Giustizia corrotta. L’ultima assurdità di Manna: “La Guardia di Finanza ha taroccato il video!”

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Il 13 ottobre 2020 il giudice Marco Petrini, in sede di incidente probatorio, si lascia andare e confessa tutte le sue malefatte: l’ex presidente della Corte di Appello di Catanzaro, già condannato con rito abbreviato a quattro anni e quattro mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari, ha raccontato al gip di Salerno, Giovanna Pacifico, davanti ai diretti interessati, di aver ricevuto in più occasioni somme di denaro dagli avvocati Marcello Manna e Luigi Gullo del foro di Cosenza.

Il togato, sospeso dalle sue funzioni, ha indicato luoghi e circostanze della dazioni di denaro ricevute dai due penalisti. Anzi, ha addirittura rivelato che in una delle occasioni ha ricevuto banconote in tagli da 100, 50 e 200 euro. Petrini ha spiegato di essersi lasciato corrompere nei processi riguardanti il boss di Rende, Francesco Patitucci, che assolse dall’accusa di concorso nell’omicidio di Luca Bruni, “reggente” dell’omonima famiglia di Cosenza e in occasione del dissequestro dei beni di un imprenditore cosentino, Iuele, che erano stati in precedenza “sigillati” dal Tribunale di Cosenza. Petrini ha risposto alle incalzanti domande poste dagli avvocati Armando Veneto, Gianluca Garritano e Michele Tedesco senza tuttavia cadere in contraddizioni.

È questo il resoconto dell’incidente probatorio dell’ex giudice Petrini che con la sua confessione ha di fatto “cristallizzato” le prove a carico di Marcello Manna. Ma non ci sono solo le confessioni dell’ex giudice Petrini ad incastrare Manna. A sostegno della tesi dell’accusa un video girato il  30 maggio del 2019 all’interno dell’ufficio dell’ex presidente della corte d’Appello di Catanzaro, dalla Guardia di Finanza che da tempo attenzionava il giudice corrotto. Il video è più che esplicito e mostra senza ombra di dubbio l’avvenuta corruzione: si vede chiaramente l’avvocato Manna allungare una bustarella all’ex giudice Petrini, una “busta” che i finanzieri scopriranno poi (in un altro video girato subito dopo la cessione della bustarella, questa volta nell’ufficio del presidente della Commissione tributaria di cui Petrini era “titolare”) contenere del denaro. Il tutto farcito da discorsi dove i due si scambiano pareri ed opinioni sull’imminente ballottaggio elettorale a Rende tra lui e Sandro Principe in programma 10 giorni (09.06.2019) dopo l’incontro tra i due immortalato nel video dai finanzieri.

Sul contenuto della bustarella allungata a Petrini, Manna ha sempre taciuto, e solo ora, a pochi giorni dalla chiusura delle indagini preliminari, rompe il silenzio e prova ad abbozzare un minimo di difesa. E non trovando le giuste e attendibili argomentazioni per smontare la tesi dell’accusa, si lancia in una dichiarazione che ha dell’assurdo. Del resto l’avvocato Manna può permettersi di dire e fare quello che gli pare, delle prove in mano all’accusa non gliene frega niente, le sue potenti coperture valgono di più. E lo dimostra il fatto che nonostante la gravità del reato commesso con tanto di pistola fumante, Manna è ancora sindaco di Rende e avvocato.

Oltre a tirare in ballo il classico complotto contro di lui, senza indicare una regia e soprattutto il perché di una tale macchinazione a suo danno, con dichiarazioni del tipo «Ho sempre sospettato che il dottor Petrini sia stato indotto ad accusarmi per poter uscire dal carcere. Ora so che è andata esattamente così» che francamente lasciano il tempo che trovano, Manna sul video girato dalla Guardia di Finanza, dice: “… il video girato dai finanzieri presenta diverse anomalie, per l’esattezza circa 800 anomalie (che a dire di Manna sarebbero state anche riscontrate dal Ris di Roma), riconducibili a tante interruzioni, e ad un audio più lungo del girato”. Manna in soldoni accusa i finanzieri di aver taroccato il video con un sapiente taglia e cuci, evidenziando solo le parti “ambigue” dell’incontro, il tutto per rendere più credibile la sua colpevolezza. E sul contenuto della “bustarella” che non nega di aver allungato a Petrini dice: «In quella cartella c’erano una sentenza della Corte costituzionale e un documento sull’astensione degli avvocati dalle udienze che gli avevo prodotto in visione».

Ora, è un sacrosanto diritto dell’imputato mentire, e ci sta che Manna dica queste baggianate che non solo non chiariscono la sua posizione, ma che al contrario, rafforzano la convinzione della sua colpevolezza. E questo perché Manna prima di ogni altra cosa dovrebbe spiegare come mai si reca nell’ufficio del presidente del collegio giudicante che ha in carico, proprio in quel periodo, un procedimento penale dove Manna è l’avvocato dell’accusato, e Petrini il giudice che deve emettere la sentenza.

È normale che l’avvocato difensore incontri il giudice (giudicante) nel suo ufficio durante lo svolgimento di un processo dove entrambi sono protagonisti? Fanno così tutti gli avvocati? Che urgenza c’era di recarsi nell’ufficio del presidente della corte Petrini – titolare del procedimento contro Patitucci (assolto a dicembre del 2019) e assistito dall’avvocato Manna – per consegnarli la copia di una sentenza della corte costituzionale, forse che il giudice Petrini non sapeva usare internet? Oppure l’avvocato Manna non sa usare la posta elettronica?

E poi perché Petrini, da presidente della corte d’Appello di Catanzaro, avrebbe dovuto chiedere una sentenza della corte costituzionale proprio all’avvocato Manna, forse che gli mancava il personale “specializzato” a cui chiederla? Diciamolo, quella di Manna è una spiegazione che francamente non solo non regge ma che somiglia molto alla scusa che usavamo da ragazzi a scuola per giustificare il “filone” del giorno prima: pressorè, ieri non sono potuto venire che è morta nonna. A questo siamo. Manna deve chiarire prima ancora del contenuto della busta (farcita di euro senza ombra di dubbio), quali erano i suoi rapporti con il giudice Petrini. Perché lui, a differenza degli altri avvocati, entra nell’ufficio di Petrini a suo piacimento? È normale questa “frequentazione” nell’ambito lavorativo, tra avvocato e giudice? E ancora: Da quando Manna fa il “sindacalista” degli avvocati?

Ma non finiscono qui le accuse contro Manna. A chiamarlo in correità almeno sei pentiti di ‘ndrangheta che però, si sa, risultano credibili solo quando parlano di Sandro Principe e Orlandino Greco. Se invece parlano di Manna, Mario Occhiuto, e Paolini, le loro dichiarazioni sono tutte da verificare.

Certo, in tutta questa strana storia di ingiustizia, corruzione, e illegalità, non mancano le responsabilità della procura di Salerno e dell’ufficio Gip che hanno sempre trattato questo procedimento con una “ordinata e voluta confusione” ed una “sospetta delicatezza” che per esempio non traspare nella recente operazione giudiziaria contro la pubblica amministrazione di Salerno sugli appalti truccati. È chiaro a questo punto che nella procura di Salerno, e nell’ufficio Gip, operano due tipi di magistrati: quelli dediti all’insabbiamento dei procedimenti a carico degli amici degli amici (e Manna potente com’è, anche a Salerno, ha trovato il suo santo protettore), e quelli che vorrebbero fare il loro dovere e non sempre ci riescono per colpa dei primi. E questo lo si capisce anche “dall’andamento lento” intrapreso dai tanti procedimenti a carico di almeno 15 magistrati del distretto di Catanzaro accusati di collusione e corruzione proprio dalla procura di Salerno. Inchieste istruite e finite nel dimenticatoio. E c’è da scommetterci che la manina che le ha fatte scomparire è la stessa che ha creato l’organizzata confusione nel processo a carico dell’avvocato Manna.