Dal 30 dicembre scorso abbiamo iniziato a pubblicare la lunga relazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi indirizzata al presidente della Repubblica che ha determinato lo scioglimento del comune di Altomonte per infiltrazioni mafiose. In questa relazione non erano specificati i nomi e i cognomi ma chi conosce il territorio aveva già decifrato i profili – oltre che del sindaco Coppola noto a tutti – anche degli imprenditori, degli assessori, dei consiglieri e persino dei dipendenti comunali che sono protagonisti di queste squallide vicende. Oggi, come promesso, iniziamo a tratteggiare i “ritratti” e le “prodezze” dei personaggi coinvolti.
Nella relazione del ministro Piantedosi viene messo nero su bianco che “… organizzazioni malavitose hanno inciso fortemente sull’andamento amministrativo e politico-gestionale del comune di Altomonte. Soprattutto interferenze operate da un imprenditore, il quale, come emerge da numerose indagini, “è un personaggio notoriamente legato alla locale criminalità organizzata rappresentandone l’ “espressione imprenditoriale”. La pericolosità del soggetto si evince anche dal fatto che negli ultimi anni è stato destinatario della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di 5 anni, disposta dal tribunale di Catanzaro con obbligo di soggiorno nel comune di residenza e della confisca di numerosi beni di sua proprietà, nonché di un provvedimento preventivo antimafia della prefettura di Cosenza…”.
Siamo davanti a tutti gli effetti all’identikit di Giuseppe “Peppino” Borrelli, 55 anni, altomontese doc. “quello dei rifiuti e del caffè Altomonte” dicono in paese dove ovviamente tutti lo conoscono e lo vedono perché adesso ha l’obbligo di soggiorno proprio nel borgo cosentino. Come vedremo. Borrelli ha entrature parentali inequivocabili a Cassano Jonio, il cuore pulsante della ‘ndrangheta nella Piana di Sibari, ed è l’ultimo volto imprenditoriale di ritenuto stampo criminale. Insomma, un “pezzotto” di rilievo, non c’è che dire.
IL CAPO DELLA BANDA: PEPPINO BORRELLI
Borrelli, ritenuto dagli inquirenti vicino alle cosche operanti nella Sibaritide e destinatario di due interdittive antimafia, a dicembre del 2021 era stato anche arrestato insieme ad altre sette persone e accusato, a vario titolo, di traffico e smaltimento illecito di rifiuti e di truffa in un’inchiesta della Dda di Roma. Qualche mese dopo, a luglio del 2022, aveva subito un maxi sequestro di beni per un valore totale di ben 22 milioni di euro.
Il sequestro ha riguardato la totalità delle partecipazioni di 11 società, con sedi rispettivamente in Altomonte, Roma, Cassano allo Ionio, San Lorenzo del Vallo, attive in diversi settori merceologici, e in particolare, nella raccolta, stoccaggio, trasformazione e smaltimento di rifiuti, edilizia specializzata, torrefazione, trasformazione e commercializzazione, all’ingrosso e al dettaglio, di caffè e prodotti affini, supermercati, compravendita immobiliare, servizi pubblicitari e marketing, compravendita e noleggio di autovetture e veicoli in generale e da corsa, produzione di birra artigianale con somministrazione e ristorazione, costruzioni di edifici residenziali e non, trasporto di merci su strada, ‘assunzione di appalti pubblici e privati per la progettazione e costruzione di opere’, fabbricazione e messa in opera di prodotti bitumosi. Sigilli anche a 58 veicoli industriali e non, anche di grossa cilindrata, nella disponibilità del compendio aziendale e una villa di circa 400 mq, con annesso opificio e 90 rapporti finanziari.
Borrelli era finito in carcere nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Procura distrettuale antimafia di Roma su una serie di presunti eco-reati: traffico e smaltimento illecito di rifiuti e truffa, le accuse, a vario titolo, nei suoi confronti e d’altre 7 persone arrestate assieme a lui.
Le intercettazioni con l’imprenditore sibarita Bauleo
«Festeggia: Roma Capitale è nostra, l’abbiamo vinta». La frase fu pronunciata da Borrelli nel corso d’una telefonata – intercettata – con l’imprenditore edile della Sibaritide Pasquale Bauleo, attuale presidente del Consorzio “Technology Altomonte 2000” che gestisce la centrale elettrica “Edison” di Altomonte.
La festa era quella per l’aggiudicazione d’un appalto per lo smaltimento dei rifiuti nei campi rom di Roma, all’epoca della giunta capitolina guidata dalla sindaca Virginia Raggi. Un affare milionario finito nelle sue mani.
Borrelli s’era trasferito nella Capitale nel 2016. Nel Lazio acquistò un’azienda locale in difficoltà economiche, aggiudicataria d’appalti pubblici per servizi di video-ispezione, spurgo di fognature e lavori di manutenzione degl’impianti fognari eseguiti negli immobili dell’Ater di Roma (l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica della provincia).
Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalla Procura antimafia di Roma, quelle imprese avrebbero «in modo scellerato sversato tonnellate di rifiuti liquidi all’interno di pozzi preposti alla raccolta delle acque nere lucrando sul risparmio ottenuto rispetto allo smaltimento regolare presso centri autorizzati».
Da qui il profitto ottenuto, grazie alla «differenza tra lo smaltimento nelle discariche autorizzate e quello avvenuto nei pozzi fognari aziendali praticato a costo zero; quasi giornalmente, al rientro in sede, i mezzi aziendali sversano all’interno dei pozzetti presenti innumerevoli quantitativi di rifiuti liquidi». E quegl’ingenti proventi accumulati, Borrelli li avrebbe subito reinvestiti nella Sibaritide.
Le parentele e le affinità ’ndranghetiste
Un’informativa del Commissariato di polizia di Castrovillari descrive Borrelli come «imprenditore contiguo alla cosca “Forastefano-Faillace” ed alla cosca “Bevilacqua-Abbruzzese”».
Il 57enne, infatti, è stato convivente di Maria Giuseppina Forastefano (dalla quale ha avuto due figli), già moglie del boss Federico Faillace ucciso in un agguato mafioso nell’agosto del 2009, ma sarebbe stato legato pure a Sonia Bevilacqua prima di mettersi con una donna d’origine straniera.
A svelare, poi, i rapporti tra Borrelli e i Forastefano, era stato il testimone di giustizia, originario di Torano Castello, Alfio Elmiro Cariati, nell’ambito della maxi-inchiesta antimafia “Omnia” del 2007.
Francesco Faillace (figlio dell’allora compagna di Borrelli), secondo quanto dichiarato da Cariati, «aveva acquisito un ruolo preminente nell’aggiudicazione dei lavori di fornitura di cemento, in quanto gestiva un cementificio insieme al “patrigno”». Faillace fu poi arrestato.
Giuseppe Borrelli è legato pure alla famiglia ‘ndranghetista dei Sibarelli. Ecco come: Michele Sibarelli, figlio del noto pluripregiudicato Antonio Sibarelli, è il fidanzato d’una delle figlie di Borrelli e considerato un suo prestanome.
Nel 2009, la Questura di Cosenza aveva sequestrato dei beni riconducibili a Francesco Faillace, alla madre Maria Giuseppina Forastefano e al patrigno Borrelli. Benchè non fosse stato coinvolto nell’operazione “Omnia” ed avesse soltanto qualche piccolo precedente, nel 2016 la Prefettura di Cosenza aveva spiccato due interdittive antimafia nei confronti delle sue aziende, per la presenza d’elementi tali da ritenere la sussistenza di «comprovati tentativi di infiltrazione mafiosa nelle società “Giuseppe Borrelli Group Srl” di Cassano Jonio ed “E-log Srl” di Rossano, aggiudicataria di un appalto per il servizio di gestione dei rifiuti urbani nel Comune di Castrovillari». E fu proprio dopo questi fatti che Borrelli decise di cambiare aria, trasferendosi nella Capitale…










