di Gigi Riva
Fonte: Domani
Il Grande Bugiardo Donald Trump ha tuttavia la dote della sincerità quando isegna il mondo come lo vorrebbe, così come ha fatto nella conferenza stampa per gloriarsi del colpo di stato in Venezuela. Nessun pudore nel rifarsi alla dottrina Monroe per il Sudamerica, “giardino di casa” di cui disporre a piacimento. Anzi rendendo ancora più feroce la presa sui paesi del Continente, obbligati a cedere il controllo dei poteri e soprattutto delle risorse, nella famelica sete di denaro del tycoon diventato presidente della maggiore potenza mondiale. Tanto da suggerire di mettere “la D dorata di Donald” e mutarla in “dottrina Donroe” per il sovraccarico di ferocia.
Supremazia globale
Nessuna foglia di fico ipocrita a celare il desiderio di arraffare le ingenti risorse di petrolio dopo l’operazione militare speciale, il blitz a lui riuscito contro Maduro e che invece fallì il suo omologo russo a Kiev con Zelensky nei primi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina.
All’opposto la teorizzazione del diritto al saccheggio. Il suo predecessore repubblicano alla Casa Bianca George W. Bush aveva almeno ipocritamente contrabbandato le mani sull’Iraq con il nobile desiderio di “esportare la democrazia”. Vasto programma di tutta evidenza fallito.
Trump vuole esportare solo il disegno imperiale che trasforma in suddite le nazioni coinvolte. Per la logica in cui c’è un centro, Washington, a cui tutto attorno deve ruotare. E le guerre servono affinché non sia messa in discussione la supremazia e la gloria degli Stati Uniti d’America, rifatti grandi come dallo slogan con l’acronimo Maga. Guai agli sfortunati costretti dalla geografia nella stessa fascia di pianeta. Guai a Cuba, anzitutto, l’eterno cruccio dai tempi ormai molto lontani della Rivoluzione (1959) che «sta fallendo e noi vogliamo aiutare la popolazione» senza lasciar trascorrere troppo tempo: «Ne parleremo presto», ha promesso o meglio minacciato. Guai alla Colombia e al suo presidente Gustavo Petro che si è permesso di criticare il raid su Caracas e che deve «guardarsi il culo», il tycoon disse con la solita parlata grassa che è un marchio di fabbrica.
Gli inuit della Groenlandia devono avere immaginato di essere pure il bersaglio visti gli appetiti chiaramente espressi per la grande isola ricca di risorse e amministrata dalla Danimarca, vieppiù che ieri il tycoon ha rincarato la dose esclamando che la Groenlandia «ci serve assolutamente». Qualche domanda se la sono fatta anche in Canada, una fetta del quale è stata messa nel mirino per una eventuale annessione.
Esagerazioni? No, è l’interpretazione esatta delle parole di Trump che ha tracciato con chiarezza i confini dell’impero americano, l’emisfero occidentale-settentrionale.E vai a capire se è compresa la povera Europa ricca, disperata, sazia. E inerme. Non è, quello di Trump, un manifesto del neo-isolazionismo puro, una vecchia tentazione repubblicana, perché allarga la fetta del suo spazio vitale, e i conflitti conseguenti.
È piuttosto la tripartizione del mondo con Russia e Cina, una volta uccise tutte le convenzioni e gli organismi sovra-nazionali. È la fine di Yalta e la sua rinascita, come un’araba fenice, in cui si sostituisce semplicemente la Gran Bretagna con la Cina.
Cosa tocca allo zar
Allo zar del Cremlino toccherebbe, in questo schema, uno spicchio d’Europa, una larga parte del ventre molle dell’Asia, le Repubbliche ex sovietiche, una spruzzata di Medio Oriente perché solo lo zar può tenere a bada l’universo sciita a partire dall’Iran degli ayatollah. Quanto successo a Caracas dice che l’Ucraina è spacciata e dovrà cedere l’intero Donbass, anche la parte che ancora controlla, oltre alla Crimea. Vladimir Putin dovrebbe sentirsi legittimato ad allungare le grinfie sulla Transnistria, la regione filorussa e separatista della Moldavia. Iniziano a tremare anche i Baltici nonostante l’ombrello Nato (che fine farebbe la Nato?), e quantomeno si sentirebbero minacciate, già lo sono, la Polonia e la Lituania per il cosiddetto “corridoio Suwalki”, una striscia di terra reclamata da Mosca per unire alla madre-patria l’exclave di Kaliningrad. Tutto il resto, o quasi, è Cina.
Proprio cominciando a pregustare una sorta di via libera per prendersi Taiwan, Pechino ha sì “condannato” il raid venezuelano, ma non si è spinta oltre nella difesa di Maduro e di un regime da sempre amico.
Restano aree non compiutamente assegnate sulle quali si possono solo fare delle ipotesi. Il Giappone è considerato un occidente separato? Probabile.
L’Australia è fuori dalle rotte degli interessi cruciali e gode di un diritto all’autonomia. L’Africa è già sufficientemente divisa tra una colonizzazione cinese, un tentativo di reinserimento americano anche militare, un espansionismo turco che corre di pari passo con l’islamizzazione del Continente Nero. La stessa Turchia potrebbe essere una sorta di media potenza utile per i ponti dove le influenze si accavallano come la stessa Africa e il Medio Oriente.
In tutto questo il vero dilemma è dove collocare un’Unione europea afona davanti all’illegalità della Casa Bianca, ed è un segno di quanto sia peso piuma. Afona o peggio quando qualcuno dei suoi componenti decide di prendere posizione. Tipo Giorgia Meloni, sempre con Trump senza se e senza ma. Ci piace che siano altri a decidere anche i nostri destini. Ma non erano, quelli al governo, i severi custodi del sovranismo?









