«La resa di Maduro? Sembra un accordo tra chavismo e Usa»

Parla l’autore e giornalista venezuelano: «L’ipotesi di un’intesa con settori bolivariani si fonda sulla facilità della cattura. Il raid è un precedente devastante per la regione». 

di Andrea Cegna

Fonte: Domani

Non ci sono molti applausi per Trump in Venezuela. Neppure da parte di chi è schierato contro Maduro, e Chavez. A denunciare la gravità della situazione e le manovre di guerra di Trump è anche Alberto Barrera Tyszka, scrittore, narratore, giornalista e sceneggiatore venezuelano nato a Caracas, noto per i suoi romanzi, racconti e cronache. È stato insignito di importanti premi letterari, tra cui l’Herralde e il Tusquets. Attualmente risiede  in Messico ed è editorialista del País e del New York Times.

Nonostante le sue critiche al chavismo l’aggressione la preoccupa?

Sì, continuo a essere critico nei confronti del chavismo. Tuttavia, l’intervento statunitense mi appare estremamente grave e rappresenta un precedente devastante per l’intera regione. Si tratta di un’azione armata unilaterale che Donald Trump ha messo in atto in modo arbitrario: questo, di per sé, è inaccettabile. Trump è un presidente pericoloso. Allo stesso tempo, nella conferenza stampa in cui il tycoon ha presentato i fatti emerge una componente quasi fantastica. Parla come se il Venezuela fosse stato “liberato” e come se la crisi fosse già stata risolta. È una rappresentazione profondamente irrealistica, quasi magica, della realtà venezuelana, una realtà che Trump dimostra di non conoscere affatto, come si evince dal suo linguaggio. Attenendosi alle sue dichiarazioni risulta evidente che l’intervento vero e proprio deve ancora arrivare. Trump parla del Venezuela come fosse una futura colonia, usando deliberatamente questi termini.

Pensa che ci sia stata una trattativa con parte del bolivarismo?

È ancora difficile stabilire se vi sia stata o meno una negoziazione con settori del chavismo. Tuttavia, diversi analisti e osservatori insistono sulla possibilità che una qualche forma di negoziazione abbia avuto luogo. L’ipotesi si fonda sulla rapidità dell’operazione e sulla sorprendente facilità con cui è avvenuta la cattura di Maduro. Tutto ciò alimenta l’ipotesi di una consegna negoziata. In questo momento, però, siamo in una fase di profondo disorientamento: nelle strade non si registra né una celebrazione né una mobilitazione di
resistenza. Il chavismo non è mai stato un blocco monolitico e, ancor meno, lo è oggi in assenza di Maduro. Esistono diverse fazioni, con poteri, interessi e livelli di controllo differenti, e questo rende qualunque ipotesi negoziale estremamente articolata.

La cattura di Maduro è stata giustificata con l’accusa di narcotraffico…

Il tutto va letto come giustificazione giuridica interna al sistema statunitense. Serve a Trump per costruire una legittimazione legale in relazione ai vincoli istituzionali, al Senato e alla magistratura federale. Il dossier sul narcotraffico contro Maduro e sul Cartello dei Soli è il risultato di un lavoro di lunga durata ed il coinvolgimento del procuratore di New York è la cornice. Sono stati arrestati e condannati due ex militari venezuelani, El Pollo Carvajal e Clíver Alcalá Cordones. Non è chiaro se abbiano negoziato o meno, ma è evidente
che esisteva un impianto accusatorio già pronto, che ha fornito la base legale per l’operazione. Non sappiamo se questa strategia produrrà gli effetti sperati, ma il narcotraffico funge da strumento giuridico e politico. Non so se lo schema sia replicabile. La Colombia ha indubbiamente un problema strutturale legato al narcotraffico, ma non credo che rappresenti una priorità strategica per Trump. Nel caso venezuelano esiste un interesse specifico e diretto, che distingue nettamente il Venezuela da Cuba: il petrolio. Cuba, semplicemente, non offre lo stesso interesse economico.

Siamo di fronte a una nuova “dottrina Monroe”?

È certamente una possibilità. Dopo anni di disattenzione da parte delle amministrazioni democratiche verso l’America Latina, Trump sembra concepire la geopolitica in termini di controllo diretto della propria area di influenza. Il suo obiettivo appare quello di riaffermare l’egemonia statunitense nella regione e di contrastare la presenza cinese e russa in tutto il continente. L’attacco stabilisce un precedente molto rilevante per l’intera regione. Se Trump sta in qualche modo inaugurando un nuovo tipo di diplomazia fondata sull’uso della forza, ci troviamo di fronte a un ritorno alla logica della coercizione e a una rottura, almeno parziale, con quelle forme e quelle prassi che hanno caratterizzato per lungo tempo la politica estera statunitense nel corso del Novecento.