Rende, chi è Marcello “Mazzetta” Manna: l’avvocato dei poteri forti tra mafia e stato deviato

Stavolta Marcello Manna, per gli amici “Mazzetta”, non è riuscito a farla franca. Nicola Gratteri gliel’aveva “promessa” già dai tempi delle mazzette al giudice Petrini per far assolvere il boss Patitucci ma non c’era riuscito, pur dandogli comunque una bella mazzata. E nonostante l’arresto del 1° settembre, grazie alle sue entrature al Tribunale della Libertà di Catanzaro era riuscito a rimettersi in sella. Ma oggi persino un suo vecchio compagno di merende, il Gattopardo del porto delle nebbie, è stato “costretto” a intervenire e il cerchio si chiude.. In questo articolo vi spieghiamo chi è Marcello Manna, l’uomo che sussurra alle banconote dentro le mazzette. 

Secondo il magistrato Otello Lupacchini, che ha svolto un’inchiesta giudiziaria al riguardo nel 2005, un gruppo di avvocati cosentini, in combutta con il procuratore della Repubblica Serafini e il sostituto anziano Spagnuolo (poi magicamente nominato procuratore capo!!!), sono stati i registi occulti della delegittimazione del processo Garden.

Siamo a metà degli anni Novanta, subito dopo la prima (e unica) operazione antimafia a Cosenza, la celeberrima “Garden” e il pentimento di Franco Pino. Sul suo esempio, a catena, si apre la stagione del pentitismo di cui Adolfo Foggetti, Franco Bruzzese, Daniele Lamanna e gli altri che verranno sono giuridicamente figli. Tra questi avvocati c’era anche Marcello Manna, al tempo ancora solo giovane e rampante, reduce dalla pratica con “pezzi grossi” del calibro di Luigi Cribari, Luigi Gullo ed Ernesto d’Ippolito.

Manna è il classico uomo per tutte le stagioni come si diceva una volta. Avvocato di successo, rapporto privilegiato con la malavita, soprattutto in tempi di pax mafiosa, non era servito molto per proiettarlo alla ribalta politica.
 Quando Lupacchini venne a fare un’ispezione ministeriale a Cosenza, il nome di Manna veniva associato a fatti censurabili anche penalmente nella gestione dei collaboratori di giustizia.

La tesi del magistrato era molto semplice: Manna e gli altri avvocati della “cricca” incidevano sui pentiti affinché formulassero accuse indiscriminate anche nei confronti dei magistrati per inquinare le prove del processo. 


Manna si mette in prima fila per introdurre i nuovi pentiti. Ne sdogana più di dieci, soprattutto del clan Perna. E dà talmente nell’occhio che Stefano Tocci, il primo pm dell’operazione Garden, non li prende in considerazione perché gli sembrava davvero incredibile che uno dei difensori più agguerriti del processo Garden fosse anche il procacciatore di pentiti a carico dei suoi stessi assistiti.

Angello Pugliese e Marcello Manna
Foto tratta dal libro “Mamma ‘ndrangheta” di Arcangelo Badolati

Un comportamento di una gravità inaudita. Pensate che Tocci, in un colloquio telefonico con l’avvocato Angelo Pugliese, il 16 gennaio 1997, dichiara di essere preoccupato per il prode Manna. Certo, qualcuno avrebbe potuto vendicarsi su di lui, vista la sua “straordinaria” trasversalità. Ma poteva anche essere arrestato per inquinamento delle prove… Manna, in quell’occasione, la passa liscia. Né vendette (a parte uno sporadico episodio senza molta importanza, magari “costruito” su misura) e né tantomeno arresti.

Marcello Manna oggi si atteggia ancora a “principe” del foro ma in realtà ha perso molti clienti e il suo studio legale è considerato in caduta libera perché si è messo in testa di fare il “politico”.
Come abbiamo visto, ha fatto fortuna solo perché Serafini e Spagnuolo gli hanno commissionato il “colpaccio” dei pentiti del clan Perna da consegnare alla DDA di Catanzaro per inquinare le prove del processo Garden. Una manovra di bassa lega così pacchiana e grossolana che non se l’è bevuta nessuno. Se Manna avesse avuto davvero coraggio, all’epoca, del resto, o lo avrebbero gambizzato o si sarebbe fatto arrestare pur di far prevalere la legalità. Ma in realtà Manna i coglioni non ce li ha mai avuti. Eseguiva solo gli ordini dei poteri forti e grazie a quelli è riuscito ad arricchirsi e a prosperare. Tuttavia, era inevitabile che il suo nome si “bruciasse”.

manna cinghialeE così è stato quasi costretto a buttarsi anche in politica e, grazie all’appoggio dei fratelli Gentile, ha conquistato addirittura il “Principato” di Rende, sfruttando tutte le “entrature” dei fratelli per scardinare la resistenza principiana. Ma figuratevi se un “campione” come il nostro Marcellino poteva accontentarsi di fare il “prestanome” ai Gentile. E così ha fatto di tutto per dimostrare quanto sia “libero”. Inciucia persino con Occhiuto, che tuttora è nemico giurato dei “Cinghiali” e con il quale – vista la “caratura” – ha uno splendido rapporto di complicità.

E’ stato proprio da allora che ha iniziato a sganciarsi dai Cinghiali e a sguazzare in tutto l’arco politico cambiando “padrone” a seconda dell’aria che tira. Quello che rimane del Pd (Palla Palla, Madame Fifì e Capu i liuni in prima fila), gli avamposti dei fedelissimi del “mammasantissima” Ennio Morrone (capitanati dalla pasionaria Barbara Blasi), federati da tempo con il M5s di Rende di Laura Ferrara, pezzi importanti del clan Muto, rappresentati plasticamente dalla sorella di Ariosto Artese e dal “pistolero” Pino Munno (arrestato oggi insieme a lui), avventurieri e mercenari come Franchino De Rango, Peppino Giraldi e Umberto Vivona, la famiglia Aceto, intrallazzata e “rispettata” e persino un consigliere eletto nelle file della Lega (!). Un bestiario infinito anche senza i Cinghiali.

Manna in realtà è solo un quaquaraquà, come gli ripetiamo da anni ricordandogli appena è possibile la divisione degli uomini in categorie secondo Leonardo Sciascia, mandandogli a dire con tutto il fiato che abbiamo in corpo che lui, Marcello Manna, appartiene di diritto a quella dei quaquaraquà. Non lo batte nessuno.

Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…
Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…

Ma la vita è una ruota che gira e Manna, massimo esperto di pentiti e di trasformismo, lo sa benissimo. Sì, perché è proprio un pentito che fino a ieri era sotto la sua “protezione”, ovvero Daniele Lamanna, che ormai da qualche anno parla della sua “straordinaria” trasversalità per fare carriera in politica. Così come prima di lui ha fatto anche Adolfo Foggetti. Dev’essere per questo che continua a promettere “posti di lavoro” senza vergognarsi e senza il minimo pudore.

Ma quello che gli sta costando caro è un processo “aggiustato” a Catanzaro per un altro soggetto dei clan cosentini che si è avvalso della sua “copertura”, Francesco Patitucci, storico braccio destro del boss Ettore Lanzino. Per evitargli una rovinosa condanna come mandante dell’omicidio di Luca Bruni, l’avvocato Manna – come un pivellino qualsiasi – non si è guardato la mano e ha pagato con corpose mazzette la sentenza favorevole al famigerato giudice corrotto Marco Petrini alla Corte d’Appello di Catanzaro. Una vicenda che lo ha scaraventato dalle stelle alle stalle e per la quale la procura di Salerno (per quanto sia piegata alle logiche di potere) non ha potuto fare a meno di intervenire annunciando da tempo la chiusura delle indagini e la chiusura del cerchio con la celebrazione di un processo dopo il drammatico incidente probatorio di ottobre 2020 e nonostante le fughe di notizie preparate ad arte dai fiancheggiatori del quaquaraquà. Ed è andata anche oltre, procedendo non solo ad una semplice richiesta di arresti (in carcere) a maggio 2021 ma presentando anche una serie di integrazioni a settembre 2021 che non sono ancora sfociate in arresto ma che hanno prodotto – finalmente!!! – una sacrosanta interdizione per un anno dalla professione forense per l’avvocato delle mazzette. E il totale rigetto delle sue ridicole eccezioni rispetto alla validità dell’incidente probatorio con Petrini e delle intercettazioni. 

Per non parlare del “materiale” che ha in mano ormai da anni anche il procuratore Gratteri e delle voci sempre più insistenti che riguardano un nuovo pesantissimo “pentito”. Insomma, Manna – nonostante il plateale tentativo di delegittimare chi lo accusa – è ad un passo dal baratro e ormai lo spernacchiano persino alla Rai, dove fino all’altro ieri era in grado di difendere addirittura l’indifendibile. Il vento è decisamente cambiato… Anche perché, nel frattempo, Mazzetta ha trovato il modo di far perdere alla Calabria 104 milioni di fondi pubblici per le risorse idriche nella sua qualità di capo dell’autorità idrica, che ora – proprio in virtù di questa ennesima pagliacciata – gli è stata tolta in malo modo. In pratica, tutte questioni che hanno fatto da preludio alle ultime clamorose inchieste che l’hanno ridotto in mutande.