La battaglia di Salvatore Frasca contro la mafia di Cassano e il magistrato Ottavio Abbate

La morte di Salvatore Frasca – avvenuta il 27 marzo dello scorso anno – ci aveva già dato l’opportunità di ricordare il suo impegno contro la potente mafia di Cassano e il cancro della corruzione della magistratura, che il parlamentare socialista ha sempre combattuto soprattutto nella sua qualità di componente della commissione antimafia. Del resto, Frasca, che era di Cassano allo Jonio, viveva una realtà storicamente difficile come quella della Sibaritide per l’infiltrazione pesantissima della camorra e della ‘ndrangheta, resa possibile anche e soprattutto da una magistratura complice e connivente.

Noi ci siamo occupati di questo impegno di Frasca in occasione della ricostruzione degli ignobili insabbiamenti della procura di Castrovillari per l’omicidio di Denis Bergamini, consumato proprio in questo territorio, a Roseto Capo Spulico, ormai più di 32 anni fa, nel 1989.

Tra i lati oscuri da decifrare per arrivare a chiudere il cerchio delle coperture necessarie per eliminare Denis Bergamini nel territorio della Sibaritide, non c’è dubbio che si debba inserire l’aspetto relativo agli equilibri di forza nella criminalità organizzata. Non perché sia la malavita a decretare la morte di Denis ma perché lo stato deviato per portare a termine la sua missione di morte deve chiedere il lasciapassare al suo alter ego.

Se il caso Bergamini è rimasto insabbiato per più di vent’anni, non c’è dubbio che le responsabilità maggiori siano state della procura della Repubblica di Castrovillari.

LE COLPE DELLA PROCURA

Tutti i media nazionali, che da qualche anno a questa parte si sono nuovamente interessati al caso, non hanno potuto fare a meno di rilevare le assurde e quasi irritanti contraddizioni e incongruenze dei magistrati che hanno seguito le indagini.

Il primo pubblico ministero del caso Bergamini è Ottavio Abbate, oggi 75enne, nativo di Longobardi, un piccolo paese del Tirreno cosentino. Nel 1989 è ancora relativamente giovane (ha poco più di 40 anni) ma trascura incredibilmente ogni indizio e solo dopo le insistenze della famiglia Bergamini si decide (bontà sua) a disporre l’autopsia. E meno male che nel suo curriculum c’è anche un passato di vicequestore…

Il magistrato Ottavio Abbate ovvero colui che ha condotto le indagini sull’omicidio Bergamini “insabbiando” l’inchiesta è nato a Longobardi, piccolo paese della provincia di Cosenza sul mar Tirreno, il 5 dicembre 1946. E’ sposato con due figli, è un ex poliziotto e pare vanti nel suo curriculum anche un incarico da vicequestore.

Negli anni Ottanta invece entra in magistratura e gli tocca la procura di Castrovillari proprio nel periodo in cui è in mano al clan Cirillo e i magistrati vanno a braccetto con i camorristi nel villaggio Bagamoio di Sibari come diceva per l’appunto Salvatore Frasca, uno che ad Abbate ha sempre fatto guerra perché probabilmente aveva capito che “pesce” era. Resta a Castrovillari fino al 1994, poi i poteri forti lo mandano a dirigere il Tribunale di Sala Consilina ma torna nella città del Pollino nel 2004 per assumere l’incarico di presidente del Tribunale. Quando arriva la bufera del caso Bergamini, Abbate (che sente puzza di bruciato) prova in tutti i modi a farsi trasferire. Nel 2010 fa domanda per il Tribunale di Catania ma occorrerà attendere l’estate del 2012 (quando il caso Bergamini è già riaperto e lui è ancora presidente del Tribunale di Castrovillari!!!) per vederlo andare via a Campobasso, dove concluderà la sua indegna “carriera” di giudice corrotto e insabbiatore. Oggi, visto che è andato in pensione da poco, potrebbe essere tornato in Calabria e speriamo tanto che qualcuno lo abbia informato che le sue malefatte non sono passate inosservate.

Per non parlare delle perizie “lette” solo e soltanto in una direzione, della stessa autopsia nella quale erano e sono contenuti i rilievi per dare un’altra lettura del caso e della miriade di testimoni, quasi volutamente ignorati per non arrivare alla verità. Diciamocelo francamente: soltanto un giudice “strabico”, se non vogliamo chiamare in causa la malafede, non avrebbe capito che ci si trovava davanti ad un omicidio e non ad un suicidio.

Ma, poiché è rimasto a Castrovillari fino all’altro ieri, Abbate rappresenterebbe l’ideale continuità tra il passato e il presente di questa procura. Il nuovo procuratore Eugenio Facciolla aveva cambiato completamente registro dimostrando quell’integrità morale che chi l’ha preceduto non ha avuto in tutti questi lunghissimi anni. E aveva avviato la “macchina della verità” anche nei confronti di questo suo impresentabile collega prima di essere “eliminato” dai poteri forti di questo Paese.

Il Tribunale di Castrovillari esercitava la propria giurisdizione su 39 Comuni con una popolazione di 135.246 abitanti, pari a 2.029,32 abitanti per chilometro quadrato, residenti su un territorio morfologicamente diverso e complesso. Dal montuoso ed impervio al marittimo e rivierasco. Poi c’è stata l’aggiunta dei comuni ricadenti nel Tribunale di Rossano, chiuso qualche tempo fa.

Ma la nostra attenzione va sulla Sibaritide. All’interno di questa giurisdizione ci sono tutti i 60 chilometri di costa sibarita (da Rocca Imperiale a Sibari), compresi i sette Comuni litoranei (oltre a Rocca Imperiale, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Amendolara, Trebisacce, Villapiana e Cassano) più importanti della Sibaritide.

Cerchiamo allora di mettere a fuoco qual era la realtà criminale di questa zona molto importante della Calabria. Se consideriamo la Sibaritide una provincia, come ancora oggi è auspicato da molti, Cassano ne costituisce naturalmente la “mala capitale”.

La mafia nasce, si sviluppa e si potenzia nelle zone più ricche, poiché ha bisogno di ricchezze da sfruttare a suo piacimento.

Da questo punto di vista Rossano e Corigliano dovrebbero occupare una posizione migliore sia per il volume della ricchezza che per grandezza, poiché costituiscono la naturale conurbazione della Sibaritide. La Sibaritide è un terreno molto omogeneo che va da Rocca Imperiale a Cariati e presenta problematiche molto simili, con presenza di clan la cui pericolosità non va sottovalutata per poter impostare una efficace politica di contrasto. Cassano occupa una posizione centrale e qui si coagulano una molteplicità di interessi poiché tutto finisce per convergere a Sibari, ma non si può certo affermare che Cassano è un centro di mafia mentre Corigliano e Rossano (oggi città unica) ne sono immuni. Siamo dunque al centro di un territorio nel quale la criminalità ha una infinità di interessi.

Giuseppe Cirillo

IL CLAN CIRILLO

Dovendo tracciare la genesi storica del fenomeno criminale nella Sibaritide non si può prescindere dal clan Cirillo.

Giuseppe Cirillo, capo indiscusso dell’organizzazione ed influente “mammasantissima” della Sibaritide sino al 1995 (anno del suo pentimento, lo stesso di Franco Pino), era di origine napoletana. Negli anni settanta decide, con il sostegno di alcuni “amici degli amici”, di trasferirsi in Calabria, nella zona fra Amendolara e Cariati. Non perché fosse innamorato pazzo della Calabria, né tantomeno per contrarre matrimonio con una bella “calabresella”. Cirillo viene in Calabria per fondare una ‘ndrina nella sterminata Sibaritide, tra la Sila ed il Pollino.

Don Peppino Cirillo camminava sotto la “Fibbia” di “Don Raffaele” Cutolo inteso ‘O Professore, pezzo da novanta della camorra, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente detenuto. Col permesso anche del compare di Cutolo, il mammasantissima della ‘ndrangheta “Don Paolino” De Stefano, ammazzato ad Archi il 13 ottobre del 1985. Successivamente il suo referente con la ‘ndrangheta diventa Don Pasquale Condello, capobastone della mafia calabrese.

Come è stato più volte dimostrato, la Sibaritide è stato un luogo prescelto dalla camorra napoletana per diversificare i suoi investimenti. Qui si è presentata con il suo volto imprenditoriale rilevando alcune aziende e gestendole direttamente. In questo modo si è insediata stabilmente sul territorio ed ha iniziato a tendere i suoi tentacoli nella struttura economica locale.

Le prime tre aziende erano agricole, successivamente il suo interesse si è esteso in tutti i settori dell’economia. Don Peppino realizza insediamenti produttivi e commerciali, costringendo gli imprenditori della zona a subire in silenzio la sua invadenza.

Cirillo e il cognato, Mario Mirabile, riescono a diventare in breve tempo, interlocutori privilegiati delle due più potenti consorterie delinquenziali del Meridione. Dopo aver eliminato alcuni “alleati” che gli facevano ombra, il boss Cirillo “manda” Mirabile in Campania e il cognato di don Peppino diventa l’uomo di riferimento della “Nco” di Raffaele Cutolo nel Salernitano. Impianta bische e gestisce grandi estorsioni in accordo con “Tore u guaglione” da sempre uomo di fiducia di “don Raffaele” e Vincenzo Casillo, detto “O Nirone” braccio destro del capo assoluto della Nco.

LA PROCURA IN MANO AL CLAN CIRILLO

Siamo ormai negli anni Ottanta. Il cosiddetto “locale” di Sibari gestito da Peppino Cirillo ha il territorio in mano e le istituzioni pubbliche sono ai suoi piedi.

L’unico ente che ha percepito fin dall’inizio la pericolosità di quella presenza è stato il comune di Cassano allo Ionio. Il sindaco è Salvatore Frasca, che negli anni Settanta e Ottanta è stato senatore e anche sottosegretario del vecchio Partito socialista. Non a caso, Cassano allo Jonio è stato il primo comune che in Italia si è battuto per l’acquisizione e l’ utilizzazione a scopo sociale del patrimonio sequestrato alla criminalità organizzata.

Le aziende di Cirillo sono state tutte confiscate dalla magistratura ed il comune le ha utilizzate per creare il centro per il recupero dei tossicodipendenti dato in gestione all’Associazione Saman. Proprio il Comune di Cassano è stato il primo a capire la pericolosità del fenomeno Cirillo, a mobilitarsi per combatterlo, poiché le forze dell’ordine e la magistratura avevano sottovalutato clamorosamente la sua pericolosità.

Da cosa nasceva questa tiepidezza nell’azione di contrasto?

E’ proprio Salvatore Frasca a dare una risposta sotto certi aspetti inquietante. La procura di Castrovillari, che dovrebbe “controllare” certi fenomeni, non solo li tollera ma è a tutti gli effetti connivente.

«La completa assenza di un’azione di contrasto al clan nasceva dalla scarsa conoscenza della sua natura e della sua ramificazione nel territorio – sostiene Frasca -, tanto che la stessa magistratura gli affidò il villaggio Bagamoio che era in gestione fallimentare. Tutti i magistrati e gli avvocati di Castrovillari erano degli habitué di quel club… Cosa era veramente Cirillo lo hanno scoperto nel corso degli anni successivi, quando è apparsa con ogni evidenza la sua vera natura. Cirillo aveva creato uno stretto legame con la criminalità di Cirò estendendo di molto il suo potere mafioso anche a Corigliano e Rossano…».

Dunque, la Procura della Repubblica di Castrovillari si piega in tutto e per tutto al volere del clan Cirillo e i magistrati si fanno vedere insieme ai delinquenti senza nessun tipo di problema in questo villaggio Bagamoio.

Queste dichiarazioni sono costate parecchio a Salvatore Frasca e negli anni Ottanta il parlamentare socialista aveva sfidato i magistrati corrotti della procura di Castrovillari e in particolare proprio Ottavio Abbate, l’insabbiatore dell’omicidio Bergamini.

E se Frasca affermava fatti gravissimi, che gettavano discredito sui magistrati di Castrovillari, Abbate – il peggiore – si era dato parecchio da fare per provare ad incastrare Frasca, senza peraltro riuscirci. Ad un certo punto era arrivato a sostenere le accuse di interesse privato in atti di ufficio continuato e aggravato, tentata truffa aggravata e corruzione aggravata nei confronti di Frasca chiedendo addirittura l’ autorizzazione a procedere nei confronti del senatore socialista, membro della Commissione Antimafia.

Frasca era anche sindaco del suo paese d’ origine, Cassano Jonio, ed era alla sua attività di amministratore che si riferisce la richiesta della magistratura e di Abbate in particolare. Il parlamentare socialista era accusato, insieme a sei assessori, per l’ affidamento del servizio di riscossione dei tributi comunali. Secondo il sostituto procuratore Abbate la gara d’ appalto, vinta dalla ditta Gestor, era truccata. La vittoria sarebbe stata pagata, secondo il magistrato corrotto fino al buco del culo, con “somme di denaro” versate a Frasca. La vicenda, per la cronaca, era venuta a galla grazie alla testimonianza di un impiegato della stessa Gestor, che aveva informato un consigliere comunale di Cassano Jonio, tale Francesco Risolè. Dalla sua denuncia telecomandata da Abbate il corrotto era partita l’ inchiesta della Procura della Repubblica che attendeva un’ autorizzazione a procedere che non è mai arrivata, a testimonianza del fatto che quell’inchiesta era solo e soltanto una ritorsione del magistrato corrotto Abbate nei confronti di chi aveva avuto il coraggio di spiattellargli la verità in faccia e di sputtanarlo. Oggi Frasca non c’è più ed è giusto ricordare il suo impegno, sperando che prima o poi venga a galla anche la verità sui poteri forti che hanno insabbiato il suo barbaro omicidio. Rappresentati plasticamente da Ottavio Abbate, servitore indegno, infedele e corrotto dello stato.