Mafia-stato e Calabria. I Piromalli, la massoneria e Berlusconi: coppole e cappucci

Il libro-inchiesta sulla ‘ndrangheta “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta” di Francesco Forgione è una fedele ricostruzione degli intrecci che hanno consentito alla ‘ndrangheta di ramificarsi dappertutto. Dall’omicidio di Salvatore Pellegrino, detto uomo mitra, gli inquirenti hanno scoperto attraverso le intercettazioni cose incredibili sulla famiglia Piromalli. Nel 1975 l’allora ministro del Bilancio Giulio Andreotti è presente a Gioia Tauro per la posa della prima pietra del V Centro Siderurgico che non vedrà mai la luce ma soprattutto per dare un “riconoscimento ufficiale” ai Piromalli e insieme a lui c’è un personaggio incredibile, Aldo Miccichè, scomparso quqlche anno fa, il cui percorso è a dir poco rocambolesco e porta direttamente alla politica e al rapporto perverso mafia-stato. A Miccichè è stata commissionata una missione quasi impossibile dalla famiglia Piromalli della quale è diretta espressione: far togliere il carcere duro a don Peppino. E zio Aldo si mette al lavoro per cercare il ministro ma non sarà una passeggiata. Dopo il fallimento dei contatti con il ministro Mastella, incasinato per i problemi giudiziari suoi e della sua famiglia, Miccichè parte alla carica con quelli dell’Udc. Gentaglia al soldo del potere… Ma è chiaro che bisogna bussare alla porta di Berlusconi e dei suoi scagnozzi. 

dal libro-inchiesta “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta” di Francesco Forgione

Alla fine del 2007 l’aria politica sta cambiando. Gli uomini delle cosche lo hanno capito. Lo leggono sui giornali. Sentono gli umori della gente per le strade.
Il governo Prodi è cotto. Mastella, con le valigie in mano, è già in viaggio verso altri lidi. Non ha niente da perdere e, se fa cadere Prodi, un seggio al Parlamento europeo Berlusconi glielo farà avere.
Tocca a Miccichè, via Caracas, ricollocare la cosca nello schieramento politico giusto e prepararla alla campagna elettorale.

La famiglia non si schiera per ideologia. Per la ‘ndrangheta l’unica ideologia è il potere. E il potere significa ricchezza e impunità. Per questo occorre sentire sempre nell’aria chi vince e chi perde. Per non sbagliare a scegliere da che parte stare.
I vecchi amici democristiani vanno bene. Ma con ‘sta storia che devono stare al centro, dove possono arrivare? Ancora all’opposizione, mischiati con i comunisti, i sindacati e i trotzkisti?

A loro servono quelli che vanno al governo. Tanto, sempre pieni di democristiani sono, anche se si chiamano in un altro modo. Certo, ci sono pure un poco di ex fascisti. E che problema c’è? Con loro i rapporti ce li hanno dai tempi dei “boia chi molla”. Anche se se ne sono tenuti alla larga perché quelli erano problemi di Reggio, non della Piana. Con gli ex socialisti, invece, si capiscono dai tempi del V Centro siderurgico e della costruzione dell’autostrada. E poi con alcuni leader di Forza Italia come Fabrizio Cicchitto, pur non avendo mai avuto rapporti, loro pensano che, quando sarà il momento, possano anche capirsi per vecchie storie comuni. Cose di fratellanza!
Problemi, con la miscela politica che sta mettendo su Berlusconi con la nascita del Popolo della Libertà, la famiglia non ne ha.

Il feeling è antico e pure alcune frequentazioni. Come quella con Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo. Nel 1994 Sgarbi, prima ancora di essere eletto deputato come capolista di Forza Italia in Calabria, prese a cuore la sorte di Peppino, mussu stortu, che era andato a visitare nel carcere di Palmi. Chissà perché uno, prima di fare il capolista in Calabria, invece che incontrare i familiari delle vittime della mafia decide di incontrare il capo dei capi delle ‘ndrine calabresi.

Pure don Peppino, come Facciazza, il capo di oggi, del 41 bis non ne poteva più. Dopo le visite a Palmi a sua difesa vengono presentate interrogazioni parlamentari. Sgarbi parla in pubblico dei rischi per la salute di don Peppino, ma non compare tra i firmatari degli atti parlamentari. A quelli ci pensano i deputati radicali che nel 1994 appoggiavano Berlusconi, aderivano al gruppo di Forza Italia alla Camera e don Peppino lo conoscevano bene, visto che era iscritto al partito di Pannella.
E non era stato proprio don Peppino Piromalli, il capo dei capi della ‘ndrangheta, a schierarsi con il Cavaliere appena aveva deciso di buttarsi in politica?

I siciliani lo avevano fatto in silenzio. E gli era venuto naturale, visto che il partito di Forza Italia l’aveva organizzato uno come Marcello Dell’Utri che, amico stretto com’era con il boss Vittorio Mangano, li aveva frequentati da vicino.
Don Peppino invece lo vuole fare sapere a tutta l’Italia, “così chi non deve sbagliare non sbaglierà”.
Il boss è anche un uomo teatrale. Con i mezzi di comunicazione ha sempre avuto dimestichezza. Così l’appello al voto lo fa direttamente ai giornalisti durante un processo dalle gabbie del tribunale di Palmi.
E che poteva fare mussu stortu? Mettersi con l’altro schieramento politico, quello dei Progressisti? Quelli erano comunisti e avevano riempito le liste di sbirri e pubblici ministeri.
Tanto, che vinceva Berlusconi l’avevano capito tutti. E loro, sbirri a parte, che già gli facevano schifo, non erano gente che poteva stare con i perdenti.

Se ne era parlato persino in televisione, nel faccia a faccia tra il capo del Pds, Achille Occhetto e il Cavaliere. Occhetto aveva accusato il leader di Forza Italia di prendersi i voti della mafia e del boss Piromalli che aveva fatto l’appello a suo favore.
Berlusconi aveva risposto pulito. “Io il signor Piromalli non so chi sia”. E loro, non si erano offesi. Vero era! Anche perché, quando a metà degli anni ottanta i Piromalli si occupavano delle televisioni private e dell’arrivo di Mediaset in Calabria, non è che trattavano direttamente col Cavaliere. C’erano altri che trattavano per lui. Quello che conoscevano gli uomini vicini al boss era Adriano Galliani, che era il capo di Elettronica industriale, perché ancora Mediaset non era nata. Tramite lui avevano preso tutti gli appalti per mettere antenne e ripetitori.Pure tre morti c’erano stati, il proprietario di Tele Tauro, la televisione di Gioia e i suoi due figli. Poi la televisione l’aveva comprata la Fininvest e l’aveva data in gestione a un uomo della famiglia. Ma di questo, che ne potevano sapere a Milano? Questa però è un’altra storia e la racconteremo.
Il “nuovo che avanza”, come diceva uno dei primi manifesti del partito di Berlusconi, la famiglia lo fiuta sempre, si tratti di televisione o di politica.
Con Dell’Utri quindi, come si dice qui, basta mezza parola e si intendono.

COPPOLE E CAPPUCCI

C’è anche un altro legame che vogliono mettere a frutto. Non si dovrebbe dire. Ma non lo possono lasciare da parte proprio ora che le stanno tentando tutte per aiutare a Pinuzzu che è lì buttato in carcere. Ci pensa sempre Aldo: “Ho cercato la strada della Massoneria, per quanto riguarda eventualmente l’intervento di un giudice importante e vediamo se va pure questa! Non so che fare di più. Maledetto 41bis!”. 

Che un potere oscuro avvolga le istituzioni, a Reggio lo sanno tutti. Soprattutto al Palazzo di Giustizia. E tanti sono i compiacenti, i compartecipi, i collusi. L’aveva capito bene don Mommo Piromalli, il vecchio patriarca della famiglia, che assieme a suo fratello, Don Peppino, agli inizi degli anni Settanta aveva voluto creare la Santa. Una cosa nuova. Un super livello dove stavano assieme la crema dei boss della ‘ndrangheta, i capi delle principali famiglie, e la crema della massoneria. Da quel momento erano cambiate molte cose. Anche i gradi e le gerarchie della ‘ndrangheta, con la comparsa della nuova figura, di altissimo rispetto, del “santista”.

E chi erano quelli col compasso e grembiulino che si riunivano con i santisti? La bella società. Politici, notai, commercialisti, avvocati. E pure magistrati. A fargli compagnia un poco di sbirri e molti spioni dei Servizi segreti, che a Reggio intasano le strade. Grazie a questi rapporti, a Caracas, Aldo Miccichè viene informato in diretta su quello che fanno in procura e in tribunale a Reggio e a Palmi. Gli dicono pure: se i suoi ragazzi, a Gioia Tauro, possono parlare al telefono o se devono stare muti anche quando sono in macchina. Sbirri infami, mettono cimici dappertutto: “… Ho ricevuto una telefonata da Reggio, da persone che tu nemmeno ti immagini, molto ma molto in alto, dicono di stare molto attenti, sia la tua persona che quello…”. Il riferimento è al cugino, Antonio, che ormai è il reggente della cosca.

Gioacchino capisce al volo: “… Ma se io prendo una scheda a nome tuo, telefonica, è rintracciabile?”. Aldo lo mette in guardia: “Eh sì!… devo stare attento pure io, nel senso che a me dove sono non possono fare un cazzo… però sì, è pericoloso… bisogna stare attenti…”.

Il giudice Peppe Tuccio

Natale si avvicina. Gioacchino vuole invitare il nipote di Aldo a festeggiare con la loro famiglia e con quella di Antonio. Zio Aldo però teme che venga coinvolto nelle indagini che sono in corso. L’ha saputo proprio dal Palazzo di Giustizia: “… Stiamo attenti, stiamo attenti, che è venuta fuori una cosa… mi hanno chiamato… lo sai chi è Peppe Tuccio? Il Procuratore Generale della Repubblica… è come mio fratello, e Peppe Viola, sai chi sono questi?… è gente legata a me mani piedi e culo… e l’altro personaggio importantissimo di cui non ti faccio il nome per motivi facilmente comprensibili… mi hanno detto… digli al ragazzo di non muoversi tanto… Hai capito?”.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se sia tutto vero ma, purtroppo, l’inchiesta non andrà avanti e non ci saranno i riscontri sui comportamenti dei soggetti citati. Una cosa però è certa: le informazioni a Caracas arrivavano… ed erano esatte e dettagliate, persino nell’indicare le utenze telefoniche e le auto che polizia e carabinieri avevano riempito di cimici.

Dopo tre giorni, una nuova telefonata dipinge uno scenario ancora più inquietante: “… La situazione è molto più delicata di quanto pensavo… dobbiamo stare attenti… anche quello da dove parlo io credo che sia… devo parlare da altri telefoni… Ho avuto la nota, segretissima, proprio stamattina… l’ho avuta dall’Italia… su un certo fax… mi hanno detto che mi manderanno i numeri… ma ho capito che anche tu puoi parlare poco… ma proprio molto, molto poco. Mi hanno chiamato persone di primissimo piano… amici di vecchissima data… molto importanti, anche se sono in pensione, sanno quello che succede…”.

Ricevute le informazioni, prendono alcune precauzioni, ma sono costretti a parlare ancora al telefono. In fondo il Venezuela non è dietro l’Aspromonte. Pur volendo, non si può comunicare con i pizzini come i compari di Cosa nostra. L’unico a tacere è Antonio Piromalli, che è diventato quasi muto. Comunque, che ad avvertire delle cimici siano stati giudici in pensione, o spioni a doppio servizio, o chissà chi, in tutta questa telenovela una cosa è chiara: a Reggio non c’è un solo stato. 

Del resto, la storia di questa terra è piena di coppole e di cappucci. E questi ultimi, quando ti muovi, non sai nemmeno se ce li hai a fianco. E sennò perché proprio loro, i capibastone più importanti, avevano voluto creare la Santa? La ‘ndrangheta, di suo, già bastava e avanzava. Invece la Calabria è così. E’ tutto doppio, sfumato. Grigio e nebbia avvolgono ogni cosa. Lo stesso Stato, che quando te lo trovi davanti, in una caserma o in un tribunale, non sai mai se è quello giusto.

Per questo qui la massoneria è forte. E’ una strada per risolvere qualunque problema. Che questa strada sia passata dalle parti di Arcore, è scritto pure nei documenti del Parlamento e nella relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta sulla loggia P2 di Licio Gelli.