Basta auguri, il Natale del politicamente corretto

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Il 24 e il 25 i social ospitavano  una festosa dissacrazione del Natale e dei suoi riti ormai diventati celebrazione dell’idolatria consumista, quella che autorizza l’ipocrita tradizione di fare e ricevere doni spesso sgraditi e compensativi di disattenzioni, assenze, lontananze, recentemente legittimate da paradossali regole emergenziali di distanziamento e isolamento dei soggetti fragili, che avrebbero più bisogno di manifestazioni concrete di affetto, o dei bambini beneficati da balocchi e vaccini precoci.

Si potevano anche  ammirare le esternazioni dei credenti vecchio stampo che da anni denunciano che la nascita del loro Signore abbia perso il carattere sacrale per trasformarsi in liturgia gastronomica e che in questa veste si pronunciano contro la svolta blasfema, perorando severità caritatevole e composta sobrietà.

Per altri, anche per il più influente tra loro, il Natale vien buono per sconfinare in territori profani, cogliendo l’opportunità per interpretare i bisogni dei diseredati attraverso forme surrettizie di carità coloniale, richiamando all’ordine vaccinale i governi di buona volontà, perché si facciano carico dell’esportazione, in aggiunta alla loro civiltà superiore e alle missioni intese alla salvezza dell’anima, di provvedere a quella del corpo.

Qualcuno poi ne ha approfittato per esigere la tutela del Natale – e magari anche del panettone senza pistacchi di Bronte e cioccolato di Modica –  dalla tentazione di cedere alle incaute sollecitazioni ad applicare i dogmi del politicamente corretto e della cultura del cancelletto, che consigliano di augurare asettiche buone feste. La salvaguardia della santa ricorrenza avrebbe così il duplice effetto di difendere tradizioni del culto e della cultura popolare  e il Paese dalla minaccia del meticciato che peserebbe sull’Europa troppo “ospitale” e tollerante.

Da qualcuno  invece si è levato un richiamo alla laicità come impegno personale e collettivo per circoscrivere condizionamenti ed ingerenze religiose e clericali e per contrastare la pressione di una morale  confessionale imposta come etica pubblica. Tanto per fare un esempio ha circolato il link a un contributo di MicroMega, che elogia  la laicità come motore di emancipazione individuale e sociale, valore “esigente, scrive l’autrice Maria Mantello, che non consente scappatoie e richiede un impegno notevole perché chiama ognuno all’autonomia morale e alla responsabilità della scelta”. “Ed anche, mi scuso per la lunghezza della citazione,  educazione alla strutturazione di una “forma mentis” per sviluppare competenze e capacità di comprendere, analizzare, discutere, comunicare nell’abitudine all’esercizio del pensiero analitico critico… in una metodica di emancipazione individuale e sociale contro pregiudizi e luoghi comuni”.

Come non concordare, se non fosse che si tratta di convinzioni che di questi tempi non trovano più cittadinanza, a cominciare dalla rivista che spericolatamente le ospita nel contesto di una battaglia condotta contro le eresie di chi si batte per contrastare il pensiero unico, che ispira le misure di un evidente stato di eccezione, che raccomanda un approccio fideistico alla religione della Scienza, che esige sacrifici umani, atti di fede e la consegna del proprio arbitrio prima ancora che del proprio corpo, a una casta sacerdotale e ad autorità temporali che hanno stretto un patto coi mercanti del tempio.

Non basta citare il religiosissimo Kierkegaard che affermava che «la fede comincia dove il pensiero finisce», per esibire credenziali di libertà e autodeterminazione, quando è stato stabilita o sostenuta l’egemonia di passioni e degli istinti, paura o speranza (con la minuscola), obbedienza e convenienza, e quando si promuove il passaggio da cavie ad automi programmati e blindati per adeguarsi a un modello prestabilito, quello che ci vuole il più possibile somiglianti a esecutori scrupolosi le cui performance devono competere con quelle di robot e intelligenze artificiali.

Da tempo si limita l’orizzonte della laicità a una cauta riduzione del condizionamento confessionale della religione, in modo da lasciare intatta la portata della sua influenza culturale e politica che entra e esce dalle porte girevoli dell’ideologia del politicamente corretto che fa di tolleranza e inclusione valori pret à porter da impiegare nella propaganda progressista che condanna la collera dei sommersi, la furia  degli sfruttati, lo spirito di rivolta dei marginali, legittimando il regime di  esclusiva della forza e della violenza esercitata dalle autorità, dai potenti, dai decisori.

La crisi della religione, ha aperto lo spazio a qualcosa di altrettanto potente, la teocrazia del mercato, il totem dello sviluppo, forme superstiziose di consolazione per sottrarsi al pensiero della morte, culti della personalità, compreso un Papa che piace al progressismo neoliberista della gente che piace, oggi indirizzati a demiurghi salvifici che insieme a opinioni cliniche offrono ai consumatori i pacchetti morali con gli ingredienti sottovuoto della soggezione, del conformismo, del fatalismo. Il tutto nel contesto di una totalitarismo che ha occupato il pensiero, le aspettative, i desideri, che ha fatto degli intellettuali dei posseduti dai demoni dell’assenza di una alternativa di riscatto e liberazione.

E dire che la laicità dovrebbe essere il caposaldo che sorregge il riconoscersi in un pensiero, in un ideale e nel “professare” una disciplina scientifica che  consiste proprio nell’esercizio del ricercare, dubitare senza contare su un assoluto morale o disciplinare  che pretenda di elevare la teoria e il precetto a  legge dello stato e della persona. E deve essere proprio per questo che è uscita da ogni agenda morale, culturale e politica.