Il Gattopardo getta la maschera: querela Iacchite’ e contesta la relazione Lupacchini. Ora è resa dei conti

Questa mattina, nel Tribunale di Salerno, sempre di più crocevia per fare luce sulla clamorosa e dilagante corruzione della magistratura calabrese, è in programma la prima udienza del processo scatutito dalla denuncia del procuratore capo di Cosenza Mario Spagnuolo, meglio conosciuto come Gattopardo, contro Iacchite’.

Ci ha pensato due anni e mezzo il Gattopardo di Cosenza. Che fare? Denunciare o no questo Iacchite’ che fin da prima del suo insediamento ha tirato fuori la relazione Lupacchini sullo sfacelo del porto delle nebbie? Per mesi ha blaterato addirittura di libertà di stampa, lasciando credere di essere un liberale di stile “americano” (sic, direbbe il cazzaro), poi ha fatto finta di non sentire e di non vedere ma ad un certo punto ha capito che il vento è cambiato. Prima la nomina del suo stesso “nemico” di sempre, Otello Lupacchini, a procuratore generale della Corte d’Appello di Catanzaro, poi la batosta delle elezioni politiche del 4 marzo, poi le richieste di ispezione ministeriale da parte del Movimento Cinquestelle e infine la denuncia ai suoi danni alla procura di Salerno.

Già, ma il Gattopardo lo sa chi lo ha denunciato? Certo che lo sa e appena ha saputo che erano iniziati gli interrogatori (compreso il suo…) ha capito che era arrivato il momento di fare il grande passo. Si è deciso, per quanto si legge nell’avviso di garanzia, il 5 novembre 2018. E ormai abbiamo già scritto anche il nome della persona che lo ha definitivamente smascherato. Si chiama Marisa Manzini e si può tranquillamente affermare che l’ha fatto anche con notevole ritardo.

Il procuratore Spagnuolo nel suo lungo elenco di articoli nei quali si sarebbe offeso il suo nome e la sua reputazione inserisce pari pari tutti quelli dove sono citati testualmente gli atti della relazione ispettiva effettuata da Otello Lupacchini nel 2005. Addirittura anche nei passi-chiave della querela, perché nell’avviso di garanzia l’articolo portante di tutte le contumelie anti Spagnuolo è quello dove si spiega, in sintesi, la sostanza della relazione Lupacchini e quindi la descrizione della corruzione e dell’inquinamento del porto delle nebbie di Cosenza.

Spagnuolo ha già ricoperto per lunghi anni l’importantissimo ruolo di sostituto anziano. E la vera storia della città è piena delle sue nefandezze giuridiche. Che non possiamo e non dobbiamo dimenticare. E sono contenute nel dossier redatto dal magistrato Otello Lupacchini nel corso della sua ispezione del 2005.

A partire dal pentimento di Franco Pino e di come fu pilotato dalla procura di Cosenza attraverso Mario Spagnuolo (il vero regista occulto) e il procuratore dell’epoca, Serafini.

Una delle pagine più nere della città di Cosenza. 

“Successivamente all’emanazione del decreto che dispone il giudizio, nel maggio 1995 Franco Pino decideva di intraprendere la via della collaborazione a fini di giustizia”.

Inizia così la ricostruzione di Otello Lupacchini relativamente al pentimento di Franco Pino.

“Il primo passo lo faceva verso i carabinieri del Nucleo operativo del comando provinciale di Cosenza, nella persona del capitano Angelo Giurgola, il quale si rivolgeva anziché verso questa Dda come logica vorrebbe, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza. Il procuratore Serafini nonché il sostituto anziano Spagnuolo avanzavano allora, ancor prima di rivelare il nome del neo collaboratore, insistente richiesta al procuratore distrettuale Antimafia di Catanzaro per l’applicazione ai fini della gestione del dottor Spagnuolo presso questa Dda. Il procuratore Lombardi rigettava tale richiesta…”.

Il procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, dovendo descrivere quello che è accaduto, non esita a dare un quadro preciso prima di calarsi le braghe davanti ai poteri forti e avallare la “promozione” del Gattopardo addirittura alla Dda di Catanzaro (è come se adesso ci andasse Tridico, pensate un po’…) e le parole di Lombardi (ormai passato a miglior vita) sono comunque musica per le nostre orecchie.

“… Attribuire tutto quanto è avvenuto prima del processo e quanto è emerso successivamente durante la lunga istruttoria dibattimentale ad accordi perversi tra delinquenti è operazione del tutto riduttiva. Qualunque sia la conclusione della vicenda processuale, appare chiaro che dietro le decisioni adottate dal crimine organizzato e che hanno trovato una cassa di risonanza soltanto quando sono stati toccati gli interessi corporativi degli avvocati e sono stati portati alla luce gli interessi incrociati della delinquenza e della politica attraverso la pratica perversa del voto di scambio, VI SONO STATI REGISTI OCCULTI… Che fin dall’inizio hanno strumentalizzato anche la delinquenza mafiosa. E l’obiettivo strategico di questo disegno era quello di bloccare a tutti i costi il processo, facendo ricorso sia all’intimidazione e all’aggressione fisica sia alla delegittimazione dei magistrati…”.

Il Gattopardo forse non se n’è accorto e né tantomeno gli scribacchini ai quali ha dato il compito di compilare la denuncia ma cita testualmente alcuni passaggi fondamentali della stessa relazione del suo “nemico” non le nostre parole e i nostri scritti. Una sorta di lapsus freudiano (chissà com’era colei che ha dato la vita a Spagnuolo…). Eccoli qui, altra musica per le nostre orecchie.

… Il vero punto nodale da analizzare è l’individuazione di chi ha manovrato i collaboratori di giustizia perché formulassero accuse indiscriminate, anche nei confronti di magistrati e di chi si è reso strumento più o meno consapevole di tali manovre. La strategia di delegittimazione della Dda di Catanzaro, le cui indagini erano già mal tollerate quando era in gioco soltanto la progressiva disgregazione delle cosche mafiose, conseguente alle dichiarazioni dei collaboratori, aveva un canovaccio ben preciso. I pentiti consentivano di rinvenire armi, esplosivi, congegni per azionare ordigni, cadaveri sepolti e dimenticati. Di conseguenza, venivano considerati preziosi e insostituibili. Da un lato aumentava il numero dei soggetti che dichiaravano la loro dissociazione dalle cosche, dall’altro si delineava il pericolo dell’inquinamento probatorio attraverso l’inserimento di dichiarazioni che obbedivano a un preciso disegno criminoso in linea con il piano strategico delle cosche criminali…“.

Ma vi rendete conto? Noi dovremmo prendere lezione da un magistrato corrotto fino al midollo. Lombardi (prima di essere annientato dai poteri forti) aveva le idee chiare su chi fossero questi registi occulti, specie quando gli avvocati più in vista di Cosenza attaccavano frontalmente il pm Stefano Tocci denunciandolo alla Procura Antimafia così come fecero successivamente con Eugenio Facciolla.

Dichiarava di non voler demonizzare l’intera classe forense ma indicava negli avvocati Tommaso Sorrentino, Antonio Cersosimo, Luigi Cribari, Marcello Manna e Paolo Pittelli personaggi protagonisti di fatti censurabili penalmente mentre coloro che sono stati strumenti più o meno consapevoli delle manovre in atto rispondevano ai nomi del procuratore Serafini e del sostituto anziano Spagnuolo.

Il Gattopardo ha sperato fino all’ultimo di non arrivare a questo punto ma davanti al precipitare degli eventi non ha potuto fare altro.

Non solo: nell’articolo che lo dipinge meglio ovvero “Spagnuolo ha usato il processo Chiappetta come un grimaldello”, Lupacchini affonda il coltello nella piaga e descrive Spagnuolo per quello che è: un corrotto fino al buco del culo.

Non basta la prospettazione riduzionista offerta dal dottore Lombardi – scrive Lupacchini – circa la portata dello scontro tra il sostituto procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e la DDA a rimuovere l’immagine di inquirente rapace e onnivoro, sempre pronto ad utilizzare il grimaldello delle indagini e del processo per l’omicidio di Pino Chiappetta, incurante delle prerogative funzionali e dei danni che potessero arrivare alle strategie processuali, all’immagine e alla credibilità professionale del collegio della DDA dalle proprie spregiudicate scorrerie investigative, troppo spesso in linea con la strategia offensiva enunciata dalla delegazione degli avvocati di Cosenza…”.

Sono parole pesanti come macigni, dove anche gli aggettivi dicono tutto. Dall’inquirente rapace e onnivoro al processo Chiappetta usato come grimaldello per delegittimare la DDA. Tutti voi sapete che cos’è un grimaldello: è uno strumento utilizzato per scassinare o aprire semplici serrature di cui non si possiede la chiave. Indicare questo strumento per qualificare l’attività di un magistrato ha un valore simbolico incredibile. Non serve aggiungere altro.

Ora, alla luce di tutto questo, è impossibile non chiedere lumi a Otello Lupacchini. Visto che adesso c’è una denuncia e che probabilmente ci sarà un processo, come si fa a non chiamare in causa il dottor Lupacchini? Ed è chiaro che dovremo chiamarlo tra i testimoni di questo patetico procedimento penale al quale il Gattopardo si aggrappa come il vigliacco che è prima di essere superato dagli eventi e dalla sua coscienza sporca.

Se c’era da attendere questo passo, allora siamo addirittura felici che sia avvenuto, perché adesso non ci possono essere alternative: o quella relazione contiene sacrosante verità, delle quali noi siamo più che convinti e che non hanno trovato applicazione per i soliti imbrogli all’italiana oppure ha ragione Spagnuolo e tutti sanno che non è così. Se il Gattopardo ha finalmente gettato la maschera, provando a negare la stessa evidenza dei fatti con una sfacciataggine che non conosce confini e con l’arroganza del potere propria della borghesia mafiosa con la quale è complice e connivente, adesso è arrivato il momento di fare pulizia. Perché l’Italia sarà anche la Repubblica delle Banane ma i cittadini non hanno ancora messo l’anello al naso. Specie in una città di provincia come Cosenza.

Il romanzo e poi il film “Il Gattopardo”, che abbiamo scelto per immortalare plasticamente Spagnuolo, sono l’esemplificazione di un trapasso di regime, di una decadenza che passa anche per la figura del suo protagonista. La morte viene ad assumere un significato duplice: non è solo descritta la morte di una classe sociale ma anche quella del Principe di Salina…

Il Gattopardo” di Tomasi Di Lampedusa è il romanzo dove ci si agita e si spera che tutto cambi perché nulla cambi ma in realtà nulla rimane com’è: tutto finisce e decade su se stesso, la contemplazione della morte si accompagna al fluire incessante del tempo, che tutto porta via. Anche i baffetti da “sparviero” e la faccia di culo del Gattopardo di Cosenza dopo trent’anni di malaffare e corruzione.