Rende. Sandro Principe, il Cinghiale, Cavalcanti e la “ruota che gira”

Principe e il "pentito" Cavalcanti

di Gabriele Carchidi

E’ antipatico, è arrogante ma è sicuramente un Uomo. Con la U maiuscola. La magistratura ha emesso la prima sentenza sulle accuse che sono cadute addosso a Sandro Principe e che tuttora sono state alla base del processo Sistema Rende. Tre giudici del Tribunale di Cosenza (Stefania Antico, Jole Vigna e Urania Granata) hanno deciso che Sandro Principe nella sua attività politica non ha abusato del suo potere e non lo ha messo al servizio della criminalità. Questa è la sentenza di primo grado ma si tratta di una sentenza pienamente condivisibile.

Certo, lo sviluppo urbanistico di Rende l’ha mandato avanti con un “sistema” molto simile a quello di altre illustri e chiacchierate città, ma non era finito nell’inchiesta della Dda di Catanzaro. Non era legato all’urbanistica il processo a Principe. E la mafiosità legata solo alle cooperative Sandro Principe, com’era giusto da parte sua, l’ha contestata con tutte le sue forze.

Sandro Principe aveva scelto Ten per la sua prima “vera” intervista dopo i duri mesi passati agli arresti domiciliari nel 2016. Non c’è voluto molto per chi lo intervistava (due giornalisti tra i quali il direttore Attilio Sabato) a focalizzare l’aspetto-chiave della questione. Perché il suo grande accusatore, Vittorio Cavalcanti, lo ha sacrificato alla Dda? E, soprattutto, da chi è stato manovrato?

Principe è stato attenzionato dalla DDA (e quindi anche intercettato) dal 2007, da quando una serie di media vicini al Cinghiale, al secolo Tonino Gentile, hanno cominciato a martellare con le storie “mafiose” di Rende. Storie che hanno colpito due politici molto vicini a lui come Umberto Bernaudo e Pietro Ruffolo.

Principe, inutile girarci intorno, all’inizio è stato “salvato” dallo stato maggiore del Pd: Marco Minniti in primis ma anche Nicola Adamo e consorte. E poi ha indicato come suo successore Vittorio Cavalcanti. Ed è proprio qui che casca l’asino.

“Mi avevano detto che Cavalcanti non era proprio il soggetto ideale per quello che volevo – ha sottolineato – ma mi fidavo di lui. Quando poi ho capito che la sua personalità “soffriva” per la mia presenza, non sono più andato neanche al Comune e questo è stato il mio più grande errore. Non solo perché così ho tradito la fiducia di tante persone che mi avevano sostenuto ma anche perché in quei mesi, giocoforza, è nata quella architettura politico-giudiziaria che ha dato il via libera all’operazione contro di me. Del resto, il commissario che ha preso in mano il Comune di Rende è uno stretto collaboratore del ministro dell’Interno Alfano e sapete tutti chi sta con Alfano in Calabria…”.

Principe non fa il nome del Cinghiale ma in quei pochi secondi nei quali sembra quasi che stia per farlo, il gelo nello studio televisivo dove sta parlando si avverte nitidamente. E i due giornalisti che lo intervistavano (tra i quali sempre Attilio Sabato), che avrebbero potuto cogliere la palla al balzo per far uscire fuori la “notizia”, come da copione consolidato, cambiano discorso. Non solo fermano Principe che sta dicendo la verità e sta dando loro il “titolo principale” ma si autocensurano.

Io stesso, già nel 2007, avendo capito l’aria che tirava e trovandomi a lavorare in un media che si stava prestando alle manovre del Cinghiale contro Principe, gli dissi con chiarezza qual era il progetto di Tonino il furbo. E lui, fiutando il marcio, mi venne incontro dicendomi di abbandonare quel media (che era La Provincia cosentina), di non mettermi con quella gente e di andare a svernare per un anno, come consulente, proprio da lui al Comune di Rende (c’era Bernaudo, che era lo stesso).

E’ stata l’unica volta che un politico mi ha “concesso” un incarico istituzionale e non me ne sono mai pentito. Perché non sarei mai riuscito a lavorare sapendo di essere funzionale a Tonino il Cinghiale. E tra i due, Tonino e Sandro, non c’è paragone. Uno è quello che è. Principe, pur con tutti i suoi difetti, rispetto al Cinghiale è oro prezioso.

Sandro Principe, poi, non è un ipocrita e così a quei due giornalisti che lo stavano intervistando (e uno dei due – lo ribadiamo – era Attilio Sabato), gliele ha cantate di brutto. Perché comunque agitavano sempre la figura di ‘sto Cavalcanti, che è chiaramente il “pentito” della situazione e, ad un certo punto, quasi quasi se la sono chiamata loro stessi la mazzata in testa. E così Principe, proprio in quell’intervista, ricordava loro qualche “fatto privato” che si riferiva agli anni passati e li vedeva protagonisti.

Pur di non far uscire fuori le responsabilità politiche dei guai giudiziari di Principe, hanno preferito prendersi le randellate di Sandro ed evitare quelle (ben più pesanti) del Cinghiale, che quando è ferito (Umbertino docet) è imprevedibile. Ma la bufera, meno di tre anni dopo, è passata. Principe è stato di nuovo in corsa per tornare sindaco di Rende, il Cinghiale ha sostenuto un politico-banderuola che ha cambiato “otto partiti in otto anni” passando al secondo turno con Principe ma senza successo perché il sindaco uscente ha vinto dopo aver messo al pubblico ludibrio il suo avversario grazie alla collaborazione del solito Sabato con una “falsa diretta” televisiva.

Ma anche perché si è buttato nelle mani di Palla Palla e Capu i Liuni imbarcando sulla sua nave una pletora di impresentabili finendo anche lui, tuttavia, nel mirino della DDA e con i tempi che corrono non c’è certo da stare tranquilli solo perché Adamo, il simbolo della corruzione, ha presentato un esposto (!) al Csm contro Gratteri. Perché la vita, si sa, è una ruota che gira e prima o poi presenta il conto. A tutti. Nessuno escluso…

Non saremmo, tuttavia, esaustivi nel ricordare queste vicende se non accennassimo anche a una vicenda che ha avuto la sua importanza nel prcesso.

Il cd contenente alcune importanti intercettazioni improvvisamente è sparito dal porto delle nebbie di Cosenza – che non a caso si chiama così -, non si è più trovato e le captazioni contenute nel dispositivo informatico non sono state utilizzabili nel procedimento.

Il pm Bruni, oggi procuratore capo a Paola ma all’epoca pubblico ministero della Dda di Catanzaro che firmò l’inchiesta, aveva richiesto di poter acquisire il brogliaccio relativo alle intercettazioni andate disperse e non riportate su supporto informatico. Il «cd contenente le intercettazioni non è stato rinvenuto», ma per il pm si sarebbe trattato «di un ostacolo superabile, producendo nella successiva udienza la trascrizione della pg su supporto cartaceo». A supporto della richiesta, Bruni aveva anche prodotto due sentenze della Corte di Cassazione. I legali difensori degli imputati si sono fermamente opposti alla richiesta del pm, sostenendo che in assenza della bobina non è dato procedere alla verifica della correttezza del contenuto della conversazione. Il collegio giudicante (Giudice Stefania Antico, a latere Urania Granata e Iole Vigna) ha rigettato la richiesta avanzata da Bruni e dunque alcune delle captazioni più importanti dei testimoni non sono state ammissibili e nel procedimento non sono state utilizzate come prove a sostegno della tesi dell’accusa. E’ giusto anche ricordare questa vicenda, che ha avuto evidentemente grande importanza nel giudizio finale sugli imputati.