Cosenza, sanità e politica. Chi è Simona Loizzo, la donna che ha sempre bruciato le tappe

di Gabriele Carchidi

Alfano, Calvelli, Capparelli, Carchidi, Caruso, Cosentini, Cozza A., Cozza M., De Vuono, Di Turi, Dodaro, Filice, Forastiero, Fundarò, Gallicchio, Gatto, Giannuzzi, Iacono, Imparato, Litrenta, Liuzzo, Loizzo, Magarò, Manfredi, Marano, Mastrangelo, Mastrovito, Misasi, Piro, Plastina, Pugliese, Sarpi, Siniscalchi, Speranza, Sproviero, Vetere… 

Dal 1979 al 1982 siamo stati compagni di classe di Simona Loizzo nel IV e V Ginnasio e poi nel I e nel II Liceo Classico, sezione F, al “Bernardino Telesio” di Cosenza. Gli esami di maturità però Simona non li ha sostenuti con il resto della classe, ha preferito fare il “salto” – come si diceva una volta – diplomandosi un anno prima di noi. Inutile dire che era bravissima, sempre 9 e 10 in tutte le materie – anche in matematica – come se fossimo alle elementari, ma lei aveva fretta di crescere, voleva bruciare le tappe. Ad attenderla c’era già l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, da dove proseguirà questa storia particolare, che è un po’ lo specchio della società cosentina, dove mai nulla è come appare.

Simona Loizzo è una predestinata. E’ la figlia di Bruno Loizzo e la nipote di Ettore Loizzo. Sanità e politica, due passioni che saranno costantemente al centro della sua vita.

Simona è nata e cresciuta a forza di sanità. Bruno Loizzo, classe 1931, è stato il pediatra più celebre nella città di Cosenza negli anni del boom economico e anche dopo. Era primario di Pediatria all’ospedale dell’Annunziata ma lavorava soprattutto da privato. Nonostante fosse primario anche in ospedale, non c’è famiglia cosentina, di almeno tre generazioni, che non sia passata pure dal suo studio di corso Mazzini. Una sorta di istituzione con riconoscimento pressoché unanime di professionalità così come per la “pesantezza” delle sue tariffe applicate ad ogni visita: morbillo, orecchioni, pertosse e ogni altra infezione o patologia dei  bambini nati negli anni Sessanta e Settanta passavano dallo studio Loizzo.

La politica e la massoneria è invece Ettore Loizzo, fratello di Bruno. Prima Gran Maestro Aggiunto e poi reggente del Grande Oriente d’Italia, è stato il massone calabrese che ha raggiunto i più alti livelli della Massoneria di Palazzo Giustiniani, la più importante tra le “obbedienze” riconosciute nel nostro paese. E’ scomparso nel 2011.

Ettore Loizzo

Per capire bene chi era bisogna andare parecchio indietro nel tempo. Ma possiamo partire da un dato: Loizzo è stato per anni un brillante esponente del Partito Comunista Italiano prima di essere costretto a lasciarlo proprio perché massone dopo il caso eclatante della loggia P2 di Licio Gelli degli anni Ottanta e la successiva legge Anselmi che vietava le società segrete. E quindi consigliava ai partiti di imporre una scelta ai massoni più o meno esposti. Loizzo era stato eletto consigliere comunale nel 1980, quando ancora il bubbone della P2 e della massoneria non era esploso ma gravitava da tempo nel PCI anche se in molti sapevano che faceva parte di quel mondo.

Agostino Cordova, figura controversa e testarda, da procuratore di Palmi firma, nel 1992, la prima grande inchiesta italiana sulla massoneria deviata. Partendo dagli affari del clan Pesce, attraverso la scoperta di relazioni pericolose tra mafiosi, politici e imprenditori calabresi, Cordova finì nelle trame degli affari miliardari di Licio Gelli e di una miriade di personaggi legati a logge massoniche coperte.

“La massoneria deviata – sosteneva Cordova – è il tessuto connettivo della gestione del potere […]. È un partito trasversale, in cui si collocano personaggi appartenenti in varia misura a quasi tutti i partiti…”.

Cordova pone sotto sequestro il computer del Grande Oriente d’Italia, contenente l’archivio elettronico di tutte le logge massoniche italiane. Fu come aprire un vaso di Pandora, da cui continuavano a uscire nomi e connessioni. Ettore Loizzo finisce nel calderone. E’ il 5 novembre del 1992.

“… Vengono fuori molte sorprese – scrive Repubblica . A Cosenza, dove sono stati perquisiti lo studio e l’abitazione dell’ ingegnere Ettore Loizzo, uno dei massimi esponenti del Grande Oriente d’ Italia, i carabinieri hanno trovato carte e documenti relativi al processo su mafia, droga e politica da cui è scaturita questa maxi-inchiesta sulla massoneria deviata. In che maniera, con quale interesse e per farne quale uso Loizzo è entrato in possesso di quelle carte? Sono interrogativi che i magistrati cercheranno di chiarire. Ma nell’ inchiesta sulle cosche di Rosarno è coinvolto anche Licio Gelli. E in Calabria c’ era qualche massone che si era adoperato per far riammettere l’ ex capo della P2 nella massoneria“.

Una “trattativa” che si sarebbe conclusa nel 1991 con un accordo mai trovato dai magistrati di Palmi. Così come non furono mai chiarite le questioni che ruotavano intorno a Loizzo. Che, suo malgrado, e tre anni dopo la sua morte, ritorna al centro delle cronache.

Ettore Loizzo di Cosenza, mio vice nel Goi, persona che per me era il più alto rappresentante del Goi, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che io indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia”. A dirlo è stato l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo – in carica nei primi anni ’90 e fondatore poi della Gran Loggia Regolare d’Italia – sentito il 6 marzo 2014 dal pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nell’ambito dell’inchiesta Mammasantissima sulla cupola segreta degli “invisibili” della ‘ndrangheta. Per dovere di cronaca, riferiamo che il Gran Maestro Stefano Bisi e molti altri esponenti del Goi hanno dichiarato di non credere a quanto ha riferito Di Bernardo, né l’inchiesta Mammasantissima – almeno finora – ha conosciuto altri passaggi.

Potremmo continuare ancora ma si trattava giusto di qualche cenno su un uomo che è stato molto importante e ha lasciato una traccia nella storia politica e sociale di Cosenza. E che si chiamava Loizzo, proprio come la protagonista di questa nostra storia.

Ma torniamo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Simona Loizzo si laurea in Medicina nel 1988, quando ha appena compiuto 23 anni ma non si specializza in Pediatria come il padre bensì scopre la nuova frontiera dell’Odontostomatologia. Siamo nel 1991 e proprio in quella università conosce suo marito, Lucio Marrocco, originario di Cassino, che si laurea e si specializza in Medicina del Lavoro con qualche anno di ritardo rispetto a Simona, che come al solito anticipa sempre i tempi. Si innamorano, si sposano e decidono di stabilirsi a Cosenza.

“Il 6 gennaio erano passati 30 anni dal nostro primo incontro. Eravamo due giovani medici e abbiamo deciso di tornare a Cosenza perché era più facile crescere i figli”.

Il 1994 è un altro anno fondamentale per la carriera di Simona che ha sempre fretta di arrivare prima. Ha appena compiuto 29 anni e vince l’ambito concorso per dirigente medico dell’ospedale dell’Annunziata, quando il “capo” indiscusso è il democristiano Franco Petramala, personaggio ambiguo, chiacchierato e anche arrestato (e poi prescritto) per una conclamata vicenda di truffa – proprio nel 1994 – insieme ad un giovane Mario Occhiuto. Sulla spinta emozionale del successo professionale, Simona e Lucio vivono il periodo più bello della loro storia e nascono i figli, Oreste ed Elisabetta. Lucio Marrocco, dal canto suo, dopo una serie di vicissitudini da “libero professionista”, vincerà il suo bravo concorso con incarico di medico competente al Mariano Santo e al Santa Barbara di Rogliano soltanto nel 2004 e nel 2008 entrerà finalmente all’Annunziata. Ma professionalmente vive di luce riflessa rispetto ai successi della moglie e resta comunque nell’ombra.

Sanità e politica. Simona Loizzo coltiva sempre la passione per la politica, è più forte di lei e tutti a Cosenza sanno che è praticamente impossibile scindere l’una dall’altra. Simona non è comunista come lo zio paterno, si definisce “da sempre liberale di destra” e vivendo a fondo la realtà dell’Annunziata, la sua strada si incrocia inevitabilmente con quella del numero uno dell’ospedale, Tonino Gentile, non ancora il Cinghiale ma semplicemente Tonino ‘u furbo o Tonino ‘u nivuru. Simona Loizzo si avvicina a Forza Italia proprio dietro la spinta di Gentile junior e tra il 2008 e il 2009 viene insignita della carica di coordinatrice provinciale del partito di Berlusconi. Il marito resta ancora nell’ombra e in tanti lo ricordano a disagio quando Simona sale sul proscenio con i protagonisti del “nuovo miracolo italiano” e – soprattutto – della trattativa mafia-stato in salsa calabrese e siciliana.

Nel 2012, poi, la Loizzo è la prima coordinatrice provinciale del neonato Popolo delle Libertà e viene incoronata in una memorabile convention con la partecipazione di tutti i big del partito e della coalizione che meno di due anni prima aveva conquistato la Regione Calabria: Scopelliti, Gentile, Santelli, Dima, Orsomarso, Giacometto Mancini, Trematerra e tutto il cucuzzaro. L’impegno politico diventa sempre più intenso e Simona Loizzo è in prima linea quando, nel 2013, il Pdl e Tonino Gentile in prima battuta difendono a spada tratta la vicesindaca Katya Gentile nella “guerra” con Occhiuto sindaco di Cosenza e sarà proprio lei ad annunciare il ritiro di tutti gli assessori del Pdl dopo lo strappo finale con il cazzaro.

Ma il feeling con Tonino Gentile finisce o quantomeno si raffredda e la sanità calabrese nel frattempo è ormai commissariata già da qualche anno nella persona del presidente Scopelliti, che chiude ospedali pubblici e regala soldi su soldi ai privati che è una bellezza. E le cose non cambiano certo con l’arrivo del commissario Scura, marcato stretto dal suo vice, quell’Andrea Urbani – legato a doppio filo al Cinghiale -, che ancora tira le fila della sanità calabrese.

Siamo nel 2015 e per Simona Loizzo arriva un’altra tappa fondamentale della sua carriera: la nomina a capo di Unità Operativa Complessa tutta per lei, anzi creata appositamente per lei, con tanto di proteste, sia “giornalistiche” sia politiche. Insomma, un’operazione che non era certo passata inosservata ed era stata propiziata proprio dai tanto vituperati commissari.

Non c’è niente da fare. Nella sanità calabrese non c’è sentenza che tenga. Nemmeno se a pronunciarla è il Consiglio di Stato. E così capita che gli ospedali cosentini di Praia a Mare e Trebisacce (provincia di Cosenza) non riapriranno, nonostante questo fosse stato disposto dall’organo già dal 2013, visto il potenziale bacino di utenza. A deciderlo è stato il commissario per la sanità calabrese Massimo Scura che ha preferito non inserire nella nuova rete ospedaliera, approvata pochi giorni fa, la riattivazione delle due strutture. Molto meglio invece pensare all’odontoiatria di Cosenza che, senza apparenti ragioni, da struttura semplice diventerà complessa, godendo dunque di maggiori fondi. Sarà una coincidenza, ma a guidare il reparto è la dottoressa Simona Loizzo, già coordinatrice locale di Forza Italia e poi provinciale del Pdl.

Il 2015 sembra essere l’anno della rinascita per Simona e Lucio. Non solo l’ennesimo riconoscimento per lei ma anche – finalmente – il giusto coronamento per la carriera di Marrocco, al quale viene affidato l’incarico di Direttore facente funzioni dell’UOC Prevenzione e protezione ambientale dell’Annunziata. Dopo anni di tensione, Simona e Lucio si ritrovano e riprendono in mano le loro vite allontanando quella brutta bestia della politica, che, però, è sempre in agguato.

Simona torna in prima linea. Il suo progetto di odontoiatria sociale all’Azienda Ospedaliera prende sempre più piede e porta alla luce la sua natura solidaristica e liberale. Riceve riconoscimenti significativi, aiuta con sincerità le fasce deboli della città e riesce a far tornare all’Annunziata dopo 10 anni anche la Chirurgia orale ad alta complessità, che la vede a capo di un altro piccolo dipartimento chirurgico.

Anche il suo orizzonte politico adesso è cambiato: non c’è più Gentile il Cinghiale né Forza Italia e neanche il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e di Beatrice Lorenzin, ma non per questo la passione e l’impegno sono venuti meno, al punto che diversi media la danno in corsa per la candidatura di sindaco alle elezioni comunali della prossima primavera. Lucio è tornato in ansia e non gradisce affatto questo ritorno di fiamma, tuttavia la nomina a responsabile della campagna vaccinale dell’Azienda Ospedaliera sembra ridargli nuovo slancio e si dedica anima e corpo alla causa. Poi, il buio totale e il maledetto suicidio del 7 gennaio.

Simona Loizzo non è una donna qualsiasi a Cosenza, così come la sua famiglia. Il suicidio di Lucio Marrocco è un macigno troppo grande per lasciarlo passare nel silenzio dando spazio al chiacchiericcio e agli ammiccamenti. E così Simona decide ancora una volta di bruciare le tappe o anticipare i tempi, decide ancora una volta di fare un altro grande “salto” e conquista la ribalta televisiva affrontando l’esame più difficile della sua vita: rimuovere il macigno di un suicidio disperato e quasi impossibile da giustificare affidando ai telespettatori del pollaio di Giletti, così in voga soprattutto nella “destra liberale” e magari anche massonica, la sua lettura dei fatti, senza che nessuno si preoccupi di ascoltare altre persone e altre testimonianze.

Alla domanda se avesse notato qualcosa di strano nel marito, lei risponde di no, se non proprio la pressione alla quale era sottoposto, alla quale si era aggiunto il dispiacere perché una Oss a cui era affezionato, era peggiorata dopo aver contratto il Covid.  Basta a Giletti questa risposta?  A me sinceramente no.  Non una intervista a colleghi che ci lavoravano insieme nelle tante ore di lavoro quotidiano. Non una piccola indagine sulla realtà, raccolta però da fuori alla famiglia, che ha forse ogni diritto di tenere per sé una eventuale verità diversa da quel che appare. (cit. Simona Stammelluti)

Già, e ritorniamo ancora una volta al punto focale. A Cosenza, come in Calabria, nulla è come appare e questa prova di forza di Simona Loizzo a molti cosentini non è piaciuta. A pelle. E ha lasciato aperti tanti, troppi interrogativi. L’auspicio adesso è che Simona non pensi (o qualcuno non la faccia pensare) ad un ritorno attivo in politica. Perché stavolta le chiavi di lettura non potrebbero essere così “delicate” rispetto a quello che ha esternato nello squallido pollaio di Giletti e alla Gazzetta del Sud. Perché, per fortuna, a Cosenza c’è ancora gente che ragiona e non accetta verità preconfezionate propagandate da imbonitori senza spina dorsale.