Catanzaro, esplode (a Messina) il bubbone Fondazione Betania: tutte le colpe di Bertolone

La sventura si è abbattuta sul cielo di Catanzaro, la città del sistema complice con la Chiesa inquinata che ha trovato nel vescovo massomafioso Vincenzo Bertolone il suo migliore testimone. Molti la definiscono sventura, soprattutto gli ambienti della curia che ormai orfani del capo ‘ndrangheta sanno di avere il culo al vento, caratteristica tipica della città di Catanzaro. Noi, senza volere essere profetici e presuntuosi, la chiamiamo Misericordia, quella planata come le piaghe d’Egitto per una volontà superiore che ha strappato i veli e le complicità che hanno ferito a morte la Chiesa di Catanzaro.

«Nello zaino spirituale con cui sono venuto qui porto però il senso vivo della responsabilità. Sarei uno sciocco a non tenere conto della situazione, è inutile nasconderci dietro un dito, tutti sappiamo che questa comunità sta vivendo un momento drammatico, forse uno dei più delicati della sua storia. E pertanto avverto la responsabilità di accompagnare una comunità che vive un momento particolare. Tuttavia sono altrettanto certo che i grandi passaggi della storia di una comunità, anche i passaggi di crisi hanno una valenza salvifica.

Io credo che questo momento drammatico della storia di questa comunità possa essere una stupenda occasione di rinascita, di ritrovare l’essenziale, l’essenziale del Vangelo. Sicuramente ho accettato non confidando solo nella Grazia di Dio ma confidando anche nella sicura disposizione positiva di questa comunità. Sono certo, e me ne sto accorgendo in questi primi giorni, che la Chiesa di Catanzaro-Squillace è una Chiesa bella, piena di carismi, di doni, di splendide persone, è una Ferrari questa Diocesi, è una comunità che ripartendo avrà grandissime personalità. Tutto è nelle mani di Dio, nella Grazia sua, ma anche nella buona volontà di ciascuno di noi.

Invito tutti a non indietreggiare davanti alla disponibilità che abbiamo di offrire il nostro contributo per ricominciare dopo la stagione invernale del Covid e pur in mezzo a tante difficoltà me a dispiegare tutte le possibilità che la storia ci mette davanti. Con fiducia sono venuto qui, ma sono venuto anche con gioia, perché questo tempo in attesa del nuovo pastore è colmo di speranza»…

Con queste parole monsignor Angelo Panzetta, arcivescovo di Crotone-Santa Severina ha tracciato una linea di confine come amministratore apostolico della Diocesi di Catanzaro-Squillace. Il suo messaggio è suonato forte e chiaro al clero ed alla comunità dei fedeli perché linea netta di demarcazione dal passato verso un futuro che facendo ammenda dei suoi peccati, quelli principalmente ascrivibili al vescovo fuggiasco Vincenzo Bertolone, deve riprendere un suo percorso ed un dialogo fondato sul Vangelo, senza compromissioni ed accomodamenti con cappucci e grembiuli, o peggio ancora con sacerdoti votati all’affarismo sfrenato ed immorale.

Non ha citato il nome di Belzebù con le insegne vescovili lordate di sangue e di massomafia monsignor Angelo Panzetta restando nel solco della diplomazia vaticana, ma ha parlato di un solo futuro da scrivere insieme e citando don Primo Mazzolari, ha affermato: «Chiesa di Catanzaro-Squillace, hai un libro, hai un croce, alzati in piedi, recupera la tua dignità e sii missionaria nel regno di Dio e di questo i tempo difficile ma talmente pieno di possibilità, quelle che la Grazia di Dio mostrerà a ciascuno di noi».

Capitolo chiuso verrebbe da dire, ma come sempre la storia ritorna con tutto il suo carico di responsabilità e di complicità, ecco perché il cielo si addensa di sventura o di Misericordia, come abbiamo avuto modo di dire…

Ci sono due fatti significativi, diversi nella latitudine, ma che si ricollegano alle vicende della curia di Bertolone, rimettendo sul piatto una serie di responsabilità e di crimini, anche sanitari, sui quali per benevolenza e certamente per insabbiamento, non sembra che la magistratura abbia effettuato le dovute verifiche. Parliamo di morte; di soggetti che sono stati reclusi prima per effetto del Covid ed abbandonati dopo; di consolidati sistemi di aggiramento delle responsabilità sanitarie; di comprovati metodi di truffa al sistema sanitario nazionale; di una criminalità prettamente economica dove le persone, intese come essere umano, valgono meno del profitto. Questa è stata la regola imposta e coperta dall’infedele seguace degli Apostoli, Vincenzo Bertolone, che ha preferito voltarsi da un’altra parte, distruggendo un patrimonio ed una storia scritta nel solco dell’etica della Chiesa e della sua dottrina sociale. Questa storia che ritorna ha un nome: Fondazione Betania.

Oggi – ieri per chi legge – il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa nel suo tour calabrese ha fatto visita a Fondazione Betania, in quel di Via Molise a Catanzaro ricevuto dal suo presidente il dottor Tonino De Marco e dallo staff dirigenziale non escluso qualche massone di comprovate capacità sanitarie con tratti criminali, quelle benedette e coperte dal vescovo Vincenzo Bertolone amico della massomafia e postulatore della regola: silenzio e omertà.

Qui si impone di fare un passo indietro cercando di chiarire i contorni della vicenda di Fondazione Betania, quella organica alla presenza di Tonino De Marco, succeduto alla carica di presidente ad un altro “miracolato” della curia di Catanzaro, figlio della provetta massomafiosa, l’inutile arcivescovo di Corigliano-Rossano, mons. Maurizio Aloise.

Tonino De Marco è l’uomo di Agenda Urbana al comune di Catanzaro ed alla Provincia di Catanzaro sotto il regno del sistema Catanzaro dell’Abramo IV. E’ il “direttore scientifico” di un istituto di ricerca – inesistente – dalle dimensioni comunali e provinciali, è il patron delle sistemazioni di favore con possibili parentele nella giunta comunale del capoluogo di regione, ma è stato nel contempo consigliere delegato di Fondazione Betania Onlus. Fu improbabile Re di maggio come candidato a sindaco della città nel 2017 guidando la coalizione del “piccolo centro”, che cercava di scompaginare le carte per la riconferma di Sergio Abramo, ritirandosi in corso d’opera al grido di “possibili” condizionamenti sospetti al comune di Catanzaro. Ricomposta la diaspora, si è tranquillamente accomodato  ai posti di comando, quel premio di consolazione, da dove ancora oggi guida i finanziamenti di Agenda Urbana, quelli che incrociano anche il denaro pubblico per il welfare. Già qui bisognerebbe fermarsi e porsi una domanda: è compatibile l’ubiquità di Tonino De Marco fra Enti pubblici e la rappresentanza di una struttura sanitaria privata ed accreditata? C’è un conflitto di interessi macroscopico che sempre secondo la regola del sistema Catanzaro, qualcuno fa finta di non vedere? La risposta la aspettiamo.

Facciamo a questo punto un altro pit-stop e torniamo all’altro fatto che sempre si ricollega alla storia della curia di Catanzaro, quella a trazione massomafiosa del vescovo Vincenzo Bertolone ed alla sua vittima, da lui distrutta nel valore morale ed economico, che si chiama sempre Fondazione Betania. Ieri nella tarda mattinata viene battuta la notizia: «I finanzieri del Comando Provinciale di Messina stanno dando esecuzione ad un’ordinanza emessa dal Tribunale peloritano che dispone, nei confronti di tre indagati, la misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali e di ricoprire incarichi apicali nell’ambito di imprese e persone giuridiche, per la durata di quattro mesi, nonché il sequestro di liquidità finanziarie per oltre 3 milioni di euro nei confronti di 7 strutture private convenzionate, provento del reato di truffa aggravata in danno del Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente sono 25 gli indagati, a vario titolo, tra funzionari pubblici dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, responsabili apicali e dipendenti delle nominate strutture private convenzionate, titolari delle più conosciute ed importanti case di cura operanti nella città dello Stretto».

Lo scrive la Gazzetta del Sud online delineando i fatti ed i responsabili dell’operazione denominata “D.R.G.”, che vede coinvolti responsabili apicali dell’Asp di Messina come soggetti funzionali e complici di un articolata truffa consumata ai danni dello Stato che coinvolge una serie di cliniche del territorio operanti in accredito al Servizio Sanitario Nazionale. Proprio sulla base del D.R.G. attribuito, quindi, in funzione delle risultanze della Scheda di Dimissione Ospedaliera (in sigla S.D.O.), parte integrante della cartella clinica, ogni singola Regione prevede la tariffa da rimborsare alla casa di cura privata convenzionata, gravante sul Servizio Sanitario Nazionale, così risultando centrale la relativa attività di verifica, per norma attribuita ad un Nucleo Operativo di Controllo interno all’ASP competente per territorio.

Scrive la Guardia di Finanza: «[…] è emerso un “articolato e collaudato meccanismo fraudolento, finalizzato a far lievitare artificiosamente l’entità dei rimborsi corrisposti dal sistema sanitario», un dato riscontrato dal controllo di 723 cartelle cliniche, delle quali ben 591 presentavano anomalie, con una percentuale di incidenza pari all’81,74% evidenziando una radicata connivenza tra controllore e controllato. Una vecchia storia delle truffe alla sanità italiana, ma l’aspetto che più ci colpisce, e che si ricollega ai fatti della città di Catanzaro, è che nell’indagine finisce a piè pari il Gruppo Giomi che dovrebbe rilevare le attività socio-sanitarie di Fondazione Betania, che sempre secondo le risultanze della Guardia di Finanza di Messina ha beneficiato di un indebito rimborso pari a €.423.934,00 attraverso la Cappellani Giomi S.p.A. e la Giomi S.p.A.

C’è un altro aspetto che ripercorre la strada del metodo di truffa, lo stesso che resiste ed esiste anche in terra di Calabria, quello che superato lo Stretto vede a Messina indagato anche il direttore sanitario della Cappellani Giomi S.p.A., che in complicità con la dirigente dell’Asp locale e dei componenti/ispettori del Nucleo Operativo di Controllo alteravano i risultati dell’attività. Ovvero non fare rilevare in sede di ispezione delle case di cura sempre su indicazione dei vertici dell’Asp di Messina, come ad esempio allorquando disponeva di non verbalizzare carenze di personale in orario notturno “…no, non scriverla come criticità…non la…non la scrivere...” ovvero ancora in ordine alle modalità di intervista dei pazienti circa la qualità del servizio offerto, allorquando suggeriva che tale attività venisse svolta in presenza del direttore sanitario, così da condizionare i pazienti nelle risposte che avrebbero fornito “…fate delle interviste ai pazienti…insieme al direttore sanitario…[..]..però fallo col direttore sanitario cosi hanno una remora nel ..ok ci siamo capiti!…”.

«Restaurare il passato ci uccide» questo è il monito di Papa Francesco sull’incedere della Chiesa Cattolica, lo stesso stop che è la Misericordia arrivata sul cielo della Curia di Catanzaro. Ecco perché alcune evidenze che incrociamo nei fatti convergenti che abbiamo narrato, ci riportano alle responsabilità del vescovo Vincenzo Bertolone ed al passato di Fondazione Betania. Così la soluzione che era stata individuata e benedetta dal pastore di lupi, quella della Giomi oggi ha qualche elemento di dubbio, sul concetto di opportunità e di moralità che resta un bene da non disperdere della Chiesa e dovrebbe fare riflettere mons. Angelo Panzetta nella sua funzione di amministratore apostolico della Diocesi di Catanzaro-Squillace.

Il futuro e la geografia di Fondazione Betania non è incondizionata, perché passa dalle responsabilità di quanti, in complicità, hanno aggravato la loro coscienza e forse anche la fedina penale, primo fra tutti l’ex presidente ed attuale arcivescovo di Corigliano-Rossano, mons. Maurizio Aloise. Il Covid, quello nascosto, faceva uscire le salme dai cancelli in gran segreto, è un altro pezzo di storia da chiarire e le responsabilità restano nel carnet del Consiglio d’Amministrazione, quello fatto dai faccendieri di Basso Profilo, dai sacerdoti palazzinari e speculatori dei migranti sui barconi e dall’indifferenza del vescovo Vincenzo Bertolone, incapace di una preghiera e di un conforto laico ai quei parenti che contavano le vittime, mentre i comunicati ufficiali tranquillamente taroccati parlavano di comorbilità. Notizia falsa, smentita anche dalle nostre pagine dai dipendenti, che parlavano di mancanza di DPI, di percorsi di sicurezza, della mancanza di stanze di vestizione e svestizione, di un protocollo serio per il contrasto al virus: una responsabilità sanitaria nascosta ed abbandonata, così come sono state abbandonate al loro destino altri cluster scoppiati in altre strutture della Fondazione Betania.

Tutto questo non ci sconvolge perché siano stati testimoni delle preoccupazioni di tanti parenti, che non sono mai fuggiti dalla sofferenza passandoci dentro con la dignità che loro compete, quelli che non si allineano ai facili benpensanti della città che non guardano mai dietro lo specchio, fermandosi alle insegne esibite.

Ecco perché non crediamo fino in fondo che l’esilio repentino del vescovo massomafioso Vincenzo Bertolone nasca e muoia sulla vicenda del Movimento Apostolico, quello che resta la punta dell’iceberg dei grandi misteri della Curia di Catanzaro e dei suoi crimini diffusi: Fondazione Betania è uno di questi. Una realtà logorata dentro come una malattia incurabile, dove la cura immaginata, la Giomi S.p.A., ha il sapore dell’eutanasia che non restituisce dignità ad una tradizione di cura e di carità cristiana che è la storia della Chiesa di Catanzaro, ma nemmeno rispetto e stabilità alle maestranze, quelle che sono state vessate e minacciate dall’attuale arcivescovo di Corigliano-Rossano, mons. Maurizio Aloise, l’altro carnefice figlio spirituale del vescovo massomafioso.