Rende, il Palazzetto dei Di Puppo e dei D’Ambrosio: prestanome per le imprese e parenti per la gestione. Bar e ristorante a Orlando Scarlato

I lecchini e i tirapiedi del sindaco massomafioso di Rende Marcello Mazzetta stanno pubblicando le patetiche motivazioni che il Tribunale del Riesame ha firmato (sotto dettatura e dopo la corresponsione del solito importo…) come base per la scarcerazione dell’uomo che sussurra alle banconote dentro le bustarelle. Ma i fatti sono ostinati e ci riferiscono che nelle carte del blitz di Gratteri mancava il tragicomico epilogo della gara per il Palazzetto, aggiudicata alla testa di legno dei Di Puppo e dei D’Ambrosio. Ma procediamo con ordine.

Tracciando le conclusioni sulla gravità delle accuse per il sindaco di Rende Marcello Manna, i pm della Dda di Catanzaro avevano già sottolineato con chiarezza e con largo anticipo rispetto al Gattopardo del porto delle nebbie di Cosenza soprattutto quelle del patto elettorale con i boss D’Ambrosio (Adolfo e Massimo) e Di Puppo (Michele e Umberto) e anche alcune differenze sostanziali nel suo coinvolgimento rispetto ai suoi scagnozzi, assessore Pino Munno in primis.

“Innanzitutto, l’ingresso di Marcello Manna nell’area delle captazioni di conversazioni è più limitato, registrandosi la sua diretta voce soltanto in poche (ancorché non trascurabili) intercettazioni. Per contro, però, il suo coinvolgimento nella illecita pattuizione è spiegato molto più chiaramente ed a più riprese dagli inequivoci interventi diretti dei fratelli D’Ambrosio (Massimo in prima battuta e Adolfo successivamente alla sua uscita dal carcere) soprattutto quando, una volta concluse le elezioni e cristallizzata la rielezione a sindaco del Manna, gli stessi fratelli D’Ambrosio sono impazienti di “battere cassa” richiamandosi espressamente agli accordi presi con Manna in campagna elettorale, quindi lamentando anche, con una certa insofferenza ed insistenza, il ritardo da parte dello stesso Manna nel mantenere le promesse…”.

Nelle carte del blitz di Gratteri si arriva con le intercettazioni fino all’inizio dell’anno 2020, quando ancora i lavori del Palazzetto non erano conclusi. Sarà nel corso del 2021, allora, che le promesse diventano realtà con la predisposizione del bando di gara per la gestione del Palazzetto dello Sport di Rende e l’aggiudicazione, a settembre 2021, della struttura a tale Christian Francesco Dodaro, che è davvero agevole individuare nella “persona pulita” chiesta dal Manna ai mafiosi non foss’altro perché è parente diretto dei fratelli Di Puppo. La madre del Dodaro, infatti, si chiama Giuseppina Di Puppo ed è la sorella del padre dei due Di Puppo.

“Le promesse – aggiungono i pm della Dda di Catanzaro – sono state veicolate dal Manna attraverso più canali e in particolare tramite Massimo D’Ambrosio, Pino Munno, Eugenio Filice, Orlando Scarlato, nelle occasioni in cui anche Marcello Manna ha accettato l’impegno elettorale dei D’Ambrosio in suo favore ben conoscendo la referenza criminale di tale gruppo (anche per essere notoriamente il Manna avvocato penalista del foro di Cosenza che diffusamente si è occupato delle vicende di criminalità organizzata su quel territorio) così aderendo consapevolmente all’attuazione di quel modello di condizionamento del diritto di voto e di “conquista” di consensi in suo favore da parte dei D’Ambrosio che, in forza della loro adesione all’associazione di ‘ndrangheta operante nel territorio di Rende, provvederanno ad indirizzare il voto dei consociati in favore di Marcello Manna…”.

Dagli elementi probatori raccolti fino all’inizio del 2020, emerge che all’accettazione di tale impegno elettorale, sia stata corrisposta dal Manna la promessa di utilità specifiche connesse all’affare del Palazzetto dello Sport di Rende all’epoca in corso di completamento e prossima inaugurazione; un’occasione di business in cui ricomprendere varie voci di guadagno, dall’assegnazione dei lavori di completamento della struttura ad imprese riconducibili di fatto ai D’Ambrosio, all’apertura e alla concessione a soggetti prestanome degli stessi D’Ambrosio di attività commerciali (locali, bar, tabacchi eccetera) all’interno del Palazzetto stesso ovvero eventualmente anche nell’area adiacente, cosiddetta “mercatale”.

In realtà, è agevole anche in questo caso verificare l’impegno delle imprese sotto il controllo dei D’Ambrosio e Di Puppo nei lavori di completamento del Palazzetto mentre per quanto riguarda il bar e il punto di ristorazione della stessa struttura, non serve veramente essere “scienziati” per verificare come tutti – ma proprio tutti – sapessero e sanno tuttora che il bar sta diventando addirittura ristorante e che è gestito direttamente da Orlando Scarlato, cugino dei D’Ambrosio e citato più volte nelle carte del blitz della Dda. Circostanze che, tuttavia, non hanno fatto parte della retata scattata il 1° settembre e che sono clamorosi e oseremmo dire pacchiani riscontri a  tutta l’attività di indagine della Dda di Catanzaro. E che adesso stanno venendo inevitabilmente alla luce, anche se per il momento limitate all’attività dello scadente Gattopardo di cui sopra. 

“Questa ricostruzione – aggiungono i pm della Dda di Catanzaro – consegue ad un ragionamento chiaramente indiziario ed a ritroso che non ammette alcuna ragionevole ricostruzione alternativa. Invero, rispetto alle captazioni proprie del periodo della campagna elettorale in cui si inizia a percepire l’interesse dei D’Ambrosio a sostenere Manna in ragione di una “parola” presa da quest’ultimo, ma non ancora perimetrata con esattezza, saranno poi gli elementi acquisiti successivamente alla competizione elettorale del 2019 a rendere chiari i termini del realizzato voto di scambio. Favorevole anche l’uscita dal carcere di Adolfo D’Ambrosio e la sua impazienza di ottenere quanto promesso, gli indagati si lasciano andare a ragionamenti più esaustivi quanto autentici. E infatti, in queste circostanze di tempo e di modo, non è consentito individuare alcun elemento da cui insinuare anche il solo dubbio che un personaggio criminale avveduto del calibro di Adolfo D’Ambrosio possa millantare ovvero lasciarsi andare in espressioni azzardate nei vari contesti ambientali e contenutistici in cui si registrano le conversazioni… “. A questo punto, visto e considerato che finalmente il Riesame ha “partorito” le motivazioni, ci auguriamo che la Dda di Catanzaro le confuti immediatamente con il ricorso alla Cassazione e ci tolga dai maroni Marcello Mazzetta e la sua banda.