Spezzano Sila come laboratorio del clientelismo più becero: il “caso Monaco”

La Presila come laboratorio del clientelismo: il “caso Monaco”

Comitato Spezzanese

Che la Calabria, per il Partito Democratico, sia un vero e proprio Vietnam politico non è una novità: promesse, retorica e buone intenzioni si infrangono da anni contro pratiche amministrative opache e una gestione del potere lontana dai valori storicamente rivendicati dalla sinistra. Ma quando queste dinamiche vengono riprodotte proprio da chi fa politica in luoghi che portano il nome di Fausto Gullo – che del cooperativismo fece una pratica collettiva di lotta e partecipazione e del lavoro cooperativo uno strumento di riscatto, consapevolezza e appartenenza comunitaria – allora non siamo di fronte a una semplice inefficienza amministrativa. È qualcosa di diverso, e molto più grave. Tuttavia, si pensava che esistesse almeno un limite alla deriva morale di alcune amministrazioni locali.
Il caso dell’amministrazione comunale Monaco di Spezzano della Sila mostra che quel limite non è mai stato realmente posto.

Qui non siamo di fronte a singoli episodi o a fisiologiche storture amministrative, ma a un sistema. Un sistema che, pur muovendosi spesso ai margini della legalità formale, produce effetti devastanti sul piano etico, sociale e democratico. Il meccanismo è tanto semplice quanto pericoloso: l’amministrazione pubblica rinuncia di fatto a svolgere le proprie funzioni. Manutenzione del verde, gestione dei parcheggi, accoglienza, assistenza agli anziani, cura degli spazi pubblici: tutti questi ambiti diventano di fatto competenza esclusiva delle cooperative, quasi sempre riconducibili all’orbita Monaco (e compagni). Quando quelle esistenti non sono sufficienti, se ne creano di nuove. Non si tratta di un intervento mirato a migliorare i servizi o a pianificare soluzioni strutturali – come un piano di zona o l’internalizzazione definitiva di un servizio – ma di un vero e proprio surrogato dell’amministrazione. Affidando alle cooperative ciò che dovrebbe essere ordinario servizio comunale o pura imprenditoria privata, l’amministrazione ottiene più rsultati simultanei: riduzione dei costi, nuovi posti di lavoro precari e sottopagati, controllo dei fondi pubblici da parte di soggetti “di fiducia”, alimentazione di bacini clientelari, esternalizzazione dei rischi, dei conflitti e delle responsabilità. In questo modo, ciò che dovrebbe essere un diritto o un servizio collettivo si trasforma in uno strumento di potere politico e di gestione discrezionale delle risorse.

A pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i lavoratori. Decine di famiglie che svolgono attività indispensabili per la collettività non ricevono uno stipendio dignitoso, ma compensi irrisori, spesso mascherati da rimborsi o collaborazioni precarie. Il lavoro, anziché essere un diritto, diventa una concessione: una merce di scambio in cui chi ne esce penalizzato continua a essere il cittadino, costretto persino a ringraziare per l’“opportunità” ricevuta. Ma non si tratta solo di consenso elettorale. Il sistema genera anche profitti. Le cooperative, formalmente senza scopo di lucro, producono surplus che non torna alla collettività.

Attraverso compensi dirigenziali, consulenze, incarichi incrociati e strutture opache, una parte significativa dei finanziamenti pubblici resta nella disponibilità dei gestori. Gestori che, per essere chiari, coincidono spesso con il sindaco, assessori, consiglieri o con le rispettive cerchie di riferimento. I risultati di questi magheggi sono sotto gli occhi di tutti: incarichi amministrativi senza esperienza politica alcuna, gestione delle cooperative, parchi auto personali da capogiro, stili di vita radicalmente mutati nel giro di pochi mesi e un potere territoriale capillare, pervasivo, quasi tentacolare.

Serve personale per un parco pubblico? Cooperativa. E quindi voti. Serve qualcuno per tagliare l’erba? Cooperativa. E quindi guadagni extra. Serve la gestione dei parcheggi? Cooperativa. E quindi altro lavoro precario e ricattabile. In questo contesto, parlare solo di “opportunità politica” è riduttivo. Il problema è ben più grave: siamo di fronte a un intreccio che richiama categorie come voto di scambio, traffico di influenze e gestione distorta di finanziamenti pubblici. Anche quando non emergono reati penalmente evidenti, resta un fatto incontestabile: la normalizzazione di un sistema clientelare che svuota la funzione pubblica e trasforma il bisogno sociale in strumento di potere.

In una provincia in cui l’azione giudiziaria appare spesso inefficace perché costretta a inseguire illegalità frammentate, formalmente corrette e politicamente protette, la dignità umana si consuma nel silenzio e il diritto viene quotidianamente calpestato. Si pensava di aver toccato il fondo con la gestione di SPRAR, CAS e case famiglia. Ma la mala politica dimostra, ancora una volta, di non avere limiti di decenza. Le mani sulle prossime elezioni sono già tese e il copione rischia di essere una replica delle tornate precedenti.
Chi rivendica il diritto al lavoro, a un salario dignitoso e garantito, chi invoca giustizia sociale, dovrebbe tenere conto di tutto questo. Perché questo sistema regge finché c’è denaro pubblico da distribuire. Quando finirà, resteranno il deserto amministrativo, famiglie impoverite e paesi sempre più spopolati. I giovani, in fondo, lo stanno già gridando: a queste condizioni, non vogliono restare. Ma il vento del cambiamento non soffierà nemmeno quest’autunno: salvo imprevisti, il Monaco ter si farà.

Comitato Spezzanese