Cosenza corrotta, la città dei poteri forti

Il caso Cosenza è balzato clamorosamente alla ribalta nazionale dal 17 gennaio 2019 (poco più di un anno fa) quando Il Fatto Quotidiano ha lanciato la clamorosa notizia dei 15 magistrati sotto inchiesta (la maggior parte dei quali cosentini…) e molti – in tutta Italia – vogliono ancora conoscere i dettagli di quanto è accaduto negli anni nella nostra città. Specie adesso che il Csm è sceso in campo a favore di una delle fazioni trasferendo clamorosamente il magistrato migliore non a caso vessato da anni e persino il magistrato che ha scoperchiato il pentolone del malaffare e della corruzione con una ispezione ministeriale. E noi siamo qui per questo, purtroppo per i corrotti e gli impresentabili. 

Cosenza è una città di provincia nella quale i poteri forti sono ben visibili in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale. E’ una delle città italiane a più alta densità massonica. I sindaci sono sempre stati espressi dalla vecchia Democrazia Cristiana e dall’altrettanto vecchio Partito Socialista (anche Occhiuto proviene dalla Balena bianca).

L’attività economica è controllata dai “colletti bianchi”, che gestiscono le tangenti di concerto prima con i politici e poi con la malavita. I maggiori proventi vengono dall’edilizia, dalla sanità e dal mercato della droga ma una fetta importante del benessere arriva dal rastrellamento pressoché totale dei fondi europei da parte di bene individuate forze politiche (ovviamente mai perseguite seriamente da magistrati e forze dell’ordine) e dal riciclaggio di questo denaro “sporco” attraverso una sofisticata rete di studi professionali e sportelli bancari.

Gli imprenditori sono quasi tutti invischiati (chi da strozzino chi da strozzato) nella rete dell’usura con la complicità determinante delle banche.

Le forze dell’ordine e la magistratura sono evidentemente colluse in tutto questo tourbillon e nella quasi totalità dei casi non perseguono i “pezzi grossi” che delinquono.

I procuratori della Repubblica che si sono alternati dagli anni Settanta a oggi rispondono a requisiti ben precisi e non toccano i poteri forti. Mai. Andando clamorosamente in controtendenza nazionale finanche quando dilaga Tangentopoli o quando si scoprono i meccanismi del rapporto tra la mafia e la pubblica amministrazione.

Da Cavalcanti a Oreste Nicastro, da Alfredo Serafini a Dario Granieri per finire a Mario Spagnuolo una totale connivenza con i settori grigi della società. Sandro, il fratello di Nicastro, era un imprenditore vulcanico e rampante, che fondò la prima emittente locale di Cosenza, Teleuno. Era il 1977. Solo qualche mese più tardi Cosenza conosce la sua prima guerra di mafia nella quale lo stato sta a guardare fino a quando non viene ucciso il direttore del carcere. Un immobilismo imbarazzante. Sandro Nicastro prepara il terreno al fratello per fargli fare la scalata in procura.

Oreste Nicastro (terzo da sinistra)

Oreste Nicastro (che subentra a Cavalcanti all’alba degli anni Ottanta) continua a essere immobile su bubboni grandissimi che dimostrerebbero a tutti la corruzione della classe politica come la Carical e l’Esac. La Dc di Riccardo Misasi aveva messo su un sistema geometrico, a prova di ispezione ministeriale…

Però è attivissimo quando si tratta di creare le condizioni per la pace tra le cosche e per dare il via a operazioni “strategiche” che è fin troppo facile immaginare. Con la benedizione del potere politico. Le connivenze della famiglia Nicastro con la malavita sono imbarazzanti. Una nipote del procuratore ha finanche sposato uno dei killer del clan Perna, Peppino Vitelli.

Sandro Nicastro, nel frattempo, ha aumentato a dismisura il suo potere e lo ostenta sfacciatamente con l’hotel-ristorante-night “La Perla” di Cetraro, che diventa il quartier generale del clan di Franco Muto. Lo sanno tutti. Così come sanno che la discoteca “Akropolis” è di Vitelli. Diventano leggendarie le bicchierate di Nicastro e dei suoi giudici con i boss. Eppure non si muove niente.

Nicastro sarà finanche lambito dall’operazione Ciak, nella cui ordinanza la sua figura viene quantomeno offuscata da una corruttela generale impressionante. Ma questo accade quando è già passato a miglior vita, nel 1987. Il suo braccio destro Francesco Mollace, magistrato chiacchierato e discusso, allora alle prime armi, prima fa rumore con il blitz del 1986 scaturito dalle dichiarazioni del pentito De Rose. Ma poi fa di tutto per ridimensionare i fatti. Per lui Cosenza è stata una grande palestra.

Alfredo Serafini

Alfredo Serafini, che subentra a Nicastro nel 1987 ma è già da tempo in procura dopo gli inizi a Castrovillari, trova un sistema di potere già collaudato e si adegua alla bisogna. E’ molto meno spregiudicato del collega e di lui si trova traccia specifica nei fascicoli del palazzaccio solo per quella vicenda del lingotto d’oro, ricevuto dalla mala, come risarcimento per un furto subito.

Un atteggiamento di deferenza che si deve a chi evidentemente tiene tutta la polvere sotto il tappeto. E’ lui però insieme al braccio destro Mario Spagnuolo (sostituto anziano e per molti versi vero e proprio procuratore capo, esattamente come adesso. Altro che Gattopardo!) a gestire le grottesche vicende del pentimento di Franco Pino dopo l’operazione Garden della Dda, che serve a nascondere tutte le magagne di una procura corrotta fino al midollo.

Un pentimento seguito da decine di altri “canterini” abilmente reclutati da quella massa di corrotti degli avvocati penalisti che contano a Cosenza. E un processo finito in barzelletta, per il quale hanno pagato soltanto quelli che non si sono venduti a Spagnuolo e a Serafini. Non solo le connivenze scontate con i colletti bianchi e i politici ma segreti di stato messi su ad arte per non scoprire la verità su omicidi gravissimi come quelli di Roberta Lanzino e Denis Bergamini.

Assurge agli onori della cronaca pertanto solo quando c’è da perseguire la sinistra antagonista. Non è un caso che la procura di Cosenza passi alla “storia” per i clamorosi (!) arresti dei no global, Fabio Gallo e di Padre Fedele Bisceglia… E qualcuno ha persino dedicato a Serafini una strada della città! Si spera ardentemente che, prima o poi, questa ennesima vergogna per la città sia cancellata.

Granieri e Luberto, due nomi due garanzie

Quanto a Dario Granieri, ne abbiamo scritto un giorno sì e l’altro pure per mesi e mesi. Ben presto arriveremo a una mappatura completa delle nefandezze della sua gestione, perfettamente in linea con quelle dei suoi illustri predecessori. E tutta centrata, soprattutto negli ultimi 5 anni, a insabbiare e nascondere tutte le malefatte di Occhiuto e della sua banda.

In procura lo chiamavano “scerlocco, inquisitore sciocco” e tutti sanno che ha provato in ogni modo a farsi prolungare il mandato. Dicono che ne abbia fatto una malattia: d’altra parte non è facile staccarsi da questa bella e grassa mammella, che lo ha cresciuto e pasciuto fino al mitico traguardo dei 68 anni!

Ormai da tre anni e mezzo si è insediato Mario Spagnuolo, il regista del pentimento di Franco Pino, nel perfetto segno della continuità, in stile Gattopardo. La speranza era l’arrivo di Gratteri a Catanzaro ma al momento neanche lui è intervenuto per dire una sola parola sull’indecenza totale di una città completamente in mano ai corrotti e ai colletti bianchi della ‘ndrangheta. 

Non abbiamo speranze? Le notizie filtrate lo scorso anno attraverso Il Fatto Quotidiano lasciavano intravedere la fine del buio e l’uscita dal tunnel della corruzione e del malaffare ma la strada da percorrere è ancora lunga. E i colpi di coda dei corrotti – anche contro Iacchite’ e non solo contro i magistrati con la schiena dritta – sono in pieno svolgimento. Ma fino a quando avremo voce, continueremo ad urlare contro la città dei poteri forti.