Paolo Campolo, il reggino che ha salvato decine di vite nell’inferno di Crans-Montana

Negli occhi e nella mente ha ancora gli sguardi e le parole di quei ragazzi che chiedevano aiuto. «Dentro era una trappola, ma io pensavo solo che avrebbero potuto essere i miei figli», racconta Paolo Campolo, 55enne di Reggio Calabria che vive a Crans-Montana dal 2023, diventato l’eroe del giorno capace di salvare decine di vite nella tragedia del “Le Constellation”.

Le immagini dell’orrore che ha segnato il debutto del 2026 ce le ha stampate in testa, ma non gli hanno impedito di sfidare fiamme e fumo. E da un letto dell’ospedale di Sion dov’è stato ricoverato (e rapidamente dimesso già nella serata di ieri) per una lieve intossicazione da fumo, Paolo racconta quei momenti terribili al “Messaggero”, intervistato da Laura Pace.

L’analista finanziario emigrato da Campoli

Originario della frazione collinare reggina di Campoli, da dove il papà Vincenzo è emigrato giovanissimo, Paolo, analista finanziario, abita oggi a cinquanta metri dal locale distrutto dal fuoco. All’1.20, mentre si trovava a casa con amici, ha ricevuto la chiamata della figlia 17enne della compagna con la quale vive nell’esclusiva località sciistica della Svizzera. La ragazza, che si era trattenuta a casa qualche minuto più del previsto, avrebbe dovuto raggiungere il fidanzato all’interno del bar “Le Constellation”. Ma non è mai entrata in quell’inferno.

“Papà c’è stata una strage”

«“Papà, c’è stata una strage, c’è fuoco, e ci sono tanti feriti”, mi ha detto. Ho visto provenire dalle finestre fiamme altissime. E così mi sono precipitato subito in strada. C’era tanto fumo nero, denso, che usciva ovunque. La combustione – racconta ancora Campolo – è stata rapidissima, violenta, durata pochi minuti. Poi si è fermata. Ma dentro non c’era più ossigeno. Ed è quello che ha provocato la strage».

Arrivato sul posto in pochi attimi, Paolo ha trovato la figlia della compagna all’esterno, sana e salva. «Voleva entrare. Era appena tornata da Ginevra e prima di uscire per festeggiare il Capodanno era passata da casa per salutarci, brindare insieme, aprire il panettone. Per colpa nostra ha fatto tardi». Il ritardo le ha salvato la vita. Il fidanzato, invece, era già all’interno, proprio dietro la porta ed è riuscito a lasciare quell’inferno davanti agli occhi dei primi soccorritori. «Si è salvato per pochi secondi, ma ora è ricoverato in condizioni gravissime a Basilea con ustioni pesanti», informa Campolo.

Dentro era una trappola

A quel punto il professionista reggino – che i social, ma non solo, hanno definito un vero eroe – non ha pensato neppure per un attimo di tirarsi indietro. E con l’aiuto del figlio Gianni, intervenuto anch’egli al fianco del padre, si è attivato per soccorrere quei ragazzi intrappolati prima dell’arrivo delle ambulanze e dei vigili del fuoco.
«Ho cercato una via d’uscita alternativa e ho trovato una porta. Non so se fosse l’uscita di emergenza o di servizio. Si apriva verso l’esterno, ma era bloccata o chiusa dall’interno. Dietro, attraverso il vetro, vedevo piedi e mani. Corpi a terra. La struttura non aveva ceduto, però dentro era una trappola».

Paolo e il figlio sono riusciti a sfondare la porta

Paolo e il figlio sono riusciti a sfondare la porta. «Abbiamo appoggiato un piede alla vetrina accanto e tirato con tutta la forza che avevamo. Sarebbe servita almeno un’ascia, ma non avevamo niente. Non so nemmeno io come abbiamo fatto, ma ci siamo riusciti. A quel punto ci sono caduti addosso diversi corpi, di ragazzi vivi ma ustionati. Alcuni coscienti, altri no. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Erano giovanissimi. Non ho pensato al dolore, al fumo, al rischio. Ho estratto a mani nude i ragazzi uno dopo l’altro. Erano vivi, ma feriti, alcuni gravemente, e intossicati. Continuavano a urlare».

La telefonata per tranquillizzare la famiglia

Paolo è riuscito così a trascinare fuori tanti corpi: «Li lasciavamo a terra, nel punto di raccolta davanti al locale. Continuavano a urlare. Io pensavo solo una cosa: potrebbero essere i miei figli». Campolo racconta pure che «i bar vicini si sono reinventati come hub sanitari, hanno accolto le persone ferite fin dentro la cucina. In mezzo all’orrore – conclude – quella umanità non la dimenticherò mai».
Contattati i parenti a Reggio, Paolo ha provato a tranquillizzare tutti. Ai tre cugini Gianfranco, Emilio e Paolo che vivono ancora a Campoli ha parlato delle voci disperate, delle mani che invocavano aiuto, del fumo nero, dei volti segnati da paura e dolore. E della forza alimentata dalla voglia di rendersi utile. Fonte: Gazzetta del Sud