Vanno piano i treni in Italia. E in Calabria, anche più piano. Spesso si fermano. Portano ritardi da spavento, non sono quasi mai in orario. Le chiamano Frecce ma subito dopo la stazione di Marcellina, primo scalo a Nord della regione, si trasformano in qualcosa di diverso: convogli stanchi, rallentati, vulnerabili. Da lì, da quel nodo ferroviario, comincia un’altra Italia, quella che non cresce mai, dove i diritti non sono mai garantiti e a volte nemmeno riconosciuti. C’è il diritto alla cura, che costringe migliaia di persone a partire verso Nord per trovare un ospedale che funzioni. E poi c’è quello alla mobilità, che qui non è mai scontato. Si parla di grandi opere, del Ponte sullo Stretto come simbolo di modernità e rilancio, mentre la regione è attraversata da una rete ferroviaria fragile, esposta, incapace di reggere il peso della normalità.
Immagine poco edificante
Treni che si fermano in galleria, che accumulano ritardi spaventosi, che trasformano il viaggio in una lotteria senza vincitori. Qui perdono tutti: i passeggeri, perde lo Stato, perde il territorio. La verità è che la Calabria dei treni è lontana dalla politica d’immagine di Trenitalia. Del resto, questa nostra terra viaggia sempre di meno sulle strade ferrate perché i costi d’esercizio, dicono, sono troppo alti. E così si tagliano tratte e si chiudono stazioni. e, in questo modo, si cancellano le speranze di tante persone che vedono ridursi le loro possibilità di movimento.
Il caso
Il 13 novembre scorso, il Frecciarossa 9584 ha impiegato 414 minuti per coprire i 26 chilometri tra Scalea e Maratea. Sei ore e 54 minuti. Più o meno lo stesso tempo necessario per percorrere quella distanza a piedi. Nello stesso giorno, sulla medesima direttrice tirrenica, il Frecciarossa 8418 ha stabilito un primato ancora più difficile da spiegare: 521 minuti per andare da Paola a Salerno, 183 chilometri percorsi in 8 ore e 41 minuti. Nessun altro treno, in tutto il 2025, ha fatto peggio.
I numeri non sono aneddoti isolati. Sono dati raccolti e messi in fila nel dossier “Altra Velocità 2025” curato da Chiara Calore per Europa Radicale. Un lavoro meticoloso, costruito monitorando 90.405 treni ad Alta Velocità tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2025, circa 250 al giorno. I dati arrivano dal portale ufficiale ViaggiaTreno, rilevati quotidianamente perché non esistono archivi storici pubblici. Ritardo, nello studio, significa la differenza tra orario previsto e orario reale di arrivo. Un calcolo semplice che restituisce una fotografia impietosa.
In Italia, il 66% dei treni AV arriva in ritardo. Solo 3 su 1′, dunque, sono puntuali. Nell’ultimo anno si sono accumulati 973.881 minuti di ritardi. La Calabria, dentro questa statistica già allarmante, occupa un posto particolare. Qui l’Alta Velocità è un’esperienza virtuale, un’etichetta che non corrisponde alla realtà. I supertreni non sfrecciano, non lo faranno a 300 chilometri orari. Mancano le infrastrutture, mancano gli investimenti, mancano le priorità. I soldi servirebbero ma sono stati spostati altrove, verso un’altra opera dei sogni…
E così, non c’è da meravigliarsi se nella classifica dei peggiori treni dell’anno compaiono diversi convogli che attraversano e partono dalla Calabria. Il Frecciarossa 9588 Reggio-Torino è secondo in assoluto: puntualità ridotta al 4%, ritardo medio di 29 minuti, una corsa su sette con almeno un’ora di ritardo. Record: più di 305 minuti di attesa il 13 novembre. Poco sotto, il Frecciarossa 9658, stessa origine e destinazione, puntualità all’8%, ritardi simili, con picco di 303 minuti accumulati il 16 agosto. Nella top ten entra anche il Bolzano-Sibari, con un ritardo medio di 23 minuti e punte che superano le cinque ore.
Non è un singolo punto a generare il disastro. E’ una somma di fragilità che si accumulano lungo l’asse Reggio-Milano-Torino e il corridoio tirrenico meridionale. Qui il traffico è minore ma i ritardi sono più persistenti e più gravi, su una rete povera di alternative. Alla fine, probabilmente, la Calabria resterà così: con le ferrovie che corrono in bilico sul Tirreno e quelle che avanzano lentamente verso lo Jonio, su una rete ancora in fase di elettrificazione. E con un Paese che continua a chiamarle Frecce, anche quando non volano più, come accade qui da noi. Fonte: Gazzetta del Sud









