Mafia-stato e Calabria. 2008: l’intervento dei Servizi segreti per coprire Berlusconi, Dell’Utri e Miccichè

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tratto dal libro “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta” di Francesco Forgione

Ascoltando il telefono di Aldo Micciché e quelli degli uomini dei Piromalli, oltre al senatore Dell’Utri, ci si è imbattuti in “contatti e riferimenti”, come scrivono nell’indice delle intercettazioni i poliziotti, fino a quel momento impensati: il ministro Mastella, l’onorevole Tassone, il consigliere regionale Nucera, la futura senatrice Contini, il questore della Camera Colucci e altri ancora. Con loro una miriade di avvocati, faccendieri, finanzieri, imprenditori e molti massoni.

E’ la nebulosa del potere in Italia. E spesso è difficile distinguere il corrotto dal corruttore, la vittima dal carnefice. Forse qualcuno ha pensato che scoperchiando i traffici tra Micciché, i Piromalli e Dell’Utri nelle ore precedenti le elezioni politiche avrebbe potuto favorire il centrosinistra. Evidentemente non solo ha sbagliato, ma ha prodotto l’esatto contrario. O, forse, si voleva che andasse proprio così. Che quei telefoni ammutolissero e che poi qualcuno, magari a Roma, facesse morire le indagini. Del resto, i titoli dei giornali erano più che sufficienti per creare un po’ di indignazione e tanto sarebbe bastato.

A due giorni dal voto del 2008 riesplode inevitabilmente la solita polemica sull’uso politico della giustizia e le inchieste fatte ad orologeria. Un ulteriore regalo a chi su questo si è costruito il ruolo della vittima e parte del proprio successo politico durato quasi vent’anni. Tutto il resto della storia, i personaggi, le collusioni, le complicità, sulla stampa passano in secondo piano, quasi rimosse.

Marcello Dell’Utri, chiamato dall’Agenzia Ansa a commentare le notizie apparse sulla stampa, dichiara che “questo Aldo Micciché non sapevo chi fosse”. Poi, correggendosi, risponde ponendo una domanda al giornalista: “Che male c’è ad avere rapporti con uno stimato imprenditore che vive a Caracas ed è conosciuto da tutti?”.

Paese unico, l’Italia. Come se niente fosse successo, Marcello Dell’Utri continua a fare il senatore e Aldo Micciché continua a vivere, libero e indisturbato, sotto il sole dei Caraibi. Dove non ha mai smesso di curare i propri affari e quelli dei suoi amici, soci e compari. Senza nemmeno preoccuparsi del nuovo mandato di cattura spiccato dalla procura di Reggio Calabria che lo vorrebbe, per l’ennesima volta, in carcere in Italia. La richiesta di estradizione è partita ma, come dice lui, non sanno il suo indirizzo e nessuno va a prenderlo.

Dietro le sbarre, invece, sono finiti Antonio Piromalli, Gioacchino e Lorenzo Arcidiaco e i loro uomini di Gioia Tauro. Tutti condannati, insieme ai cugini Molé, per il reato di associazione mafiosa nel processo di primo grado denominato “Cento anni di storia”. Quello che non si capisce, è perché tutto si sia fermato qui. Perché la procura della Repubblica di Roma, che è competente per i reati commessi all’estero, dopo aver ricevuto tutti i fascicoli dell’inchiesta e gli atti del processo da parte dei magistrati di Reggio Calabria, abbia deciso che era meglio per tutti non fare niente. Perché gli stessi incartamenti, inviati alla procura della Repubblica di Palermo e da questa trasmessi alla Procura Generale, non siano stati utilizzati nel processo di secondo grado che, alla fine del 2008, vedeva Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come se la gravità della collusione con le mafie abbia pesi diversi a seconda delle organizzazioni criminali cui fanno riferimento. E come se, in un processo per Cosa nostra, poco importi che l’imputato abbia normali relazioni con i più importanti boss della ‘ndrangheta calabrese.

Al Tribunale di Palermo non si chiedeva di ascoltare un nuovo pentito. Bastava Gaspare Spatuzza con il casino che aveva creato parlando pure del coinvolgimento di Dell’Utri e Berlusconi nelle stragi. Dovevano solo leggere le trascrizioni dell’ascolto della voce del protagonista-imputato. Prova certa, come dicono gli sbirri, salvo naturalmente improbabili contraffazioni. Da quello che avrebbero ascoltato, avrebbero anche potuto decidere che il “concorso” del senatore non era poi così tanto esterno. Anzi, a differenza della sentenza di secondo grado che, pur condannandolo, affermava che Dell’Utri aveva avuto rapporti con Cosa nostra soltanto alla fine del 1992, nelle carte di Reggio c’erano le prove che i rapporti con la ‘ndrangheta arrivavano fino al 2008. E forse anche la Corte di Cassazione avrebbe preso una decisione diversa da quella di far rifare il processo, azzerando le condanne di primo e secondo grado.

Ed è normale un Paese nel quale il presidente della Camera dei deputati (Bertinotti) si reca in visita ufficiale all’estero e viene pedinato da brillanti imprenditori che poi riferiscono all’emissario della ‘ndrangheta calabrese che, nello stesso Stato straniero, vive da latitante da vent’anni? Ancora meno normale è che, dopo due mesi, lo stesso imprenditore-pedinatore venga candidato alle elezioni con il partito del futuro presidente del Consiglio. E in quale Paese democratico un capo del governo telefona a un capo di Stato estero in via riservata e la cosa è talmente riservata che non fanno neanche in tempo ad agganciare la cornetta del telefono che già lo vengono a sapere gli uomini della ‘ndrangheta a Caracas e un senatore sotto processo per mafia a Milano?

E da dove sono partite le informazioni? Dagli addetti alla sicurezza di Palazzo Chigi, con telefoni eventualmente controllati, o da quelli della presidenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela? Certo, sempre Servizi segreti sono, e si sa come sono fatti. Ma avremo si o no il diritto di sapere almeno al servizio di chi sono? A Roma, però, queste domande non hanno suscitato alcun interesse nelle sedi dove dovevano essere cercate le risposte. Nessuno se ne è occupato. Né in Parlamento né alla procura della Repubblica.

Intanto, da quelle elezioni sono passati anni. Chi è diventato parlamentare con i voti che non si sa da dove gli sono arrivati, ha continuato a fare il parlamentare. Chi era ministro è diventato deputato europeo. Chi era senatore continua a fare il senatore (Dell’Utri sarebbe stato arrestato solo nel 2014, in Libano, sei anni dopo quelle elezioni, ndr). E poi, tutte ‘ste storie, sempre le stesse, che non se ne può più: in fondo non è che quelli, anche se sono gente “tinta”, non hanno il diritto di voto come tutti gli altri o non fanno parte del popolo. E loro, rappresentanti del popolo sono!

Così ragionano gli amici degli amici, una parte della politica e pure una parte della società italiana. Altri continueranno a porsi dubbi, domande e perché. Senza risposta.