Mafia-stato e Calabria. I Piromalli con Dell’Utri nel cuore di Forza Italia: vagonate di voti a Milano e in Sud America

Continuiamo a pubblicare gli stralci del libro-inchiesta sulla ‘ndrangheta “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta” di Francesco Forgione. Dall’omicidio di Salvatore Pellegrino, detto uomo mitra, gli inquirenti hanno scoperto attraverso le intercettazioni cose incredibili sulla famiglia Piromalli. Nel 1975 l’allora ministro del Bilancio Giulio Andreotti è presente a Gioia Tauro per la posa della prima pietra del V Centro Siderurgico che non vedrà mai la luce ma soprattutto per dare un “riconoscimento ufficiale” ai Piromalli e insieme a lui c’è un personaggio incredibile, Aldo Miccichè, scomparso poco più di due anni fa, il cui percorso è a dir poco rocambolesco e porta direttamente alla politica e al rapporto perverso mafia-stato. A Miccichè è stata commissionata una missione quasi impossibile dalla famiglia Piromalli della quale è diretta espressione: far togliere il carcere duro a don Peppino. Dopo il fallimento dei contatti con il ministro Mastella, incasinato per i problemi giudiziari suoi e della sua famiglia, Miccichè parte alla carica con quelli dell’Udc. Gentaglia al soldo del potere… Ma è chiaro che bisogna bussare alla porta di Berlusconi e dei suoi scagnozzi. E non solo per il 41 bis… E così i Piromalli incontrano più volte l’alter ego del Cavaliere, il celeberrimo Marcello Dell’Utri. 

L’incontro di Milano segna una svolta (http://www.iacchite.blog/mafia-stato-e-calabria-lanticamera-di-berlusconi-i-piromalli-da-marcello-dellutri/). Tredici anni prima c’era stato solo l’appello al voto per Forza Italia e Berlusconi. Questa volta hanno deciso di fare molto di più. La famiglia si occupa direttamente del partito. La mattina dopo, il 3 dicembre 2007, il ragazzo ritorna in via Senato. L’appuntamento l’ha fissato personalmente il senatore Dell’Utri: riunione con i capi degli “azzurrini”, i giovani berlusconiani dei circoli vicini a Dell’Utri, per organizzare la rete in provincia di Reggio e in Calabria.

E al Nord Italia che succede, che al senatore gli interessa assai? Non è che al Nord non si può fare niente! Anzi. A Milano, dove Dell’Utri ha il collegio, la famiglia può spostare migliaia di voti. Almeno così dice. Nella capitale del Nord ci sono pure le altre ‘ndrine. Come loro, sono arrivate sotto la Madunnina nei primi anni Settanta e si sono arricchite prima con i sequestri di persona e poi con la droga. Ora sono tutti imprenditori, gente perbene, uomini di societò. Hanno trasformato interi comuni della Lombardia in un pezzo di Calabria: Corsico, Cesano Boscone, Paderno Dugnano, Trezzano sul Naviglio, Buccinasco. E poi mezza Milano. Sono arrivati pure a due passi dal Duomo. Si sono comprati negozi, bar, ristoranti, boutique, sale bingo, discoteche.

A Milano ci sono tutti i pianoti di Gioia, di Rosarno, Palmi, Rizziconi, Sinopoli, come i Piromalli, i Pesce, i Bellocco, i Gallico, gli Strangi, gli Alvaro, i Crea. E poi quelli di Reggio, i De Stefano, i Lampada, i Condello, gli Imerti, i Caridi, i Tegano, i Lo Giudice, i vecchi Coco Trovato. Quelli della ionica, i Morabito, gli Ursino, i Bruzzaniti, i Pelle, gli Strangio, i Palamara, i Nirta, i Maesano, i Sergi. Tutti. Anche i Mancuso di Vibo, che con i Piromalli sono amici da quando hanno fatto insieme i lavori del porto. E quelli di Crotone, di Petilia, di Isola, di Cirò. Li conoscono da sempre. Da quando ancora si occupavano del contrabbando di sigarette.

Loro però sono i Piromalli. Possono parlare con tutti perché li rispettano. Ma Milano non è solo un fatto di ‘ndrine: ci sono i circoli culturali, le associazioni dei calabresi, le polisportive, le cooperative dell’Ortomercato. E i dipendenti delle loro imprese di costruzione e di movimento terra.

Hanno piazzato uomini di fiducia pure nei sindacati, tra Milano e Pavia. E gente loro è entrata nei consigli comunali, in quelli provinciali, nelle aziende sanitarie. Anche al Pirellone, alla Regione, dove qualche assessore e cinque o sei consiglieri regionali se li sono fatti amici e si sono messi a loro disposizione. Tanto, Padania o non Padania, in questi anni, i voti, i favori e pure i soldi dei calabresi gli sono piaciuti a tutti. Pure a quelli con la cravatta verde che dicono che i terroni puzzano e campano sulle spalle del Nord.

Controllano anche qualche circolo dell’Arci, alla faccia dei comunisti che fanno i convegni e le fiaccolate antimafia. Come a Paderno Dugnano che, quando ne hanno bisogno, lo usano pure per la riunione del “crimine”, l’incontro dei capi di tutti i “locali” della Lombardia. Era successo nell’estate del 2010, e lo aveva svelato proprio l’inchiesta “Crimine”, coordinata dai procuratori di Milano e Reggio, Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone, che aveva portato a 300 arresti tra la Lombardia e la Città dello Stretto. Se i carabinieri non ci piantavano cimici e telecamere, non l’avrebbe saputo mai nessuno. E chi lo poteva pensare che i mammasantissima della ‘ndrangheta si riunivano nel circolo dei no global?

Ormai la strada è fatta. Per il 41 bis di Pino Facciazza si può fare poco o niente. Ma si deve guardare avanti. Tanto, se vincono gli amici, quelli che hanno deciso di “puntare” alle elezioni, una raddrizzata a ‘sti giudici il nuovo governo gliela deve dare. Berlusconi qualche cosa per sistemare i suoi processi la deve fare e alla fine se la godranno pure loro. Così la pensano in famiglia. E con questo spirito si mettono al lavoro.

Con la compravendita dei deputati e la giravolta del ministro Mastella, alla fine di gennaio del 2008, il governo Prodi non c’è più. Tutti si preparano alla campagna elettorale. Gli uomini dei Piromalli che erano partiti in anticipo non si fanno prendere alla sprovvista. Aldo Micciché ora parla con Lorenzo Arcidiaco, il padre di Gioacchino. Il ragazzo – quello che dopo l’incontro aveva fatto colpo su Dell’Utri al punto da fargli dire che “ce ne vorrebbero centinaia come lui” – lo hanno arrestato all’inizio dell’anno. Non ci pensava più, ma doveva scontare qualche mese residuo di pena di una vecchia condanna per traffico di droga. Anche a Lorenzo, Aldo spiega cosa dire e come comportarsi: “… Fagli capire a Marcello… che c’è una tradotta di calabresi che votano a Milano… e tu gli dici che vai qui a nome di questi…”.

Gli argomenti sono seri. Dell’Utri sa di avere a che fare con uomini che hanno solo una parola. Scrupoli non se ne fa, nonostante tutti i casini che c’ha con il tribunale giù a Palermo. Ha pure la scorta della polizia che vede chi entra e chi esce dal suo ufficio. Ma a incontrare i Piromalli non rinuncia. Aveva già visto Antonio, il figlio di Facciazza. Poi Gioacchino, il cugino. E ora pure Lorenzo, uomo stretto dei boss. Si erano sentiti e visti diverse volte. Perché certe cose, vanno ragionate. E per farle pulite ci vuole tempo e pazienza. In fondo, stiamo parlando di voti, non di fissarie.

Con  la nuova legge approvata dal Parlamento, gli italiani votano anche all’estero. I voti degli emigrati servono come il pane. Soprattutto quelli del Sud America, dove i calabresi,i siciliani e i napoletani hanno invaso mezzo continente e creato vere e proprie colonie in Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela. Il destino di un governo, in Italia, lo possono decidere proprio loro, gli emigrati all’estero.

Dal 2006 al 2008 il governo Prodi, che al Senato è senza maggioranza, lo tiene in vita uno che in Italia nessuno sa da dove sia arrivato. In Argentina invece è uno di quelli che conta. Si chiama Luigi Pallaro e a Buenos Aires fa l’industriale. Era ancora un ragazzino quando era partito da San Giorgio in Bosco, un paese di seimila anime in provincia di Padova. Cercava fortuna e l’ha fatta. E’ pure diventato presidente della Camera di commercio della capitale. Per le elezioni del 2006 si è fatto una lista in proprio, Associazioni Italiane Sud America. Con gli amici ha organizzato una rete in tutto il continente ed è diventato senatore. Ora, ogni giornio, i giornali italiani e i partiti devono sapere che fa Pallaro. Pallaro vota o non vota? E’ in Italia o è rimasto in Argentina? E Prodi, il capo del governo, che può fare? Se Pallaro glielo chiede, gli deve finanziare anche gli emendamenti sulle feste degli italiani di Buenos Aires e la sagra organizzata dagoi abruzzesi di La Plata e quella dei siciliani di Rosario. Insomma, il governo pure è nelle sue mani.

Dell’Utri sa bene come funziona e mette in contatto Aldo Micciché con la segreteria di Azzurri nel Mondo, l’associazione voluta da Silvio Berlusconi per organizzare gli italiani all’estero. Dalla telefonata passata ad Aldo da Marcello nascerà un rapporto “bellissimo”. Così dice Aldo, ascoltato nelle cuffie del commissariato di Gioia Tauro.

Ma chi è la dottoressa che si affeziona a Micciché e con lui farà le liste del Pdl per l’America Latina? Se si va sul portale del Senato della Repubblica, la senatrice Barbara Contini risulta eletta come capolista del Pdl in Campania. Ora però è trasmigrata nel partito di Gianfranco Fini. Di professione è funzionaria internazionale. E lei il mondo lo conosce davvero. Si è occupata di management e affari dal Giappone al Bangladesh, dalla Thailandia al Cile. Poi, esperta com’è di mediazione di conflitti internazionali, ha battuto tutti i teatri di crisi, dalla Nigeria al Kenya, dal Senegal alla Mauritania, dall’Etiopia al Marocco. Con la cooperazione allo sviluppo, invece, è sbarcata in America Latina. E poi di nuovo in prima linea. Bosnia Erzegovina, Nassiriya, Darfur. Una vera esperta. Il presidente della Repubblica Ciampi, nel 2005, l’ha persino nominata Commendatore della Repubblica.

Lei però ha sempre avuto un rapporto diretto con la presidenza del Consiglio, specie con Gianni Letta, che in certe cose conta più di Berlusconi. Anche perché, dalle parti che bazzica lei, i Servizi segreti sono pane quotidiano, soprattutto il Sismi diretto da Niccolò Pollari. E di queste cose se ne è sempre occupato il sottosegretario.

In vista delle elezioni del 2008 è quasi naturale che il Cavaliere scelga lei per organizzare la rete azzurra mondiale. Insieme con Dell’Utri, che ha sempre avuto una certa dimestichezza con siciliani e calabresi di tutte le specie. E sono proprio quelli che più di tutti si sono ramificati, con successo, nel mondo. Chissà se il senatore ha spiegato all’esperta internazionale che Aldo Micciché in Venezuela è latitante da quasi vent’anni… Tra l’uomo dei boss e la futura senatrice l’amore politico scoppia a prima vista. Proprio a Caracas, dove Aldo prepara per lei cene e incontri con la comunità italiana e il fior fiore degli imprenditori caraibici.