di Antonella Mascali
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Se Giorgia Meloni passerà dalle parole ai fatti sulla data del referendum costituzionale, annunciato in conferenza stampa, per il 22-23 marzo, c’è già una bozza di ricorso pronto per essere depositato al Tar del Lazio un minuto dopo la delibera del Consiglio dei ministri, attesa per domani. Sarà tacciata di essere incostituzionale.
E’ un ricorso di peso, sarebbe un motivo in più per il capo dello Stato Sergio Mattarella, per non firmare a stretto giro il necessario decreto presidenziale con il quale viene indetto il referendum. I ricorrenti sono i 15 “volenterosi”, ex magistrati ed avvocati, che hanno promosso la raccolta di firme per il referendum fra i cittadini e che vogliono si rispetti la Costituzione; l’articolo 138 è chiaro, si ha diritto alla raccolta di firme per i 3 mesi successivi alla legge approvata, oggetto del referendum. In questo caso la separazione delle carriere è stata approvata a colpi di maggioranza semplice dal Parlamento il 30 ottobre, ergo i cittadini possono firmare fino al 30 gennaio. La data del voto va fissata dopo. Sarà la Cassazione, se si arriverà alle necessarie 500 mila firme – è il loro ragionamento – a stabilire se siano regolari e su quale dei quesiti si voterà, se su quello dei parlamentari su cui si è espressa a metà novembre o su quello dei cittadini, che è diverso.
IL TESTO UFFICIALE del ricorso non può esserci perché, come qualcuno dei 15 ci ha detto, senza voler apparire, “non si può ricorrere contro dichiarazioni al vento in conferenza stampa. Bisogna leggere la delibera”. L’avvocato Piero Adami ha fatto notare quanto sarebbe importante che il governo rispettasse il termine della raccolta firme dato che “fino a quando non finisce, i miei clienti non sono ammessi alla campagna elettorale come Comitato”. Nessuno crede, però, che l’esecutivo attenderà: significherebbe dare più tempo ai sostenitori del No di spiegare le loro ragioni che – temono molti della maggioranza politica – possono essere convincenti e ribaltare i sondaggi della prima ora a favore del Sì.
Attendere significherebbe quasi certamente andare al voto a fine marzo o a metà aprile, perché c’è di mezzo Pasqua. Calcoli politici che non possono essere presi in considerazione dai 15 fedeli alla Carta. Ed è chiaro su cosa punterà il ricorso al Tar: non solo sull’articolo 138 della Costituzione ma anche sul combinato con la legge ordinaria in materia e l’interpretazione che ne è stata fatta fino al governo Meloni: i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri è obbligato ad emettere il decreto sul referendum non scadono il 17 gennaio, come ha sostenuto la premier, facendo scorrere il tempo dal giorno in cui la Cassazione ha accolto il quesito dei parlamentari. In realtà, si sosterrà nel ricorso, il conto alla rovescia si deve calcolare da fine gennaio, quando scadono i termini per le 500 mila firme dei cittadini.
Se, invece, come ha detto la presidente del Consiglio Meloni, il Consiglio dei ministri fisserà già la data, violerà la Costituzione. Senza contare anche un altro danno “collaterale”: demotiverà gli italiani a firmare. Motivo in più, invece, per farlo, anche perché, come ha fatto notare ieri il portavoce dei 15, l’avvocato Carlo Guglielmi dal palco per il Comitato del No, c’è già stato un grosso risultato: “La convocazione delle urne arriva presto, ma anche tardi perché la piccola slavina si è messa in moto e le firme arrivano a valanga”. Il riferimento è alla rinuncia natalizia del governo, di fronte alla iniziativa del 15, di fissare il referendum per il 1° marzo. Ma domani, a quanto pare, il Consiglio dei ministri si assumerà il rischio di poter essere frenato da Mattarella, che come presidente della Repubblica è il garante della Costituzione. Difficile che ignori prassi repubblicana e ricorso per vuolazione della Carta.









