“Papa Giovanni XXIII”, chiesto alla Diocesi un risarcimento da 120 milioni di euro

Luberto e Nunnari

Un risarcimento di ben 120 milioni di euro. È quanto ha chiesto la “Comabio”, società romana che ha acquisito all’asta la “Papa Giovanni XXIII”. Si tratta dello storico istituto di Serra d’Aiello, nato per volontà del sacerdote Giulio Sesti Osseo per offrire assistenza ai disabili pischici. Una storia lunghissima e travagliata che ha riempito le pagine della cronaca calabrese a cavallo degli anni ’90 e 2000.

Nel 2007, infatti, l’Istituto venne travolto da una inchiesta giudiziaria che portò all’arresto e alla successiva condanna di un prete, monsignor Alfredo Luberto, che amministrava la struttura. In quella operazione – ricorda stamattina Gazzetta del Sud – la Guardia di finanza accertò distrazioni di denaro e una gestione “anomala” delle risorse finanziarie tanto da fare irruzione nell’appartamento privato, a Cosenza, del religioso che aveva in casa dipinti di valore e altri beni di lusso. Luberto venne sospeso dall’Arcidiocesi e, successivamente, lasciò l’abito talare. La società “Comabio” che ha acquisito all’asta, nel 2020, il “Papa Giovanni XXIII” ha citato in giudizio davanti al Tribunale civile bruzio l’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano. L’Istituto, infatti, avrebbe accumulato debiti milionari e la società romana, oltre a citare l’Arcidiocesi, ha chiamato in giudizio anche l’ex prete Alfredo Luberto. Nel processo penale istruito dalla procura di Paola contro il sacerdote, la Curia cosentina si era costituita parte civile ed era stata riconosciuta, anche in sentenza, nella veste di parte offesa. Toccherà alla magistratura accertare eventuali responsabilità e stabilire un eventuale risarcimento.