Quanto ci costa la guerra in Venezuela? A me parecchio

Sono sempre stato dalla parte di Donald Trump, che ho sempre reputato non solo un vero leader mondiale, ma soprattutto un vero e sincero pacifista. Ogni sua azione, da quando è stato eletto, è sempre stata improntata al raggiungimento della pace. Se c’è uno che si meriterebbe il Nobel, quello è lui, e non averglielo dato è stata una vera e propria occasione mancata. Donald è l’uomo giusto per risolvere i tanti problemi del mondo. E lo ha dimostrato con i fatti, checché ne dicano i soliti invidiosi comunisti. Donald è l’unica speranza per l’umanità. Almeno era così per me fino all’altro ieri. Da quando ha deciso di bombardare il Venezuela, Donald ha perso la mia stima.

Fino a quando bombarda l’Iran e mezzo Medio Oriente, va bene: a me dell’Iran, che me ne frega. Fino a quando arma Israele e contribuisce fattivamente al genocidio dei palestinesi, sì, mi dispiace, siamo tutti umani, ma alla fine la colpa non è certo di Donald se i palestinesi non si arrendono. Fino a quando fomenta colpi di Stato qua e là in Africa, armando bande e milizie sanguinarie che seminano terrore e orrore su civili inermi, anche qui mi dispiace — specie per quei bambini neri — ma si sa: gli africani sono arretrati e selvaggi, gli dai un fucile e iniziano subito a spararsi tra di loro. Fino a quando si adopera per destabilizzare l’Asia, dove si sa che sono tutti cinesi e quindi tutti comunisti, e a gettare benzina sul fuoco che divampa tra Russia e Ucraina, mi può anche stare bene: in fondo, fino a che si ammazzano tra comunisti, a noi che ce ne frega. Fino a quando tutto questo non produce danni a me, può fare quello che  vuole. Ma bombardare il Venezuela, proprio no.

Lo dico chiaramente: sono fortemente contrario a questa guerra. E non perché Donald abbia violato il diritto internazionale — di cui, francamente, a me non me ne frega niente: Donald può violare quello che gli pare — ma per le motivazioni che ha dato per questo bombardamento: la lotta al narcotraffico. Ecco, è questo il punto. Dire che il bombardamento del Venezuela è il primo tassello di un’operazione più ampia contro i cosiddetti narco-Stati — Colombia, Perù, eccetera — significa far agitare il mercato.

E infatti, subito dopo il bombardamento, la sera stessa, sono andato dal mio pusher per comprare la solita dose quotidiana di coca. Quando gli ho mollato il solito cinquanta, il pusher mi fa: «Guarda che è aumentata. Non segui i telegiornali? Hai visto cosa ha fatto il tuo Donald? Ha detto che ora chiude tutti i narcos in galera. Questo ha fatto aumentare il prezzo. Mi devi altri venti euro». Non ci avevo pensato, a questa ripercussione della guerra sulla mia vita quotidiana. È stata una mazzata. Ho mollato i venti al pusher e me ne sono andato con un unico pensiero fisso in testa: io le guerre di Donald non le pago.

Perciò, caro Donald, vedi di tranquillizzare il mercato, dillo chiaro che questa cosa dei narcos è solo “na giobba”. Magari mettila tutta sul petrolio — tanto se agli italiani aumenta la benzina non gliene frega niente — ma trasformare un cinquantino in un settantino, dalla sera alla mattina, questa non è geopolitica: è un attacco diretto al mio stile di vita. E questo non me lo posso permettere. Perciò parteciperò convintamente al corteo che si terrà a Cosenza il giorno 8, a sostegno del Venezuela. Abbasso la guerra.

Ernesto Pippotto