Quando un sindaco viene eletto ad altro incarico e deve lasciare il proprio Comune è legittima una certa preoccupazione: che ne sarà della città? Rosaria Succurro, forzista di San Giovanni in Fiore (Cosenza) dorme tra una dozzina di guanciali: in sua assenza, agli interessi del Comune ci penserà un nuovo assessore plenipotenziario appena nominato, Marco Ambrogio. Accidentalmente, suo marito.
Il caso finirà presto in Parlamento, perché la deputata 5Stelle Vittoria Baldino ha annunciato che presenterà una interrogazione al Viminale. Ma al di là degli aspetti tecnici, l’intreccio tra famiglia e politica è già agli atti. Tutto nasce quando, a ottobre, Rosaria Succurro viene eletta in Consiglio regionale con la lista di Roberto Occhiuto. In quel momento Succurro è sindaca di San Giovanni in Fiore, 15 mila abitanti, carica però incompatibile con quella di consigliere regionale e perciò la donna deve lasciare la città. In Comune arriva una sindaca facente funzione, ovvero Claudia Loria, che dopo pochi giorni decide di nominare un nuovo assessore a cui affida deleghe di peso, le stesse che erano in capo a Succurro: Urbanistica, Lavori pubblici, Bilancio, Personale. A ricoprire l’incarico viene chiamato Marco Ambrogio, marito della neo-consigliera regionale con a curriculum qualche esperienza nella politica cosentina e pure, prima di diventare assessore, un ruolo nello staff della giunta.
Finora a nulla sono servite le proteste delle opposizioni, da Avs ai 5S all’ex governatore Mario Oliverio: “Hanno trasformato il Comune in un feudo di famiglia”. Ambrogio liquida tutto come “cattiveria gratuita e incessante”. In un modo o nell’altro una risposta dovrà darla pure il ministero dell’Interno, interpellato dal Movimento 5 Stelle, mentre un gruppo di cittadini – il Comitato 18 gennaio – ha già presentato un esposto su quella che ritengono “una spregiudicata operazione di potere”: “Siamo di fronte ad un gioco di prestigio istituzionale che offende l’intelligenza dei cittadini. Hanno trasformato la casa comunale in un affare di famiglia, usando le poltrone pubbliche come se fossero proprietà privata per mantenere il controllo dell’ente nonostante la decadenza della Sindaca”.









