Cosenza 2021. Franz Caruso, il garante (incappucciato) della paranza

Da qualche tempo ormai la paranza cosentina ha gettato la maschera e ha presentato sul tavolo delle prossime amministrative di Cosenza la candidatura dell’avvocato Franz Caruso, classe 1959, da decenni sulla scena forense e politica e anche con ruoli di mediazione molto importanti, vista la sua professione. Il suo nome, tanto per raccontare storie che sembrano seppellite dal tempo ma che invece sono sempre drammaticamente attuali, è presente in una delle pagine più nere e buie della città di Cosenza. Una pagina che si lega a doppio filo a quella dei rapporti massomafiosi tra Reggio e Cosenza.

Ma prima di tornare a Franz Caruso, è opportuno descrivere il contesto nel quale si muove anche l’avvocato cosentino. Le vicende del Psi cosentino, delle quali è protagonista anche Caruso, rappresentano del resto il fulcro dell’opera di mediazione dell’allora giovane legale.

PAOLO ROMEO

Paolo Romeo

I pentiti storici della ‘ndrangheta lo definiscono «il Salvo Lima reggino». Il bandolo di questa storia porta il nome di Paolo Romeo. Poco più di settantanni, avvocato anche lui, come il suo referente mafioso Giorgio De Stefano, Romeo è un ex ordinovista di Gallico, che dopo essere stato tra i protagonisti dei moti di Reggio, nel 1979 ha regalato la latitanza a Franco Freda (pesantemente coinvolto per la strage di piazza Fontana), con un passaporto omaggio delle cosche reggine, con cui Romeo ha precoce dimestichezza e mutua convenienza.

L’asse politico-massonico-mafioso tra Reggio Calabria e Cosenza è ormai una realtà consolidata, sotto gli occhi di tutti. Non solo perché gli imprenditori Barbieri e Morabito vincono le gare senza rivali con la complicità e la connivenza della politica.

In ballo c’è molto di più: il controllo del voto, degli affari, delle assunzioni, il riciclaggio del denaro sporco, le tangenti, il rapporto con lo stato deviato che consente ancora il dilagare della corruzione. Il sistema Reggio-Cosenza è quello più solido per un motivo semplicissimo: a Reggio c’è la ‘ndrangheta ma a Cosenza si lava tutto il denaro sporco perché lo stato è deviato e consente di tutto grazie ai legami massonici.

Secondo Filippo Barreca e Giacomo Lauro è Paolo Romeo a muovere le fila della politica a Reggio Calabria, grazie ai contatti organici con le cosche e la massoneria. Ma l’influenza di Romeo è giunta fino a Cosenza.

Pino Tursi Prato

Tra la fine degli anni Ottanta e all’alba degli anni Novanta, Romeo ha conosciuto Pino Tursi Prato, che è finito in una brutta storia di concussione. Arrestato nell’ambito della “guerra tra bande” del PSI che evidentemente condiziona e non poco la procura di Cosenza, guidata ancora per poco dal procuratore Nicastro (stroncato da un male incurabile) e che sta per passare al suo degno successore Serafini.

Sono in molti a dire che il vero mandante è Tonino Gentile non ancora Cinghiale e uno dei più convinti è Giacomo Mancini, che con Tursi Prato ha quasi sempre avuto un rapporto privilegiato. 

Pino Tursi Prato nel 1988 aveva 38 anni, ed era un emergente e ribelle socialista cosentino, amico personale di Gianni De Michelis, consigliere comunale ed ex capogruppo del Psi, fuori dal partito perché senza il placet dei dirigenti (leggi famiglia Cinghiale-Gentile) si è fatto eleggere presidente dell’ Usl e non vuole lasciare l’ incarico. Una mattina la procura della Repubblica di Cosenza dispone il suo arresto.

PINO TURSI PRATO E LA GUERRA TRA BANDE

“… Per molti l’ arresto di Tursi Prato – scrive Pantaleone Sergi su Repubblica – non è altro che un episodio di quella guerra per bande che si sta consumando all’ interno del PSI cosentino, un partito che il vicepresidente socialista del consiglio regionale, Pino Gentile, definisce un condominio di inimicizie, guidato da lobby di questioni di potere. Tursi Prato, consigliere e capogruppo dal 1985, candidato alla Camera dei deputati nell’ 87 (non viene eletto ma prende quasi 30 mila preferenze), si è ribellato alla maggioranza interna del Psi governata da Pino e Tonino Gentile ed è stato eletto presidente dell’ Usl con l’ appoggio di altri consiglieri socialisti, del Pci, del Psdi e di alcuni indipendenti. Viene espulso dal partito e si è ancora rifiutato di dimettersi dopo un nuovo accordo di maggioranza tra Dc, Psi e Pci. Proprio per il giorno in cui Tursi Prato sarebbe comparso davanti al magistrato, era in programma una nuova assemblea dell’ Usl che avrebbe dovuto discutere dei nuovi assetti.

Strana coincidenza, commenta Giacomo Mancini, con il quale ha quasi sempre avuto un rapporto privilegiato: volevano cacciarlo a tutti i costi e non ci sono riusciti. Siamo di fronte ad uno dei tanti misteri di Cosenza”. Si riferiva certamente al sospetto che dietro questa operazione ci fosse lo zampino di Tonino Gentile. 

L’ accusa è di concussione. Con più azioni criminose, recita il provvedimento del giovane sostituto procuratore della Repubblica di Cosenza, Dionigio Verasani, e abusando della qualifica di consigliere comunale avrebbe costretto l’ imprenditore Giovanni Battista Cundari, a promettergli la somma di lire 300 milioni come indebito corrispettivo da versare per ottenere l’ incarico, senza gara d’ appalto, per la costruzione del terzo lotto dei mercati ortofrutticoli di Via Gergeri, un affare da 5 miliardi (la stessa impresa si era aggiudicata i lavori per i primi due lotti). Tra novembre e dicembre. E per Tursi Prato, che aveva avviato una campagna di denuncia contro gli sprechi e le presunte irregolarità commesse dai suoi predecessori nella gestione dell’ Unità sanitaria locale, si sono spalancate così le porte del carcere di Via Popilia.

TONINO GENTILE E PINO TURSI PRATO

Quella vicenda costerà parecchio a Tursi Prato. Che, tuttavia, appena esce dal carcere, si rimette in moto per studiare il “piano B”. Lasciare il PSI dove ormai lo guardano come un appestato e abbracciare la causa di Paolo Romeo nel PSDI, che nel 1990 punta forte alle elezioni regionali. Al vertice del partito c’è Antonio Cariglia, un vecchio filibustiere che raccoglie quanto di peggio c’è in tutta Italia.

Il rapporto con il PSI e con i fratelli Gentile è ormai compromesso e logorato. Eppure, Tursi Prato e i Gentile sono stati molto legati. In una prima fase Tursi Prato si presta addirittura a fare da “prestanome”: è a lui che Pino e Tonino Gentile intestano i terreni sui quali, in seguito, Piero Citrigno costruirà le ville cosentine dei due fratelli.

«Mi chiesero questo favore in quanto lui all’epoca (Pino Gentile, ndr), all’inizio degli anni Ottanta, era sindaco della città. Nell’85 diventai consigliere comunale e i terreni furono intestati a mio cognato. Alla fine fu lui che gli passò le ville», ha dichiarato ai microfoni di “Servizio pubblico” l’ex enfant prodige del socialismo cosentino.

Ma perché Gentile e Tursi Prato entrano in rotta di collisione? Ufficialmente per lo “strappo” della presidenza dell’USL ma sostanzialmente perché Pino ha altri progetti per il futuro e smania per scappare via dal regno dei Cinghiali. Troppo riduttivo fare il “prestanome” e per portarlo via dai Gentile, oltre a Paolo Romeo, si impegna anche Giacomo Mancini, che all’interno del PSI ormai da tempo ha rotto con Craxi e non sta certo dalla parte di Pino e Tonino.

Poi, una bella mattina, l’arresto di Tursi Prato e l’inevitabile addio al PSI. Ma, data la caratura dei personaggi, non era possibile che, prima del passaggio al PSDI di Paolo Romeo, non si arrivasse ad un chiarimento con tanto di interventi “pesanti”.

IL SUMMIT ROMEO-PINO NELLO STUDIO DI FRANZ CARUSO 

Ed è qui che entra in scena in prima persona Paolo Romeo con una preziosa opera di intermediazione con i clan cosentini. Che si sposa alla perfezione con l’estorsione messa in atto per appropriarsi del servizio di ristorazione ospedaliera, visto che Tursi Prato era ancora saldamente a capo dell’USL della discordia di Cosenza.

Fu Romeo, si legge negli atti del processo “Olimpia”, a organizzare «l’estorsione Sar per ottenere un miliardo e cento milioni di lire dall’imprenditore Montesano che si era aggiudicato in Cosenza una licitazione privata per il servizio di ristorazione ospedaliera». E lo fece «accompagnando Magliari Pietro, mafioso della zona di Altomonte, presso il Montesano a Reggio Calabria per ottenere “l’adempimento” degli impegni assunti».

Tra le frequentazioni cosentine di Romeo anche il boss Franco Pino, poi pentito storico della ‘ndrangheta. Nell’ordinanza si parla della partecipazione alla fine degli anni ‘80 «ad una riunione in Cosenza presso lo studio dell’avvocato Franz Caruso, nel corso della quale, alla presenza del capo cosca cittadino Franco Pino, si compose un contrasto tra i politici Giuseppe Tursi Prato e Antonio Gentile».

L’intervento di Paolo Romeo aveva placato gli animi, “apparato” la situazione e addirittura creato i presupposti per accogliere la candidatura al Senato del Cinghiale nel 1992. Intanto, Tursi Prato vola nel PSDI e nel 1990 il risultato delle Regionali è strepitoso: il partito del sole nascente totalizza il 5,64% dei voti in una tornata elettorale che vede la DC al 38%, il PSI al 22,3% e il PCI al 19,4%. Un trionfo acclarato dai due seggi conquistati, che vanno proprio a Paolo Romeo e Pino Tursi Prato.

Franz Caruso

Ma chi è l’avvocato cosentino Franz Caruso? All’epoca del summit dentro il suo studio legale, era ancora giovane anche se già rampante e rapace. E soprattutto iscritto alla massoneria, al Grande Oriente d’Italia. Non serve essere grandi investigatori per trovare il nome di Caruso nell’elenco dei massoni italiani che dilaga sul web ormai dal 2014. E Francesco Alessandro Caruso, classe 1959, all’epoca dell’iscrizione ancora procuratore legale, figura in quell’elenco (i dati coincidono perfettamente) e sarà stato certamente a conoscenza dei legami di Paolo Romeo con la massoneria. Non si sceglie un mediatore qualsiasi per una vicenda del genere. In più, Franz Caruso già allora, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, milita attivamente nel Psi e sarà anche eletto consigliere comunale nel 1990.

Franz Caruso aveva scelto la strada “politica” del socialismo ed era evidentemente legato a Tonino Gentile, visto che si poneva come da garante e addirittura da intermediario per ricomporre i problemi tra il Cinghiale e Tursi Prato.

Nel 1990, quando a Cosenza si torna a votare causa scioglimento del consiglio comunale per l’impossibilità di trovare una maggioranza solida, il Psi, sia pure ancora in piena “guerra” tra le varie fazioni, ottiene un grande successo elettorale e riesce ad eleggere addirittura 14 consiglieri comunali. La componente più forte è proprio quella dei “gentiliani”: ci sono Sergio Bartoletti, Eugenio Conforti, Peppuccio De Napoli, Antonio Fiorentino, Fernando Greco, Angelo Lo Gullo, Francesco Perri e Cosimo Savastano. Una bella “pattuglia”, non c’è che dire. E poi qualche giovane, allora di belle speranze, come Franco D’Ambrosio, Domenico Frammartino e, appunto, Francesco Caruso detto Franz. Ma tra i giovani quello che spicca maggiormente è Pietro Mancini, figlio di Giacomo, ed è proprio lui che sarà destinato a ricevere l’incoronazione di sindaco, visto che ancora non c’era l’elezione diretta. Ma la “guerra” tra le fazioni esploderà ben presto e dopo neanche un anno i “gentiliani” faranno fuori il giovane Mancini, con l’inevitabile complicità anche dei più giovani.

Franz Caruso, intelligentemente, anche se strizza l’occhio al Cinghiale, non se la guasta con Mancini e anche se non si ricandida al Consiglio nel 1993, anno in cui il vecchio Mancini sbaraglia clamorosamente i partiti e vince le elezioni con due liste civiche risultando il primo sindaco eletto direttamente dai cosentini, rimane in “area” socialista e si propone per incarichi prestigiosi e ben retribuiti. Dal 1990 al 1993, per esempio, è Consigliere di Amministrazione del Consorzio per la Ricerca e l’Applicazione nell’Informatica, il CRAI, un “carrozzone” mica male per cominciare a farsi le ossa.

Poi arrivano le “vacche grasse” del processo Garden, che lo vedranno in prima fila per la sua professione di avvocato penalista. Il processo smontato pezzo per pezzo dagli avvocati cosentini in combutta con il porto delle nebbie di Serafini e Spagnuolo e Caruso è fra gli “eletti”, insieme ai principi del foro in salsa cosentina tra i quali già allora il terribile Marcello Mazzetta, oggi come ieri legato alla sua stessa cricca di corrotti.

Il suo ritorno attivo alla politica coincide con le elezioni regionali del 2014, vinte da Mario Oliverio. Caruso rappresenta l’anima socialista della coalizione di Palla Palla ed ottiene un ottimo risultato: 8049 voti, che per un soffio non lo proiettano tra gli eletti. Sarà proprio il primo dei non eletti, preceduto da Guccione, Aieta e Bevacqua.

Socialista e massone, Franz Caruso nel 2014 si era reso protagonista di una campagna elettorale all’attacco, che aveva fatto proseliti in tutta un’area di sistema che veniva ben rappresentata dall’avvocato. Sempre elegante e inappuntabile (il collega Romanelli lo sfotteva dicendo che era sempre pulito e stirato), forbito nel parlare e sufficientemente grintoso alla bisogna, trasversale al punto giusto, aveva toccato corde importanti e se l’era cavata abbastanza bene per gli obiettivi suoi e della cricca con la quale si era legato e con la quale il rapporto va ancora avanti.

Cosenza del resto era ed è ancora probabilmente, come dicevano con orgoglio i manciniani, la città più socialista d’Italia. E – questo lo aggiungiamo noi – anche una delle città italiane a più alta densità massonica.
L’avvocato prestato alla politica non è mai stato un manciniano di ferro (il vecchio leone del resto era molto diffidente nei confronti della massoneria) ma non ha certo mancato di citarlo nelle convention più o meno tragicomiche dell’epoca. Non solo lui, s’intende: Gaetano Mancini, Cecchino e Sandro Principe, Salvatore Frasca, Antonio Mundo, Pino Iacino, Consalvo Aragona, Scipione Valentini, Gaetano Cingari, Michele Cozza, Bruno Dominijanni, Rosario Olivo, Osvaldo Balducchi, Saverio Zavettieri. Roba da far venire i lucciconi agli occhi. Tangentopoli e Mani Pulite? Ma che volete che sia? Nell’elenco appena citato, sono tanti i socialisti “craxiani”… Ma la tesi dei socialisti “tutti d’un pezzo” e col cappuccio in testa è che la colpa è tutta del “giustizialismo di maniera alla Di Pietro”, perché la colpa è sempre di qualcun altro.

Ah, e Tonino Gentile? Che fine ha fatto nel frattempo? O meglio, che fine hanno fatto gli stretti rapporti tra il Cinghiale e Franz Caruso, che all’alba degli anni Novanta erano così forte da vederli insieme al summit della “pacificazione” con Tursi Prato e Paolo Romeo? Beh, le vicissitudini politiche dei Gentile hanno certamente avuto un ruolo fondamentale nel progressivo distacco. E il Caruso, anche se non ne ha fatto i nomi, si riferiva certamente a loro quando diceva: «Noi non abbiamo abbandonato la nave e siamo stati fondamentali per tenerla a galla nonostante i tanti Schettino che sono scesi e hanno guidato gli aliscafi di potere verso la destra – ha detto Caruso quasi con rabbia -, anche a Cosenza e anche in tempi recenti…». E così Franz si era “pulito” e “stirato” anche la coscienza.

Dopo la delusione degli ottomila voti che non sono bastati per entrare in consiglio regionale, Caruso aveva dato una mano al povero Carletto Guccione, che nel 2016 dopo il forfait di Lucio Presta, si era improvvisato candidato sindaco. Stendiamo un velo pietoso anche sui 185 voti che hanno contrassegnato la candidatura di Franz Caruso.

Ma stavolta il gioco è completamente diverso. Franz Caruso è il candidato scelto dalla paranza di Nicola Adamo e Mario Oliverio, che strizza l’occhio ai fratelli di sinistra, di centro e persino di destra. Qualcuno sussurra che persino Occhiuto il cazzaro non vedrebbe male Franz sindaco, dopo che Capu i Liuni lo ha protettto in questi dieci lunghissimi anni assicurandogli addirittura due “vittorie” elettorali. Un tentativo patetico per provare a mantenere in piedi il sistema di potere nel quale è nato, è cresciuto e sta invecchiando Franz Caruso, il garante incappucciato della paranza.