“La Perla” di Cetraro, il crocevia del patto di potere tra mafia e stato

Francesco Muto di Cetraro (Cs) detto il “re del pesce”, monopolizza da oltre 30 anni le risorse economiche del territorio, curando fino al dettaglio la commercializzazione dei prodotti ittici, in un’area a forte impatto turistico, dei servizi di lavanderia industriale delle strutture alberghiere e della vigilanza in favore dei locali d’intrattenimento della fascia tirrenica cosentina e del basso Cilento.

Lo scrive la DDA di Catanzaro nelle motivazioni alla base dell’operazione Frontiera che ha determinato 58 arresti a luglio 2016 tra i quali anche quello del boss, clamorosamente assolto nel 2019, scarcerato e tornato a casa lo scorso anno ma ieri condannato a 20 anni dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Dunque, per oltre 30 anni Franco Muto, più o meno indisturbato, ha governato (e ha governato ancora tramite chi è rimasto fuori dal carcere e figurarsi adesso che se ne sta tranquillo a casa sua…) sul suo territorio tutte le attività illecite. Anche dopo il suo arresto. Tutto comincia dagli anni Ottanta, anzi proprio dal 1980 ovvero dall’omicidio di Giannino Losardo, ex vicesindaco di Cetraro del PCI ma soprattutto segretario capo alla procura di Paola, la procura che è sempre stata in mano a Franco Muto. Vi riproponiamo un documento dell’epoca.

E’ il 3 luglio 1980: Giannino Losardo è stato ucciso da una decina di giorni. L’Unità, organo del Pci (il partito di Losardo), avvia un serio lavoro di inchiesta. Losardo era comunista, è stato vicesindaco e assessore all’Urbanistica di Cetraro e ha lasciato una traccia.

Il giornale comunista manda a Cetraro Gianfranco Manfredi, all’epoca giovane cronista in rampa di lancio, oggi finito anche lui nel tritacarne degli incarichi professionali chiacchierati. Ma quei suoi articoli erano veramente ben forti e calibrati.

CETRARO – Nel primo pomeriggio, sotto un sole accecante, il porto è quasi deserto. Solo una sessantina di imbarcazioni. Cetraro è l’unico approdo sul Tirreno in un tratto di costa lungo oltre 200 chilometri, tra i porti di Maratea in Basilicata e quello di Vibo, più a sud….

Attorno al porto è tutto un brulicare di costruzioni abusive. Decine e decine di case e palazzine a diversi piani con l’intonaco cotto dal sole e dalla salsedine, l’una attaccata all’altra, con balconi e ballatoi che si affacciano disordinatamente sull’unica strada di accesso al porto.

Tra tutti, spiccano due edifici: l’albergo-night-ristorante “La Perla”, biancheggiante, come impone il cosiddetto stile mediterraneo e una grossa pescheria grigia con annesso un capannone deposito. 

“La Perla” è chiusa da qualche giorno. Alle porte e alle finestre sono visibili i sigilli posti per ordine del pretore di Cetraro. Il decreto parla di violazione della distanza dell’edificio dalla battigia e di occupazione di suolo demaniale.

I giornali locali danno molto rilievo all’episodio: notano che “La Perla” è considerato il ritrovo della malavita della zona e di quella cosentina; dicono che ci sarebbe anche “puzza” di contrabbando di sigarette e di droga e ricordano che il proprietario del locale è il fratello di un alto magistrato della procura di Cosenza (i giornalisti all’epoca non lo scrivevano ma tutti sapevano che il magistrato in questione era Oreste Nicastro, prima sostituto e poi addirittura procuratore della Repubblica nella città dei Bruzi, ndr). 

Oreste Nicastro (terzo da sinistra)

Qualche cronista azzarda anche l’ipotesi di un collegamento tra la chiusura del locale e il feroce agguato mafioso che appena una settimana fa è costato la vita del compagno Giannino Losardo, assessore al Comune di Cetraro e segretario capo della procura di Paola.

Anche l’altro edificio, la pescheria che dista pochi metri dal molo è stato citato dopo l’assassinio di Losardo. Adesso nel silenzio pomeridiano è l’unico posto che mostra segni di vita…

Spaccio, deposito e camion sono tutti di Franco Muto, elemento di spicco della nuova mafia del Tirreno cosentino e boss di Cetraro. La pescheria e il capannone sono stati costruiti abusivamente. In base a denunce dei carabinieri di Cetraro, della guardia di finanza e dei vigili urbani, Giannino Losardo, assessore ai Lavori pubblici, si era impegnato a farli demolire.

Muto si è dato alla latitanza qualche mese fa, poche ore prima che lo raggiungesse un ordine di cattura per l’omicidio di un commerciante di Diamante. Al centro di un grosso giro di affari, il boss viene comunque ritenuto soprattutto il “re del pesce” del porto di Cetraro…

Gianfranco Manfredi (da L’Unità del 3 luglio 1980)

La Calabria ha insieme alla Campania il triste primato delle costruzioni abusive su terreni demaniali. È sufficiente muoversi lungo la costa tirrenica cosentina per avere la conferma della veridicità di tale affermazione e per constatare come ormai gli ecomostri hanno deturpato irrimediabilmente interi tratti di spiaggia.

Un’enorme distesa di cemento realizzata a partire dagli anni ’50, che ha interessato principalmente i comuni di Scalea, Santa Maria del Cedro, Grisolia, Diamante fino ad arrivare a Cetraro.

Ed è proprio a Cetraro che spicca un edificio che più di ogni altro rappresenta, con la sua storia, lo sfregio che è stato arrecato non solo al paesaggio ma ad un intero territorio. Sfregio al quale però in questo caso lo stato ha risposto non con leggi speciali o condoni ma con il coraggio dei suoi uomini che hanno combattuto l’illegalità e hanno fatto sì’ che questo edificio da luogo dell’antistato diventasse il simbolo della vittoria della legge.

Trattasi dell’albergo night-ristorante “La Perla”, realizzato negli anni ’70 da Sandro Nicastro, fratello del magistrato Oreste, procuratore della Repubblica di Cosenza all’inizio degli anni ’80 – come avete potuto leggere sopra nell’articolo dell’epoca dell’Unità.

Ed è proprio a Giannino Losardo, rigoroso e onesto uomo di stato, ucciso il 21 giugno 1980 in quanto scomodo all’ascesa del clan Muto e ai pezzi deviati dello stato che lo coprivano, che si devono le prime denunce contro i loschi traffici che si svolgevano all’interno dell’Hotel La Perla. Al procedimento penale relativo all’omicidio Losardo, svoltosi davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto fu imputato quale mandante insieme al procuratore e al sostituto anziano di Paola, Franco Balsano e Luigi Belvedere, sebbene con sentenza del 1986 vennero assolti. Tra le varie deposizioni rese durante il processo, particolarmente interessante, al fine di comprendere come l’Hotel La Perla fosse al centro di intrecci tra politica, magistratura corrotta e ndrangheta, vi è quella del Pretore di Cetraro Antonella Giannelli, che descrisse così il comportamento tenuto dal procuratore della Repubblica di Paola Balsano in occasione del sequestro dell’albergo. “… Subito dopo il sequestro, inizio del giugno 1980, fui convocata dal Procuratore della Repubblica di Paola dr. Balsano che mi chiese se si poteva in questa fase arrivare a un dissequestro. Quando io dissi che il caso era troppo eclatante e che il dissequestro andava contro la mia politica giudiziaria in materia di abusivismi edilizi, mi disse che sarei stata costretta ad andarmene come il Pretore del film “In nome della legge” se non avessi ascoltato i suoi consigli…”. 

Nonostante la presa di posizione del Pretore di Cetraro, dopo qualche tempo l’Hotel La Perla venne dissequestrato e i procedimenti penali contro Sandro Nicastro si conclusero con una sentenza della Corte di Cassazione che annullò senza rinvio, per amnistia e prescrizione dei reati, le precedenti sentenze di condanna. Nel 1985, dopo cinque anni dall’omicidio Losardo, “La Perla” torna al centro dell’attenzione mediatica, in quanto viene instaurato un contenzioso, questa volta di natura civilistica, tra il Nicastro e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, finalizzato ad arginare ogni dubbio relativo alla proprietà dell’albergo.

Oreste Nicastro (terzo da sinistra)

Anche in questo procedimento si registrano condotte illecite finalizzate ad alterare lo stato delle cose. Particolarmente interessante è la ricostruzione dei fatti contenuta nella sentenza d’appello, dalla quale si apprende che le mappe catastali, “in seguito ad un incendio doloso che aveva distrutto tutti i fogli di mappa originali, depositati presso l’ufficio del catasto di Paola rappresentanti i territori comunali della zona…”, furono addirittura manomesse, mediante abrasione dei confini, al fine di indurre in errore il Giudicante in favore del Nicastro, tramite una falsa rappresentazione della realtà.

Dopo 35 anni di contenzioso, dopo tre gradi di giudizio, dopo vari condizionamenti, manomissioni, alterazioni, dopo indebite pressioni, dopo aver assistito ad ogni possibile atto dilatorio, la Corte di Cassazione con sentenza depositata lo scorso ottobre 2020 ha posto la parola fine alla lunga controversia riguardante la titolarità dell’Hotel La Perla, riconoscendone in maniera definitiva la proprietà in capo allo stato.

In esecuzione della predetta sentenza, l’Agenzia del Demanio in nome e per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze oggi giovedì 17 dicembre alle ore 10, per come è possibile leggere dai cartelli appesi all’esterno della recinzione dell’ex albergo La Perla, prenderà il possesso dell’immobile all’interno del quale molto probabilmente 40 anni fa è stata decisa l’uccisione di Giannino Losardo consentendo così allo stato di affermare la propria vittoria sull’antistato.

A Cetraro si vocifera che all’interno dell’immobile sarà allocata l’Arma dei Carabinieri e si auspica che la Caserma possa essere intitolata al Segretario capo della Procura di Paola barbaramente ucciso nel 1980.

Giovanni Falcone diceva che “la mafia non è un fatto invincibile: è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà quindi una fine” .

Nel nostro caso i fatti riguardanti l’Hotel La Perla hanno segnato l’inizio e l’ascesa del potere criminale di una delle cosche più feroci della Calabria che ha controllato il battito e il respiro di un’intera provincia ma soprattutto del Comune di Cetraro. L’auspicio è che dalla storia dell’Hotel La Perla si possa ripartire, restituendo ad una comunità che per troppi anni “ha dovuto piegare il capo“ dinanzi alla prepotenza mafiosa, la forza di guardare con fiducia al futuro, con la consapevolezza che con l’onestà e la rettitudine morale si può vincere la ‘ndrangheta e i pezzi deviati dello Stato che ancora la sostengono.