente accompagnati dai genitori (soprattutto padri, a dire il vero) e si finiva agli ultrasettantenni di Cosenza Vecchia e non solo che hanno sfidato persino il “tuttinpiedi e mancu na seggia” deciso dall’artista e dall’organizzazione e che qualcuno aveva interpretato come un “attentato” ai fan più attempati di Brunori. E invece i sessantenni e i settantenni non solo c’erano ma erano anche tra i più attivi, sia in prima linea che nelle retrovie, ad intonare i pezzi più importanti della Brunori Sas.

La divisione tra i fan stava tutta in una barriera tra le prime file di chi ha pagato 47 euro e le “seconde” di chi invece ne ha stanziato 34. Chi stava in retrovia non ha risparmiato qualche occhiataccia “cattiva” a quella che è stata subito ribattezzata “area vip”, dal momento che c’erano anche i “privilegiati” della stampa rigorosamente di regime e i “vignanti” dei biglietti omaggio. Ma dopo i primi 3-4 pezzi la tensione è decisamente calata e il canto totale ha finito per coinvolgere tutti – cellulare in mano – senza distinzione di “censo”, come direbbe Brunori.

Sul palco con Brunori c’è una band di undici elementi – sezione di fiati compresa – tutti circondati da una scenografia semplice ma di grande effetto: un palco circondato da una specie di tenda riflettente e sovrastato da una mezzaluna di luci.

Si parte poco prima delle 21,30 con Al di là dell’amore, anticipata da un’intro suggestiva per fiati e sintetizzatori, e si corre in avanti senza pause con Benedetto sei tu e Capita così. 

Al primo momento di pausa Dario esplode in un cosentinissimo “‘Bbona vinuta”, che gli dà lo slancio per continuare la scaletta. Arriva Lamezia Milano e l’Arena sciorina un effetto “eco” che dà una spinta incredibile, poi La vita liquida, un riarrangiamento niente male de L’uomo nero e un inaspettato Sabato bestiale, in cui Brunori delizia con balli e danze non previste. L’atteggiamento è quello di sempre: umiltà assoluta, autoironia, zero cinismo.

Dario si dimena alla grande, orgoglioso anche dei chili persi (che si vedono), saltella addirittura (!) e quando si appella alla sciatica (anzi, alle sciatiche…) introduce quello che è stato il pensiero dominante anche dei concerti nei palazzetti: la crisi di mezza età in forma musicale e il conseguente, inevitabile riferimento alla recentissima paternità, alla sua piccola Fiammetta e naturalmente anche al resto della famiglia – mamma, moglie e fratello – assiepati in zona… geriatria (non poteva mancare lo sfottò) nei pressi delle scale del Rendano. Così come sfotte, nelle prime file “vip”, qualche signora di tutto punto vestita e persino con qualche “brillantino” ironizzando sul fatto che il concerto si svolge sì in zona Rendano ma non dentro il teatro. E sono in tanti a ridere di gusto nelle retrovie.

Brunori è estasiato dall’accoglienza della sua città e ne “approfitta” anche per esibirsi in qualche “urlo” da vero lupo sul grande palco che sta dominando. “Io grido, io urlo…” e gli scappa un “Lupi, Lupi” da manuale, che accende persino i più tiepidi.

Superato il primo blocco, il concerto va avanti alternando i pezzi nuovi con quelli più vecchi, quasi tutti riarrangiati. Sulle note di Bello appare il mondo invita la gente a ballare un valzer magari con una “dama”, su Costume da torero e Come stai (dedicata al papà sempre presente nei suoi pensieri) l’Arena canta a squarciagola e qualche volta detta anche il cambio di tonalità a Dario in un frastuono che trascina tutti… La festa del passato continua con Fuori dal mondo, le delicate Secondo me e Kurt Cobain (al pianoforte) e la romanticissima Per due che come noi, ancora al piano.

A questo punto, Dario, per rompere il clima troppo “intimo”, introduce l’atmosfera da falò tipicamente estiva che gli è stata sempre tanto cara e prolunga alla grande il tempo degli assoli del pubblico. I telefonini si alzano come accendini: parte Guardia ’82 e l’Arena Rendano è di nuovo un coro unico, in un duetto tra platea e Dario, a tratti senza musica, solo voce, luce e parole. Seguite subito dopo da un applauso infinito.

Sono quasi le undici (o se preferite le 23) e Dario ancora deve cantare alcune hit alle quali non rinuncerebbe mai. Arrivano così Italian Dandy e Le quattro volte. Quando parte “Canzone contro la paura”, l’Arena esplode in un boato e canta insieme a “Darione” fino all’ultima nota. Quindi Il mondo si divide. Poi Brunori esce e si fa richiamare (Da-rio; Da-rio) sul palco per cantare un pezzo che gli sta particolarmente a cuore – “Quelli che arriveranno” – ed è l’ideale per il suo messaggio forse più significativo della notte cosentina, dedicato a quelle realtà come La Terra di Piero alle quali è sempre stato vicino e che sono presenti in massa al concerto. “Dobbiamo lavorare per un’umanità migliore – dice Brunori con grande convinzione -. Sembra retorico, sembra naif, ma è così. Dobbiamo lavorare per un’umanità migliore, non c’è più tempo”.

Arriva anche il momento della band ed ecco che Brunori snocciola uno per uno i nomi dei suoi undici musicisti come in una sorta di formazione calcistica: Dario Della Rossa, direttamente da Radio Ciroma “centocinquepuntosette”, Massimo Palermo, Mirko Onofrio, Stefano Amato, Lucia Sagretti ovvero gli “storici” ma anche i nuovi compagni di viaggio: Alessandro “Asso” Stefana che suona da Dio la chitarra e la sezione fiati con Gianluca Bennardo e Luigi Paese, che sono stati davvero molto bravi. 

Un’altra brevissima pausa ed ecco che parte in un altro boato collettivo l’attesissima La Verità, eseguita al pianoforte. E’ il preludio al gran finale, che prevede l’annunciata sorpresa per la città di Cosenza. Dario infatti ha voluto cantare la sempreverde Buonanotte Cosenza, omaggiando il maestro Peppino Giacomantonio (il cognome della madre e del cugino Roberto, il signor Dio de La Terra di Piero) ma anche l’indimenticato Mario Gualtieri, che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia (“Aprite le finestre o cosentine, guardate in ciel le stelle ad una ad una…”). E naturalmente Claudio Villa, il primo a legare il suo nome a questa bellissima canzone, che “da Cosenza vecchia e dal Conservatorio tanto caro ai Giacomantonio arriva fino al centro città e fino allo stadio San Vito-Marulla…”. Con tanto di richiamo finale a “Lupi Alé”, uno degli inni del Cosenza Calcio scritto dal maestro De Lio e cantato da Tonino Lombardi. Parole e musica dolcissime per la cosentinità.

Il concerto è finito. Dario Brunori e i suoi musicisti (sempre a chilometro zero) sono stati splendidamente profeti in patria. Andrea Coclite ha scritto su “Rolling Stone” nella sua recensione del concerto di Roma che “la carriera di Dario sta imboccando una dimensione diversa, più vicina a quella di un Cesare Cremonini che al mondo dell’indie” e ieri a Cosenza ne abbiamo avuto piena conferma. E magari la prossima volta la Brunori Sas ci delizierà proprio in quello stadio San Vito-Marulla che non vede eventi “seri” ormai da troppi anni. Sognare non costa niente.