Mafia-stato. Sangue e Fininvest, la storia delle tv di Berlusconi in Calabria: morti, bombe, Angelo e Toni Boemi

Buongiorno a tutti. Confessiamo di essere rimasti complessivamente delusi dall’inchiesta di Report andata in onda ieri sera sulle origini della ‘ndrangheta e sulle sue ramificazioni nella massomafia e nei servizi deviati e nella malapolitica. Se dovessimo “salvare” qualcosa non c’è dubbio che punteremmo dritti su Silvio Berlusconi, che in Calabria non solo è stato sempre “presente” (purtroppo ancora oggi è lui che esprime il presidente della Regione) ma ha lasciato un segno indelebile anche nella storia della comunicazione per come ha mirabilmente scritto Francesco Forgione nel suo libro-inchiesta “Porto Franco: politici, manager e spioni nella Repubblica della ‘ndrangheta”. Peccato che Report non ne abbia proprio tenuto conto, anche se ha trattato inevitabilmente l’argomento.

Dopo avere esaminato a fondo i rapporti tra il clan Piromalli e Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi, l’autore ci spiega la trasformazione della ‘ndrangheta e i suoi mille tentacoli che coinvolgono anche la magistratura e tutto il sistema che gira intorno alla Giustizia a Reggio Calabria. Roba che scotta e che si aggancia in maniera disarmante al caos delle toghe sporche di oggi. Compresi i traffici del Cavaliere e delle sue tv nella nostra Calabria. Una storia di morti, bombe, tangenti e intrallazzi. 

E’ vero che la Calabria è periferia, ma nella Piana di quegli anni si sono incrociate storie, interessi, traffici e uomini che ritroveremo sulla scena nazionale negli anni a venire. Nell’attesa del porto, l’Italia cambia e loro cavalcano l’onda dei tempi. Per esempio, quando nascono le prime televisioni private sono già pronti. Ti pare che col naso fino che hanno sempre avuto per gli affari, non avevano capito che le nuove televisioni le chiamavano libere solo per pupiare?

All’inizio degli anni Ottanta anche Gioia ha la sua, Tele Tauro. Sono gli anni del boom, i “segnali” si moltiplicano come funghi e la pubblicità va che è ‘na bellezza. Rimanere una piccola televisione di paese e arrivare solo nelle case della Piana è un peccato. Serve almeno una diffusione regionale e Tele Tauro si trasforma in Tele Calabria. Il futuro dell’azienda appare roseo, anche perché il proprietario, Ciccio Priolo, che da anni diffondeva in Calabria il segnale di Tele Capodistria, si era fatto un nome e aveva costruito amicizie e rapporti giusti persino a Milano. La storia la racconta Angelo Sorrenti, un operaio che da ragazzo lavorava in una ditta giù al porto ma aveva la passione per l’elettronica. Poi si era licenziato, aveva aperto un negozio di materiale elettrico ed essendo amico del figlio di Ciccio Priolo, un ragazzo poliomelitico, era andato anche lui a lavorare a Tele Tauro.

Quando la televisione si era “espansa” a livello regionale, diventando Tele Calabria, era arrivata la svolta. “Un giorno il signor Priolo ricevette una telefonata con una richiesta di appuntamento dal signor Adriano Galliani, il quale gli disse che c’erano buone notizie, visto che un grosso imprenditore milanese aveva intrapreso questa attività televisiva e voleva espanderla a livello nazionale con un sistema di contemporaneità delle trasmissioni, cioé rilevando un’emittente per regione, per avere quindi un network a livello nazionale. Si trattava di Canale 5. Il signor Priolo fu molto contento in quanto affittò questa emittente se non sbaglio per 10 milioni al mese“.

Ma come, la nuova televisione nazionale “passava” da Gioia e non doveva succedere niente? Da queste parti non era cosa, e la famiglia avrebbe dovuto occuparsene. Non si sa cosa sia successo negli incontri tra i boss e l’imprenditore, e quale fosse la richiesta della famiglia, ma sappiamo com’è finita. Una sera, un commando di killer inviati dai Molé crivella di colpi Ciccio Priolo e suo figlio Nicodemo, il ragazzo poliomelitico amico di Angelo Sorrenti.

Passa solo qualche settimana e il figlio superstite Giuseppe, crollato psicologicamente, decide di cedere Tele Calabria alla Fininvest. Il contratto di vendita, per 280 milioni, lo avevano firmato a Milano 2 e poi avevano anche pranzato assieme Pino Priolo, Angelo Sorrenti e Adriano Galliani, il futuro presidente del Milan. La colazione, come la chiamano al Nord – che da noi la colazione è il panino imbottito con provola e soppressata – era stata amichevole, visto che Galliani i due giovani li conosceva da quando era ancora il presidente di Elettronica Industriale – la società da lui fondata nel 1975, poi inglobata nel corso degli anni Ottanta nel Gruppo Fininvest e infine ceduta a Mediaset – che già allora lavorava con Tele Tauro.

Tornano a Gioia, passa un po’ di tempo, e Pino Priolo scompare. Lo trovano due giorni dopo. E’ un colabrodo di colpi di pistola e lo avevano lasciato nella macchina che avevano rubato proprio ad Angelo qualche giorno prima. Il messaggio era chiaro e non ci voleva molto a capirlo. La Fininvest lo aveva assunto e nominato responsabile della loro nuova televisione e di quella che, di lì a poco, avrebbero aperto a Reggio Calabria. Angelo teme per la sua vita. L’impresa diventava grossa e soldi ne sarebbero girati tanti, se non voleva fare la stessa fine, doveva trattare.

Fare l’imprenditore televisivo e rappresentare quelli del Nord ti attira gli occhi di tutti. Lui che è di Gioia sa cosa fare. Se era di Milano, forse non ci arrivava: “Decisi di andare a trovare Pino Piromalli per chiedergli se potevo restare a lavorare in quell’azienda e a continuare a vivere a Gioia. E da chi dovevo andare? Per noi era un riferimento importante e indispensabile per continuare a stare lì. E infatti mi diede tutte le garanzie e mi disse: puoi restare e se te lo dico io che puoi restare, resta”. Per la bontà del suo comportamento Angelo non ha niente di cui pentirsi neanche nel corso del processo. Ha fatto quello che avrebbero fatto tutti, duv’era ‘u scandalu? “Pino Piromalli lo consideravo e ancora lo considero un’autorità e quindi una persona alla quale chiedere quello che ho chiesto… e in cuor mio, da quel momento mi sentivo riconoscente a questa persona”.

Non scherzava, riconoscente lo era davvero. Nell’85, quando Pino Piromalli esce dal carcere dopo uno dei suoi periodi di prigione, Angelo si precipita a fargli visita, così, solo per salutarlo e mettersi a disposizione. Bisogna dire che in quegli anni i giudici erano un vero capolavoro di rigore. Per impedire a Pino facciazza di stare a Gioia Tauro, visto che nella sentenza avevano scritto che era pericoloso socialmente, appena scarcerato lo avevano mandato a soggiorno obbligato fuori dal suo paese. Avevano scelto un bel villaggio turistico, “La Quiete”, a soli cinque chilometri da Gioia, ma nel Comune di Palmi. Così la legge era rispettata e la faccia della giustizia italiana era salva. Visto che ci si trovavano ci avevano mandato anche i fratelli Antonio e Gioacchino. Praticamente lo Stato aveva riunito la famiglia. Il residence, con il boss e i suoi fratelli, era diventato la sede della direzionbe strategica del clan, perché lo zio, don Peppino, il capo dei capi, gli sbirri se l’erano preso poco tempo prima. Per parlare con Pino si doveva fare una fila che non c’era neanche dietro la porta del sindaco, eppure all’epoca Cecé Gentile al municipio cristiani ne riceveva tanti.

A “La Quiete” è una processione continua di imprenditori, commercianti, politici, gente comune. Vanno a trovarlo anche capibastone e boss latitanti. Comincia lì la storia dell’amicizia tra il capomafia e l’ex operaio fattosi imprenditore. Si mettono anche a creare nuove aziende, che giù per la costruzione del porto ce n’è bisogno, e danno vita a società per fare fruttare un poco di soldi.

Ma la passione di Angelo è la televisione e nel campo è ormai affermato. Soprattutto nel mondo che più conta, quello della Fininvest, che in Calabria ha in Toni Boemi, proprietario di Telespazio di Catanzaro, il referente per Rete 4 e in Gianni Riga e Video Calabria di Crotone quello per Italia 1. Lui, invece, è Mister Canale 5.

Con Toni Boemi l’amicizia cresce di giorno in giorno. I due si intendono a prima vista. L’imprenditore catanzarese è addentro alle cose della politica e ha chiavi che aprono le porte di stanze che contano. Quando Pino facciazza vuole evitare la leva militare al figlio Gioacchino, ha bisogno di un aggancio al Distretto militare di Catanzaro. A lui solo l’idea di vedere un figlio in divisa, vestito di sbirro, gli fa venire l’orticaria. Glielo aveva detto ad Angelo e lui subito si era mosso: “Lo dissi al signor Boemi e si dimostrò entusiasta della cosa. Qualche giorno dopo accompagnai Gioacchino dal signor Boemi che lo volle conoscere personalmente e iniziò la storia di questa riforma… prima fu fatto rivedibile e poi riformato”. La stessa cosa si ripeté per Antonio, l’altro figlio, quello che Facciazza avrebbe nominato reggente della cosca durante la sua detenzione.

E chi erano gli amici che si erano messi a disposizione? Il capitano Moschella dell’ospedale militare e il colonnello Rizzo dei carabinieri: “Il colonnello Rizzo una volta ci ricevette presso il comando provinciale dei carabinieri nel circolo ufficiali, dove ci offrì da bere e lì c’era anche il suo alloggio”. Altri incontri ci sarebbero stati e gli ufficiali non li avrebbero disdegnati.

Per questo Facciazza decise di andare a ringraziare personalmente Boemi negli studi di Telespazio a Catanzaro. Era stato un incontro cordiale, per Boemi addirittura emozionante: “Gli fece vedere pure la bottiglia di champagne che il boss gli aveva mandato con il figlio a Natale e gli disse che non l’aveva bevuta, perché la conservava come cimelio”. L’uomo Fininvest e i Piromalli ormai sono la stessa cosa. Se no, non gli avrebbero chiesto di fare il padrino alla cresima di Antonio, quello delle telefonate con Aldo Micciché in Venezuela. Erano diventati così amici che Angelo, Antonio e Gioacchino Piromalli erano andati pure in pellegrinaggio insieme a Lourdes, perché loro alla Madonna erano devoti davvero, ed erano fedeli a Dio e cattolici praticanti.

Tutto si rompe, però, quando i Piromalli, di punto in bianco, chiedono ad Angelo una tangente di 200 milioni. Forse Pino l’aveva fatto per non dire di no ai Molé, la latata feroce della famiglia che l’amicizia non la rispettavano. Non a caso, per chiedergli la tangente, assieme a Pino si presenta anche il cugino, Mimmo Molè.Angelo Sorrenti aveva costituito una società che si occupava di manutenzione degli impianti e dei ripetitori televisivi di tutto il gruppo Fininvest. Cosa alla quale era anche interessato il genero di Toni Boemi, Rodolfo Biafore. A un certo punto però Boemi propone che sia Angelo a gestire tutto. Sapeva bene che dietro c’erano i Piromalli, e non voleva rogne. Del resto, c’erano già state le prime brutte avvisaglie.

A Crotone, quelli di Video Calabria e Italia 1 avevano deciso di fare la manutenzione per i fatti loro. Nemmeno due settimane e cominciano gli attentati ai ripetitori e alle antenne. Nel commando dei “sabotatori” c’è anche Angelo. I messaggi a colpi di tritolo toccano l’apice con la bomba fatta esplodere sotto il palazzo di Video Calabria nella centralissima Piazza Pitagora di Crotone.

Toni Boemi, che non è stupido, capisce che è meglio mettersi al sicuro. L’affare della manutenzione è di 400 milioni. Le bombe erano state chiare: se se ne fossero occupati i Piromalli, i problemi sarebbero finiti e sarebbe stato meglio per tutti. Pino facciazza lo dice apertamente ad Angelo: “Con Boemi i lavori potremmo farli direttamente noi, ma te li lasciamo fare a te. Però è giusto che facciamo 200 e 200”.

Ad Angelo crolla un mondo. Pino per lui è una guida e un idolo, con i figli e i nipoti è diventato amico e pure compare. Ma non ce la fa. Ha paura. Nelle ombre della notte vede i volti di Pino, Emanuele e Ciccio Priolo, gli amici che gli avevano ammazzato. Intanto, per gli attentati ai ripetitori di Crotone lo avevano scoperto e si era fatto pure un poco di carcere. Gli era andata bene, però, perché quelli di Milano Due, con tutto che erano del Nord, con queste cose di carcere e di mafia non si scandalizzavano.

Formalmente, a seguito dei fattacci, lo licenziano dalla Fininvest, ma dopo gli danno più di quanto gli spettava di buona uscita e a chi ti vanno ad appaltare tutta la manutenzione di Canale 5? Giusto giusto alla nuova società che proprio lui, Angelo, aveva creato bell’apposta. Diciamoci la verità, a Milano Due non potevano sapere che lui era incomparato con i Piromalli e, in ogni caso, si fidavano ciecamente. Poi quando l’avevano arrestato, non l’avevano letto nemmeno sui giornali, perché figurati se i giornali milanesi si occupano di queste cose calabresi! Al Nord fanno sempre così, o glieli arresti sotto casa o non sanno niente.

Con Angelo in declino, declassato a semplice appaltatore, l’uomo Fininvest in Calabria diventa Toni Boemi. Ma l’imprenditore di Catanzaro è uomo di mondo e lascia ad Angelo pure la manutenzione delle sue antenne e dei suoi ripetitori. Insomma, di Angelo non se ne liberavano né quelli di Catanzaro né quelli di Milano. I motivi, per l’amor di Dio solo una sensazione, li racconta lui stesso nel corso del processo: “Dopo le vicende che mi videro coinvolto in quegli attentati a Video Calabria, io penso che la Fininvest mi considerava sicuramente il loro referente con la mafia e quindi sicuramente mi pensavano un buon riferimento per la sicurezza e la tutela delle stazioni, vista la loro ubicazione in luoghi di montagna e ritennero di conservare me come garanzia e trasferire al signor Boemi l’attività d’immagine. Tanto è vero che loro non hanno mai avuto nessun problema in Calabria… diciamo che questa è stata una mia impressione”.

Del resto, alla Fininvest ci erano un po’ abituati. Lo avevano fatto con le antenne e le stazioni in Sicilia e lo stesso ragionamento aveva fatto Berlusconi in persona quando si era portato ad Arcore uno stalliere di Palermo che gli aveva presentato Dell’Utri e aveva pagato la mafia per far sentire sicuri i suoi figli e proteggere la villa di Arcore. Il guaio di questi imprenditori del Nord è la loro ignoranza delle cose del Sud. Come era successo a Galliani con Angelo Sorrenti, che ne poteva sapere il Cavaliere che Mangano (lo stalliere appunto, ndr) era un boss di Cosa nostra, e prima di entrare e uscire dalla villa di Arcore era entrato e uscito più volte dalla galera?

La richiesta della tangente, inaspettata, cambia la vita di Angelo Sorrenti. Non è più la stessa persona. Arriva a fare persino la cosa che non avrebbe mai pensato di fare, proprio lui che infame non glielo aveva detto mai nessuno: compra un sistema di intercettazione e lo installa nella sua macchina. Ore di parlatine tra lui, Facciazza, Boemi e il genero vengono registrate e vanno ad arricchire la documentazione di quello che verrà chiamato “Processo Tirreno”. Il registratore macina tutto. Pino Piromalli è esplicito: “Io gliel’ho detto: se devi fare questo lavoro qua, fermi, glielo facciamo fare ad Angelo. Perché se si guadagna 400, Angelo con 200 hai voglia se guadagna! Mi pare un discorso logico. La sostanza è questa”.

Angelo: “Benissimo… ma io li debbo incassare questi soldi per darteli? E’ giusto, Pino?”.

Pino: “Tu mi vuoi fare violenza mentale a me?”.

Angelo: “No, io voglio che facciamo un discorso di matematica…”.

Pino: “‘Sti discorsi facciamoli a mentre fresca. Ma è possibile che ti lamenti sempre?”.

Angelo: “Va bene… per me parliamo di quello che vuoi…”.

Pino facciazza è vero che è il capomafia, ma anche lui, carne e sangue, è un uomo.

Pino: “Angelo, lo sai qual è l’unico rimpianto mio, quando morirò? Sai qual è? L’unico! Altri non ne ho… Che non ho fottuto abbastanza. Ho lavorato assai come un pupo e poco fottere con le femmine”.

Fottere o non fottere, la storia finisce con Angelo che, dopo aver firmato assegni per decine di milioni all’amico boss, crolla psicologicamente: prima si mette in fuga per sfuggire alle pressioni della cosca e poi denuncia tutto. Una mattina, un gruppo di carabinieri travestiti da camerieri sono indaffarati nella hall dell’Hotel Excelsior di Reggio: servono ai tavoli, stanno dietro al banco bar, passano l’aspirapolvere sulla moquette. Quando due emissari del clan si presentano alla reception per ritirare un pacco a nome Sorrenti che contiene realmente 100 milioni di lire, si trovano di fronte, vestito da portiere, il capitano Iannone con le manette.

Finisce così, nell’autunno del 1993, la storia dell’arrivo della Fininvest di Berlusconi in Calabria. Era iniziata con una piccola televisione di provincia e tre omicidi per le strade e nelle campagne di Gioia Tauro. Alla fine del processo i Piromalli e i Molé verranno condannati a pene pesantissime e con loro anche Toni Boemi e gli altri uomini Fininvest calabresi. Quelli di Milano invece se l’erano cavata, esattamente come succederà con i genovesi di Angelo Ravano e della Medcenter nella vicenda della maxitangente del porto.

Nel corpo della sentenza i giudici descriveranno minuziosamente anche la normalità dei rapporti tra i manager della Fininvest, gli imprenditori di Catanzaro e gli uomini della famiglia. Ma Galliani e quelli di Milano Due, che con i signori della Piana ci andavano a colazione e ci facevano affari, non hanno mai pensato alla costituzione di parte civile di Fininvest e Mediaset per gli attentati e i ricatti subiti.

Quanto al ruolo del boss, lo fotografano i giudici: “L’autorità di Pino Piromalli si delinea tanto forte e ramificata, quanto illuminata e tollerante verso gli amici che contano, dai quali si appaga di ricevere occasionali prestazioni e favori, nonché relazioni influenti… Se il potere ha un linguaggio, quello parlato da Pino Piromalli nei riguardi di Sorrenti dal 1981 al 1993 è, senz’altro, quello di un sovrano illuminato che, pur imperando, non opprime i suoi sudditi, sa discernere le loro capacità, promuoverne le potenzialità e addirittura premiare nei momenti di emergenza la fedeltà assoluta”. Morti a parte, naturalmente.