Profondo cordoglio a Rogliano e a Cosenza per la scomparsa di Teobaldo Aloe, classe 1947, ex calciatore e indimenticato capitano della Morrone, la seconda squadra della città dei Bruzi, nella quale ha giocato per molti anni tra i Sessanta e i Settanta (dal 1964 al 1976). Aloe era originario di Rogliano ed è sempre stato molto legato alla cittadina del Savuto ma si è trasferito molto presto con la famiglia a Cosenza, dove ha iniziato la sua brillante carriera calcistica. Era un mediano di quantità e qualità come si direbbe adesso: un trascinatore del centrocampo, all’occorrenza metronomo ma anche marcatore della mezzala avversaria ed era dotato di un gran tiro dalla distanza. Per il suo innato carisma, poi, tutti gli allenatori che ha avuto alla Morrone lo hanno “eletto” capitano a dimostrazione della sua grande affidabilità.
La sua carriera si è snodata per molti anni in parallelo con quelle di altre due vecchie glorie della Morrone ovvero Carmelo Falcone e Franco Gagliardi e una ventina di anni fa, in occasione della pubblicazione dell’inserto “Campioni di Cosenza” sul Quotidiano della Calabria avevamo ricostruito le tappe essenziali del suo percorso calcistico prima attraverso le squadre di quartiere del Real Madrid e della Pro Casali e poi della Morrone.
Anche Falcone, come Aloe, è originario di Rogliano: entrambi si sono trasferiti già da ragazzini a Cosenza e abitavano nel quartiere Rivocati. La loro prima squadra, nel 1962, fu… il Real Madrid ma la mitica squadra spagnola non c’entra niente, a parte l’ispirazione. Il Real era una squadra satellite della Fiamma, affermata realtà del calcio giovanile cosentino già a metà degli anni Cinquanta, ed era una creatura di Gennaro Caracciolo, bidello all’Istituto Agrario e grande appassionato di calcio. L’allenatore di quella squadra era Giovanni Aloe, fratello maggiore di Teobaldo. Gli Aloe erano una famiglia numerosa: 8 figli, 5 dei quali maschi. Don Alfredo, il papà, era un patriarca: oltre a Giovanni e a Teobaldo c’erano anche Lucio, pure lui calciatore del Real, Piergiorgio, Walter e Carlettino.
L’incontro decisivo per Aloe, Falcone e Gagliardi è quello con Aldo Mazzei, ex calciatore della Castellana e della Fiamma, che aveva deciso di rinverdire i fasti della Pro Casali, che negli anni Cinquanta si era affacciata alla ribalta del settore giovanile ma poi era sparita. Mazzei diventa così talent scout e preleva tutti e tre dal Real Madrid. “Aloe – ricordava Mazzei – era già allora, a 15-16 anni, un mediano coi fiocchi: tiro potente, testa alta, grande visione di gioco. Poteva giocare in tutti i ruoli del centrocampo e sapevo fin da subito che avrebbe fatto carriera”. La Pro Casali di Aldo Mazzei nel 1964 conquista il titolo di Campione provinciale Allievi battendo in una memorabile finale al vecchio stadio “Emilio Morrone” di via Roma la Cariocas, che era la squadra più attrezzata e organizzata. 2-0 il risultato finale con doppietta di Gagliardi, il quale passa subito alla Morrone, appena promossa in Serie D, precedendo di qualche mese Falcone, Aloe, Franco Bruno e Giuseppe Mignolo.
I ragazzi della Pro Casali conquisteranno subito il ruolo di titolari nella Morrone edizione 1965-66, che gioca il campionato di Promozione con una formazione “giovanissima” e che dopo qualche tentativo andato a vuoto riconquista la Serie D vincendo il campionato nella memorabile annata del 1969-70. Teobaldo Aloe sarà il capitano di quella squadra indimenticabile.
LA MORRONE ROCCAFORTE DEL CALCIO ROMANTICO
Per capire meglio che cosa rappresentasse la Morrone nei suoi anni d’oro è più che mai opportuno dare spazio ai ricordi dei protagonisti diretti di quel periodo storico. Alla fine degli anni ’60 si avvicina ai colori granata Giorgio Trocini, tra gli artefici della promozione del Cosenza in Serie B nel 1961, tra i pochi cosentini in grado di essere profeti in patria nonostante l’invasione dei giocatori del Nord. Aveva smesso di giocare presto per andare a lavorare, dal momento che Trocini è un imprenditore edile già da giovanissimo. Il calcio però gli è rimasto nel sangue e a quel punto decide di scegliere la Morrone ed entra nella società della quale è presidente il costruttore Aurelio Cava e vice Achille Monteforte.

“Ero indispettito dall’atteggiamento del Cosenza – afferma – e i dirigenti granata invece erano genuini, autentici. Ciccio Feraco e Tanino Meranda avevano gestito molto bene la società portandola addirittura in Serie D pur non avendo mezzi a disposizione, equilibrandosi nella ricerca di imprenditori in grado di dare un minimo di contributo economico. Diciamo pure che era una gestione a conduzione familiare, ma per quei campionati era l’ideale. Mi intrigava molto il richiamo al mito del “Grande Torino” chiaramente espresso dalla scelta dei colori sociali. Rispondeva perfettamente all’istinto di lotta e battaglia che in fondo ha sempre caratterizzato la mia vita e ho sposato in pieno e con convinzione quella causa. Queste “squadre garibaldine” mi sono sempre piaciute: la Morrone ce la metteva tutta fino all’ultimo secondo…”.

Teobaldo Aloe e Carmelo Falcone sono tra i primi punti fermi del gruppo storico della Morrone. Aloe è stato capitano per molti anni. “Quella per la Morrone – affermano – era una fede e noi la vivevamo come tale. I colori granata del Torino ci davano una carica in più e nessuno di noi dimenticava perché era nata quella società e a chi era dedicata, cioè a Emilio Morrone. La nostra fede era anche ispirata al sangue di quel ragazzo, che si era immolato per assecondare la sua passione. Suo fratello Pilerio è rimasto in società fino a quando ha potuto e non mancava mai di trasmetterci quell’impeto di passione che solo lui poteva vivere fino in fondo. E poi entravi nella Morrone soltanto se avevi determinate caratteristiche, che andavano anche al di là della lealtà e della correttezza sportiva. La nostra società era uno “studio aperto”: tutti potevano entrare e vedere che clima si respirava. Non si escludeva mai nessuno, al contrario di quello che capitava in altre società, certamente più blasonate”.

E a proposito di clima, è illuminante pubblicare uno stralcio di un’accorata inchiesta svolta nell’ottobre 1969 da Leopoldo Veschini, cronista della “Tribuna del Mezzogiorno”, intitolata significativamente “La Morrone, estrema roccaforte del calcio romantico a Cosenza”… “Via Adige, 35. Sede dell’Ac Morrone… anche questa volta abbiamo trovato i noti, aperti volti dei dirigenti di sempre, i Meranda, i Ciglio, i Calvelli, i Manna, i Cava, i Trifone e il popolarissimo Cesarino. Li abbiamo trovati insieme ai loro ragazzi, in una casa più che in una sede, affratellati dalla stessa unità di intenti e dalla medesima passione sportiva… Sotto questo tetto germinano le amicizie, si armonizzano i caratteri, si eliminano gli egoismi. Qui i giocatori non discutono di reingaggi e stipendi, pensano soltanto a giocare con l’immediatezza, il gusto, la passione dei vent’anni. Qui l’allenatore non orchestra tattiche astruse o schemi catenacciari, bada soltanto a forgiare un’unità di assalto. E qui i dirigenti non strumentalizzano le cariche sociali per la conquista di cadreghini (poltrone, ndr) in altri settori, ma si sobbarcano a tirare la carretta in tutti i modi, pagano di persona e di tasca, bussano alle porte di enti e sportivi, si preoccupano del vitto e dell’alloggio dei ragazzi che vivono in sede…
“… Risultante magnifica di tali componenti, l’Ac Morrone rimane dunque per lo sport bruzio l’estrema roccaforte del calcio romantico, il frutto fuori stagione del dilettantismo assoluto, l’ultima bandiera sull’ultima trincea che la passione agonistica oppone al tralignare del fatto atletico in deteriore e ultrapagato gladiatorismo…”.
La Morrone sfiora il salto di categoria in Serie D già l’anno dopo la retrocessione, nel 1965/66. E’ tornato l’ungherese Michele Voros in panchina, sono stati confermati i “vecchi” Pancaro, Prisco e Ambrogio e sono stati “arruolati” tre ragazzi del Cosenza: Carelli, Turturro e Caruso. Il giovanissimo Aloe viene promosso titolare e in mediana con lui emerge il talento del piccolo cursore Ciccio Granata alias “Ciccio Pirrito“, ex bandiera della Cariocas. La Morrone vince il suo girone ma perde lo spareggio col Polistena.
Il ragioniere Meranda è costretto a fare i salti mortali per mantenere in vita la società. Inizia un periodo di transizione nel quale però la società, dopo aver richiamato il solito Ubaldo Leonetti, costruisce le basi per il ritorno in Serie D. Nel 1966/67 tornano in maglia granata Franco Gagliardi, Gigino Giordano e Nicola Marotta, esordisce Carmelo Falcone, si conferma Granata e restano i vari Prisco, Ambrogio, Pancaro e Caruso. Ma non basta per vincere.
Nel 1967/68 la Morrone apre le porte a due bandiere del calcio romantico cosentino, costrette spesso a cercare fortuna in provincia. Sono Peppe Paolo e Mimmolino Corrente, i “Blues Brothers” del pallone in città, entrambi a fine carriera purtroppo. E’ l’ultima stagione in granata di Benito Pancaro, ritorna il mitico difensore Mario Conti, c’è anche il portiere della “De Martino” del Cosenza vicecampione d’Italia Piergiorgio Lecce. Da quella “De Martino” proviene anche Mario Pisano, mediano, che nel frattempo si è specializzato nel ruolo di libero. Un altro pilastro che sarà fondamentale per il futuro. Classe 1942, Pisano era rimasto ai margini della prima squadra del Cosenza fino al 1964. Poi aveva litigato col presidente Guido e aveva giocato a Paola e a Schiavonea. Tra i più giovani, oltre a Granata, Aloe e Falcone, spicca l’arrivo dell’attaccante Franco Calvosa, un altro tassello determinante della Morrone che sarà vincente.
Nel 1968/69 la Morrone respira ossigeno a livello societario e sembra sul punto di coronare il sogno del ritorno in Serie D ma perde il duello con il San Lucido. Teobaldo Aloe è stato convocato con la Nazionale Dilettanti. E giocherà titolare nelle partite di quella stagione rendendo orgogliosa tutta la città. 
Leonetti però ha quasi chiuso il cerchio della formazione vincente. E’ andato direttamente in Belgio per “scovare” il portiere Candreva, una specie di “gatto volante” originario di Cerzeto e segnalatogli chissà da chi e ha reclutato altri due ragazzi che saranno tra le colonne dei granata irresistibili della stagione 1969/70. Il leggendario “Tavuluni” ovvero lo stopper Franco Canonaco, ex bandiera della Cariocas. E un diciottenne ospitato al “Vittorio Emanuele” e proveniente dal Portapiana: Dionigi Granatelli, che diventerà una delle bandiere della Morrone dei miracoli. Ma per raccontare il resto della storia memorabile di quella Morrone di inizio anni Settanta e del suo capitano Teobaldo Aloe vi diamo appuntamento a domani perché è una storia che merita di essere raccontata con un capitolo a parte. Ciao Teobaldo, Campione di un calcio che non c’è più.










