Mafia-stato e Calabria. Berlusconi, Saccà e i Gran Maestri (calabresi) della finanza

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Stiamo pubblicando ormai da tempo alcuni stralci del libro-inchiesta di Francesco Forgione “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta”. Dopo avere esaminato a fondo i rapporti tra il clan Piromalli e Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi, l’autore ci spiega la trasformazione della ‘ndrangheta e i suoi mille tentacoli che coinvolgono anche la magistratura e tutto il sistema che gira intorno alla Giustizia a Reggio Calabria. Roba che scotta e che si aggancia in maniera disarmante al caos delle toghe sporche di oggi. Compresi i traffici del Cavaliere e delle sue tv (non ultima la Rai…) con la Calabria sempre protagonista.

I nuovi boss della ‘ndrangheta globale hanno colonizzato l’Italia e il pianeta. come ormai dicono tutti, magistrati, giornalisti ed esperti. Dopo che la Commissione antimafia nel 2008 ha scritto la parola colonizzazione nella sua relazione dedicata alla mafia calabrese, non c’è indagine investigativa, inchiesta giornalistica, trasmissione televisiva dove non spunti una colonia in Lombardia e in Liguria, in Piemonte e in Emilia, in Toscana e nel basso Lazio.

Ma è la globalizzazione che ha cambiato il mondo e loro non si sono fatti prendere alla sprovvista. Se no finivano come i siciliani, che si erano fatti trascinare dai Corleonesi in una guerra contro tutti e si erano messi pure in testa di trattare con lo Stato a colpi di bombe. E’ vero che si erano presi gli ergastoli del maxiprocesso e il 41 bis è ‘na schifezza di tortura ed era giusto fargliela pagare ai magistrati che l’avevano proposta e ai politici che si erano venduti, ma fuori dalla Sicilia e dall’Italia non ci guardavano più. Anzi, con le bombe che avevano messo si erano attirati l’ira di tutti e molti di loro, sotto la pressione di sbirri e giudici, erano passati dall’altra parte e si erano messi a fare i pentiti.

I calabresi no, sono fatti di altra pasta. Col Nord e con il resto del mondo si erano fissati da quando erano partiti per fare gli emigranti. Ma si dovevano accontentare di fare gli operai alle presse di Milano, i verniciatori nelle carrozzerie di Torino o cucinarsi il fegato nelle fonderie di Brescia? O se n’erano andati in Australia per guardare saddare i canguri? I disegni che avevano erano altri.

Autostrada, Centro siderurgico, centrale a carbone, leggi speciali, porto: avevano pompato soldi allo Stato per moltiplicarli in nuovi affari in giro per il mondo. E avevano investito bene pure i riscatti incassati con i sequestri di persona. Avevano anche capito per primi che era cambiato persino il gusto dello sballo. Tra la febbre del sabato sera e la Milano da bere, ormai era chiaro, c’era voglia di stare sempre in tiro, che quella era vita: ristoranti, discoteche, belle donne, macchinoni e champagne.

Non era più tempo di eroina, che era ‘na cosa di falliti di sinistra, fricchettoni e poveri disgraziati. Ci voleva la droga della bella società, una cosa per ricchi non per barboni. Quelli ormai potevano pure morire con le siringhe nelle vene e farsi consumare negli ospedali con l’Aids. Avevano fatto la scelta lungimirante. Si erano piazzati in Sud America, Colombia, Bolivia, Perù, dove la cocaina, ancora da raffinare e da tagliare, la chiamano coca e se la masticano dalla mattina alla sera come le gomme americane. I narcos avevano imparato a conoscerli e a fidarsi e gli avevano consegnato il mercato europeo.

Erano avanti. Prima, si erano inventati imprenditori dello “sviluppo” e lo Stato gliene aveva dato merito. Poi, con tutti i soldi che avevano, si erano buttati nell’unico vero commercio globale del mondo. Ma prima ancora che il porto partisse con la sua attività – che quello voleva dire sordi e roba da tutto il mondo – loro si erano già affacciati alla finanza internazionale. Niente di strano. Con le cose della finanza qualche esperienza se l’erano fatta. Notai e commercialisti non gli erano mai mancati. Anzi, erano i consiglieri di fiducia: loro ci mettevano la moneta e quelli gliela facevano girare e moltiplicare. Ma tutto partiva sempre da lì, dalla Piana, e, gira e rigira, i personaggi sono quasi sempre gli stessi.

A metà luglio del 2010 circa trecento mafiosi vengono arrestati tra Calabria e Lombardia. E’ la più grossa operazione antimafia coordinata congiuntamente dalla Procura di Reggio Calabria e quella di Milano. Non era stato facile portarla in porto. Spioni e uomini a doppio servizio tra Stato e ‘ndrangheta, stavano facendo di tutto per farla saltare. Ma questa è un’altra storia…

Tra i nomi ci sono mafiosi puri, imprenditori, politici e anche manager pubblici. Molti altri che emergono dall’inchiesta non vengono portati nelle patrie galere e non compaiono nemmeno tra gli indagati. Ma, come ci hanno abituato a capire le vicende sin qui raccontate, sono personaggi che la ‘ndrangheta la frequentano e la bazzicano per storia personale, parentele, amicizie. O anche, anzi quasi sempre, per affari.

Intendiamoci, non è che dove ti giri giri tutto è mafia e sennò non campiamo più! E non è che tutto, come si dice ora, è penalmente rilevante: sennò non puoi mangiare nemmeno una pizza, che con tutti i ristoranti che hanno aperto al Nord, quando paghi il conto non sai nemmeno a chi dai i soldi. E però alcuni casi sono un poco strani. Forse per questo i magistrati, quando non li possono arrestare – perché per una telefonata non è che prendi un cristiano e lo sbatti in galera – scrivono cose brutte: “Quel che rimane da spiegare è come un soggetto come Pilello possa essere in una condizione di sudditanza nei confronti di Barranca”.

Cosimo Barranca è il capo della ‘ndrangheta di Milano. Un capo di quelli giusti, sennò non comanderebbe la provincia di Milano dove ormai hanno messo su ‘ndrine e locali comune per comune, che sembra di stare sulla Piana o sull’Aspromonte. E poi è un capo fedele, non come quelli che avevano prima in Lombardia, Carmelo Novella, che, forse per i contatti ravvicinati che aveva avuto con quelli della Lega, si era messo a fare il leghista pure lui. Voleva la ‘ndrangheta federalista, con i locali della Lombardia autonomi dalla Mamma di San Luca, il Crimine calabrese. E quelli, mezza parola arrivata dalla Calabria e avevano risolto il problema a modo loro, a pallettoni, e se l’erano tolto davanti. La Lombardia è Lombardia, ma sempre dalla Calabria dipende.

Pietro Pilello invece è un importante professionista. E’ stimato e cercato da tutti. Non c’è consiglio di amministrazione, collegio sindacale o di revisori dei conti di società private e istituzioni pubbliche dove non compare il suo nome. Come fa e dove trova il tempo non si sa: Ente Fiera di Milano, Metropolitana Milanese, Agenzia di Sviluppo Milano Metropoli, Area Sud Milano, Miogas, Sistemi Energia, Agenzia Mobilità Ambiente e Territorio, Finlombarda, la società finanziaria della Regione. Il consiglio provinciale lo aveva pure eletto a voto segreto presidente dei revisori dei conti della Provincia meneghina, e l’amministrazione comunale di Pavia lo ha inserito nell’Asm, l’azienda multi servizi del Comune.

Anche Pavia è piena di calabresi che hanno fatto strada e carriera. Pino Neri, che è anche il capo della ‘ndrangheta pavese, è un perfetto esempio di boss in doppio petto, infatti fa l’avvocato tributarista, quasi lo stesso lavoro del suo amico Pilello, che fa il commercialista. Per questo i due, amici da sempre, qualche favore se l’erano scambiato. Mentre Neri scontava una condanna per narcotraffico ed era sospeso dalla professione, era Pietro che gli curava alcune cause civili del suo studio.

Noi calabresi siamo così. l’amicizia la dimostriamo nei momenti del bisogno, e non è che se uno è un narcotrafficante è meno bisognoso di altri oppure ti metti a fare il moralista e gli volti le spalle. E poi, un conto è una condanna per narcotraffico, un altro è essere il capo della ‘ndrangheta. Ma questo Pietro non lo poteva sapere.

Pilello, che è uomo generoso, generosità riceve da tutte le parti: oltre alle cariche “padane”, è ben piazzato anche in Napoli Metro Engineering, Fiumicino Energia e Rai Way. In Rai hanno una passione per lui e dal 2003 al 2008 lo hanno voluto presidente del collegio dei sindaci di Rai Imternational. Le società private sono tante e non si contano. Petrusinu a ogni minestra, si direbbe da noi e lui il concetto lo capirebbe senza spiegazioni, perché non è di Milano ma è nato e cresciuto a Palmi, Calabria, nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Certo bravo deve essere, e pure pieno di rapporti nella bella società: batte i salotti della Milano bene, le sacrestie finanziarie vicine al presidente lombardo Formigoni e a Comunione e Liberazione, il partito di Forza Italia prima e tutte le sue evoluzioni fino al Pdl del predellino. Ma quando si avvicinano le elezioni i salotti bene non bastano. I voti li portano anche altri e vanno presi uno a uno, come sanno bene quelli che le campagne elettorali le fanno davvero.

A Milano, arrivati in cerca di fortuna come lui, ci sono vagonate di calabresi che votano e fanno votare. Glielo spiegano pure Aldo Micciché e Marcello Dell’Utri al telefono dal Venezuela. Per questo Pietro chiede a sua sorella di telefonare a Cosimo Barranca per invitarlo al ristorante “Il Cascinale”: la cena è organizzata per presentare ad alcuni “grandi elettori” i suoi candidati preferiti nelle liste del Pdl per le elezioni provinciali del 2009. Naturalmente a sostegno di Guido Podestà, che una volta diventato presidente, riconoscente, lo vorrà a capo dei revisori dei conti della Provincia.

Certo, Pilello non può sapere che anche Barranca, come l’altro suo amico Neri, è il capomafia di Milano. Però è ossequioso delle “leggi” del rispetto che in Calabria va portato solo a chi di dovere. Quando Neri gli telefona per informarlo che Barranca ha rifiutato l’invito alla cena elettorale solo per ragioni di rispetto, Pietro capisce la gravità dello sgarro commesso. Non ci aveva pensato che a uno come Barranca non lo puoi far invitare da una terza persona, e puru fimmina. Pilello prende il suo telefono e chiama Cosimo per rimediare l’errore. La telefonata di scuse e l’automortificazione per lo sgarro inconsapevolmente commesso nei confronti dell’ignoto capomafia, ripristina l’onore ferito, il calabro rispetto e sblocca la situazione.

Come dicono i magistrati, sono cose che “rimangono da spiegare”. Però, a pensarci bene, si spiegano. Pietro Pilello è un uomo chiave del sistema di potere berlusconiano e di quello di Comunione e Liberazione a Milano. Di tanto in tanto, tra cose “inspiegabili” e fatti “penalmente irrilevanti”, il suo nome spunta all’improvviso da intercettazioni e inchieste giudiziarie. Come quella volta, alla fine del 2007, quando Berlusconi si era messo in testa di far cadere Prodi e aveva avviato un mercato per la compravendita dei deputati e dei senatori. Glielo aveva detto per telefono pure Dell’Utri ad Aldo Micciché, l’uomo dei Piromalli: per il Cavaliere era diventata un’ossessione e aveva perso la testa.

Anche in questa storia c’è un altro calabrese, amico stretto di Pilello, che è anche il suo commercialista: è il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. I due si conoscono da una vita. L’uomo di fiducia di Berlusconi in Rai sa che Pietro ha un cugino in Australia. Come tanti emigrati oltreoceano ha fatto strada e a Melbourne si è conquistato la stima di quelli che contano, ha un ristorante frequentato solo dalla crema della città. Ci va a mangiare spesso anche il senatore Nino Randazzo, che è stato eletto con l’Unione nel collegio dell’Oceania. I cugini calabresi sono gli agganci giusti per avvicinare il parlamentare e convincerlo a cambiare casacca.

Saccà e il Cavaliere ne parlano al telefono il 12 settembre del 2007.

Saccà: “Buonasera Presidente, come sta?”

Berlusconi: “Sto lavorando per fare cadere il governo e conto di riuscirci…”.

Saccà: “E credo che ce la può fare…”.

Berlusconi: “Agostino, tu mi hai parlato di quel calabrese eletto in Australia…”.

Saccà: “Su quello ho delle notizie davvero importanti… se vuole gliele dico per telefono…”.

Berlusconi: “Sì, dimmele, dimmele…”.

Saccà: “Un mio amico carissimo che vive a Milano, è cugino di questo ristoratore australiano dove il deputato andava a mangiare tutte le sere…”.

Berlusconi: “Ma dimmi, c’è una persona che potremmo usare per contattarlo?”.

Saccà: “Sì, c’è questo mio amico che è un commercialista importante, di origine calabrese, che sta a Milano, che tra l’altro è nostro probiviro di Forza Italia a Milano. quindi è proprio uno nostro… e lui si propone proprio per dire: se devo essere l’uomo di contatto allora divento l’uomo di contatto…”.

Berlusconi: “Se tu mi potessi combinare un incontro di questo signore con me…”.

Saccà: “Va bene glielo dico e lo faccio immediatamente”.

Berlusconi: “Come si chiama?”.

Saccà: “Pilello, Pietro Pilello… tra l’altro è un personaggio molto importante a Milano, perché è nella Commissione tributaria… è una persona seria… comunque le volevo dire una cosa… che sul territorio in Calabria ho trovato un consenso verso di lei, per cui è papa subito…”.

Berlusconi: “Va bene…”.

Saccà: “Ma è una cosa meravigliosa!”.

Berlusconi: “Grazie mille, Agostino, ciao!”.

L’incontro si tenne davvero. Prima quello tra Pilello e Berlusconi. Il commercialista, emozionato, lo racconta subito per telefono a Saccà: “Questo Paese va male, mi ha detto. Abbiamo bisogno di fare qualcosa. Presidente, gli ho detto io, mi taglierei una mano per fare cadere Prodi… ho tanti parenti in Australia…”.

L’1 novembre del 2007 invece si ritrovano tutti a Roma, a Palazzo Grazioli, Pilello, il senatore Randazzo e il Cavaliere. Lo raccontano sia il parlamentare italo-australiano, che denuncia un tentativo di corruzione, che Pietro Pilello, un un’intervista rilasciata a “Il Giornale” per ridimensionare i fatti e negare l’esistenza di comportamenti penalmente rilevanti.