di Francesco Di Lieto
Definire “sagra di paese” una piazza soltanto perché è “lontana dai soliti salotti” non è solo ignoranza, è l’arroganza più vile di una borghesia mediocre che vomita il suo livore alla disperata ricerca di “likes”. Attaccare Catanzaro per colpire un palinsesto non è critica, è puro bullismo territoriale.
É un gesto infame al servizio di una élite che vuole lo spettacolo lontano dalle periferie.
La Rai “da sagra”? Forse. Non ho i mezzi per giudicare.
Di certo uno spettacolo di quart’ordine è questo giornalismo che sputa veleno su una città per alimentare pregiudizi coloniali.
Chi come Cruciani si permette di deridere Catanzaro, con la solita domanda trita “Sei mai stato a Catanzaro?” non è un critico, è un miserabile parassita del sistema, un cagnolino al guinzaglio del potere che ha bisogno di ghettizzare qualcuno per sentirsi “civile”.
Mentre lui mastica il suo cinismo reazionario, ridendo a denti stretti per un briciolo di visibilità, ignora che quella piazza era un baluardo di partecipazione autentica, un pezzo di paese che si rivendicava uno spazio pubblico.
Questo snobismo arrogante è la maschera di un giornalismo che odia il popolo, che teme la sua dignità e la sua forza. La verità che dà fastidio non è la qualità dello spettacolo (su cui si può discutere), ma il fatto che le periferie vogliano liberarsi dalle ataviche catene coloniali. Non è più il fondale anonimo dei pregiudizi di Cruciani e i suoi compari, ma un palcoscenico vivo, orgoglioso, che non chiede permesso a nessuno. Continuate pure a guardare dall’alto, ma sappiate che l’aria nella “improbabile” Catanzaro è più pura, più libera, più vera della vostra miseria morale.
E che ci siamo rotti le scatole dei professionisti della provocazione, dei mercanti di odio un tanto al chilo, di questi razzistelli ignoranti, che usano il territorio come bersaglio per alimentare la loro carriera.
In un mondo dove il cinismo si traveste da critica, è tempo di smascherare i parassiti della cultura e ribellarsi al loro disprezzo.









