Soldi forse. Comunque anticipi sulla Pac per comprare il silenzio degli agricoltori contro i cittadini
La lettera della Presidente Ursula von der Leyen sulla nuova Politica Agricola Comune è stata presentata come la prova che Bruxelles “ha ascoltato gli agricoltori”: più fondi, più strumenti, più protezioni. Ma chi legge il documento fino in fondo scopre che la realtà è un’altra. Non si tratta di una svolta a favore del lavoro agricolo, ma di un’operazione contabile e politica pensata per guadagnare tempo, lasciando intatti i problemi strutturali. Per questo agricoltori e cittadini hanno il diritto di sentirsi ingannati.
Nel documento si legge che gli Stati membri avranno accesso immediato «to up to two thirds of the amount normally available for the midterm review… about EUR 45 billion». Queste parole non descrivono soldi in più: sono risorse già previste che vengono semplicemente anticipate. Oggi servono a calmare il malcontento; domani, quando esploderanno nuove crisi, non ci saranno più. È come spendere la tredicesima a marzo e poi stupirsi se a dicembre manca l’aria. Per gli agricoltori significa solo un po’ di liquidità immediata, senza alcuna sicurezza nel medio periodo.
La Commissione sottolinea anche il raddoppio del fondo per le perturbazioni di mercato: «the doubled amount of EUR 6.3 billion for addressing market disturbances». All’apparenza sembra una cifra impressionante, ma spalmata su sette anni e ventisette Paesi significa meno di un miliardo l’anno: troppo poco per fronteggiare crolli dei prezzi, shock di mercato, crisi climatiche e speculazioni. È un fondo che paga, e male, il danno dopo, senza prevenire le cause. E mentre si parla di “resilience”, non si affronta il nodo vero: la concorrenza sleale prodotta dagli accordi commerciali.
La lettera annuncia inoltre che almeno il 10% delle risorse sarà destinato alle aree rurali, con un budget che può arrivare «up to EUR 63.7 billion… through Catalyst Europe loans». Ma una parte importante di queste risorse arriva sotto forma di prestiti. Per le piccole aziende significa più burocrazia, più debiti, più rischio e nessuna garanzia di reddito. In pratica si sostiene la finanza agricola, non il lavoro agricolo.
Il silenzio più pesante riguarda la difesa del mercato e dei consumatori. Nel documento non compaiono clausole di reciprocità negli accordi commerciali, strumenti concreti contro dumping sociale e ambientale, garanzie di prezzi minimi giusti, né misure serie sulla trasparenza dell’origine e della qualità dei prodotti. Da una parte si anticipano fondi, dall’altra si spalancano le porte a prodotti che costano meno perché rispettano meno regole. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: agricoltori messi fuori mercato, filiere sempre più concentrate, cittadini spinti a scegliere solo il prezzo più basso, arretramento della qualità reale. Non è difficile vedere qui il legame con accordi come il Mercosur: si compra consenso oggi per rendere accettabile l’apertura di domani.
Tutto questo non costruisce sovranità alimentare. Costruisce solo una gestione tampone della crisi: anticipi oggi, debiti domani, mercato sempre più squilibrato. Per piccoli produttori e consumatori il messaggio è crudele: non vi mettiamo in condizione di vivere del vostro lavoro, ma vi compenseremo quando non ce la farete più. Questa non è politica agricola: è amministrazione del declino. Pagano il funerale ma non curano il malato.
La vera sovranità alimentare richiede regole chiare e uguali per chi produce in Europa e per chi esporta in Europa, prezzi che riconoscano il valore del lavoro, filiere trasparenti e meno concentrate, un sostegno strutturale alla qualità vera. Finché si continuerà a confondere anticipi con aiuti e fondi tampone con strategia, la distanza tra Bruxelles, le campagne e le tavole dei cittadini continuerà ad allargarsi. E qualcuno, come sempre, resterà indietro.









