Massomafia in Calabria. Fratelli di Loggia “coperta”: ecco come Pittelli e il Gattopardo hanno “battezzato” Petrini

È dal 15 gennaio 2020, ovvero dal giorno dell’arresto del presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Marco Petrini, accusato dalla Dda di Salerno di “corruzione in atti giudiziari”, che tutti i componenti della più potente massoparanza calabrese (giudici e avvocati su tutti) si adoperano per insabbiare l’inchiesta scaturita dalle dichiarazioni dell’ex giudice.

Era dal 2018 che la Dda di Salerno seguiva l’ex giudice, dopo aver ricevuto dalla Dda di Catanzaro varie “segnalazioni” (noi ovviamente ne avevamo già scritto) su uno strano via vai di avvocati nell’ufficio dell’allora giudice Marco Petrini. Ad occuparsi delle indagini sul campo, la Guardia di Finanza di Crotone e lo Scico. I militari pedinarono ed intercettarono l’ex giudice per due anni producendo tonnellate di intercettazioni e filmati che inequivocabilmente testimoniano l’attività di corruttela che avveniva nell’ufficio del Petrini, e non solo. Tra questi l’ormai famoso filmato che immortala l’avvocato Marcello Mazzetta Manna, mentre corrompe il giudice, porgendogli una bella bustarella farcita. Una prova schiacciante che sarebbe valsa, a qualsiasi altro cittadino, l’arresto immediato. Ma non per Manna che come si sa gode di forti protezioni, specie nell’ufficio Gip di Salerno. Due anni di indagini e una montagna di prove schiaccianti che convinsero la Dda a chiedere, e ottenere, l’arresto dell’ex giudice.

Se entrare in galera è sempre un trauma anche per un pluripregiudicato, figuriamoci per un giudice che in galera ha mandato tanta gente. E infatti non appena vista la cella, l’ex giudice, nel primo vero e sincero interrogatorio, pur di uscire dal carcere, decide di collaborare con i pm di Salerno. E inizia a raccontare la pura e semplice verità. Verità che nel “chiacchiericcio del sottobosco cittadino” è sulla bocca di tutti: che a Catanzaro e Cosenza le sentenze si comprano tanto al chilo, lo sapevano, e lo sanno anche i bambini. E le conferme di Petrini sulla diffusa e proficua attività di corruzione nel tribunale, verbalizzate dai pm, arrivano nelle segrete stanze dal massopotere come una bomba: fermare Petrini e rendere “inutilizzabili” i primi verbali, la priorità assoluta di tutte le Logge coperte segrete del “distretto giudiziario di Catanzaro”. La mobilitazione è massima e ad alti livelli. Diversi magistrati del Tribunale di Salerno, fratelli e sorelle, offrono il loro aiuto ai fratelli calabresi. E la demolizione del “personaggio” Marco Petrini ha inizio.

Tra le prime dichiarazioni di Marco Petrini, quelle vere e sincere, durante un interrogatorio davanti ai pm salernitani, in merito all’appartenenza di giudici e avvocati a Logge massoniche coperte e segrete, si legge testualmente.

Domanda: il suo primo incontro con la Massoneria in che luogo è avvenuto?

Petrini: Ho partecipato ad una riunione nello studio dell’avvocato Pittelli sito in Catanzaro nel centro della città: era la metà del 2018 e fui condotto lì da Santoro Emilio detto Mario, c’erano altre persone fra i quali i colleghi magistrati della Corte di Appello dottor Domenico Commodaro, Fabrizio Cosentino, Giancarlo Bianchi, il collega Presidente della Sezione Riesame e Misure Prevenzione Giuseppe Valea, il procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo. Fra gli avvocati c’erano Anselmo Torchai, Salvatore Staiano. In tutto saremmo stati poco più di una decina di persone. Io ero il nuovo, gli altri erano già iscritti, fui presentato da Santoro. Prese parola l’avvocato Pittelli e mi presenta agli altri ed annunzia che io ero interessato a fare parte di questa associazione segreta: gli altri presenti prestano il loro assenso, peraltro magistrati ed avvocati presenti mi conoscevano. Mi fu rappresentato il dovere di fratellanza, consistito nell’assecondare le richieste degli altri fratelli e di mantenere il segreto su quanto accadeva all’interno della Loggia. Il cerimoniere era l’avvocato Pittelli. Fu fatto cenno alla gerarchia che esisteva all’interno della confraternita, certamente Pittelli aveva il grado più elevato, così come seppi dal Santoro. Dopo la presentazione ho dichiarato la mia adesione e sono entrato nella confraternita, ho letto una formula di giuramento alla loggia, di rispetto di coloro che la componevano recante regole relative all’obbligo di fratellanza e di segreto. Tale formula fu da me letta ad alta voce e fu ascoltata anche dai colleghi magistrati presenti. Alla fine del giuramento Pittelli mi ammise formalmente alla confraternita e mi dichiarò fratello. Quell’incontro fu destinato solo alla mia iniziazione. Tra gli obiettivi correlati all’obbligo di fratellanza vi era quello da parte dei magistrati fratelli di assecondare le istanze degli avvocati”.

Un racconto lucido, veritiero e coerente con tutto quello che la Dda aveva già scoperto sugli intrallazzi di Petrini. Che in questo interrogatorio chiama in causa 5 alti magistrati, accusandoli, esplicitamente, di appartenere ad una loggia coperta e segreta massonica. Cosa risaputa da tutti e per la prima volta, e sta qui la novità, “verificata” con tanto di riscontri. A quell’incontro era presente Mario Spagnuolo alias il Gattopardo, il che conferma quello che abbiamo sempre scritto.

Il Gattopardo lavora e agisce per conto di una stretta cupola massomafiosa che controlla la città di Cosenza, la Calabria intera e le istituzioni. Tutti lo sanno, magistrati in primis, e nessuno osa dirlo. E su questo punto non capiamo una cosa: come fa la procura di Salerno, sapendo tutto questo, ovvero l’appartenenza del Gattopardo Mario Spagnuolo ad una Loggia massonica segreta, a chiedere la nostra condanna ogni qualvolta lo stesso presenta denuncia contro di noi che, attraverso i nostri articoli, da sempre lo accusiamo di questo?

E poi, come si può sperare di avere Giustizia nel Tribunale di Cosenza  se su chi è chiamato ad amministrarla gravano pesanti ombre e mortificanti sospetti? Infatti tutto ciò che “esce” dalla procura e dai “giudicanti” del Tribunale di Cosenza (inchieste e sentenze), quando si tratta di colletti bianchi, finisce sempre con lo stesso risultato: o la procura archivia, oppure il “giudicante” assolve. E questo è un dato incontrovertibile, basta dare una occhiata al lavoro di certi magistrati, guardare com’è composto il collegio difensivo (ad esempio: se a difendere un colletto bianco imputato in qualche processo al Tribunale di Cosenza c’è uno come Marcello Mazzetta Manna, l’assoluzione per il marpione è assicurata al 100%), per capire come stanno le cose. L’andazzo del “mercato delle vacche”, in Tribunale a Cosenza, non si è mai fermato. Nessuno osa toccarli. Il loro potere è illimitato, e di loro hanno tutti paura magisrati onesti e magistrati disonesti. Un clima di terrore che non accenna a cambiare: tutta colpa di quel codardo del senatore Morra che ha fermato l’ispezione ministeriale al Tribunale, e di questo, prima o poi, dovrà renderne pubblico conto. La speranza di avere un Tribunale “normale” per i cosentini si fa sempre più lontana. Proprio ieri si è consumata una nuova farsa ovvero quella dell’assoluzione dei dirigenti comunali e degli imprenditori che hanno letteralmente razziato milioni e milioni di fondi pubblici con gli appalti “spezzatino” alle ditte in odor di mafia e amiche dell’ex sindaco Occhiuto. L’ennesima prova di forza contro la Dda di Catanzaro e la Dda di Salerno.

Le pesanti cantate di Petrini hanno chiaramente creato panico tra i chiamati in correità, da qui la necessità di far passare l’ex giudice Petrini come un pazzo visionario costretto da chissà chi a fare nomi e cognomi di colleghi innocenti. Una specie di zio Michele di Avetrana che un giorno dice una cosa, e il giorno dopo sostiene il contrario. Petrini come zio Michele: l’uomo dalle mille versioni. E in quanto tale, non attendibile. È questo il gioco dei massomafiosi corrotti. Noi non sappiamo se la faranno franca anche stavolta (ma le possibilità sono molto alte), tuttavia il fatto che queste dichiarazioni hanno trovato spazio nell’ultima informativa del Ros entrata a far parte del processo Rinascita Scott rappresenta un minimo riscatto e serve quantomeno a far capire a tutti chi sono questi massomafiosi corrotti che ammorbano la giustizia calabrese ormai da decenni. Sempre a futura memoria.