Pubblicità “mafiosa”: Maduli ospitò nei suoi (vecchi) uffici di Rende la Publidei del clan Muto

Il “colosso” della pubblicità e dell’editoria calabrese, il Gruppo Pubbliemme oggi Diemme, è in grave imbarazzo e difficoltà. Dall’ordinanza dell’operazione “Rimpiazzo” (http://www.iacchite.blog/ndrangheta-e-media-il-socio-di-maduli-e-uno-dei-mafiosi-arrestati-ieri-il-ruolo-delleditore-tra-i-mancuso-e-i-piscopisani/), l’editore di LaC Domenico Maduli usciva già con le ossa rotte. Il suo socio è un tale Nicola Barba, arrestato e ritenuto a tutti gli effetti un mafioso del clan Mancuso, che per ammissione dei pentiti Moscato e Mantella “proteggeva” lo stesso Maduli, il quale, a sua volta, “galleggiava” anche con gli esponenti del clan rivale, quello dei Piscopisani. Uno scenario deprimente, che dovrebbe far riflettere a fondo tutte quelle amministrazioni e quegli enti pubblici che ancora consegnano appalti e soldi a questo soggetto.

Maduli,, Lo Riggio e Giamborino

Poi era arrivato il “ciclone” dell’operazione Rinascita Scott e anche lì si parla abbondantemente del “reuccio” Maduli e in particolare delle sue relazioni con il politico mafioso Pietro Giamborino (http://www.iacchite.blog/massomafia-maduli-e-i-clan-di-vibo-su-giamborino-garantisco-io/) e con altri imprenditori a lui legati, che offrono un quadro allucinante dell’asservimento del Nostro al potere massomafioso con l’aggravante che, subito dopo l’arresto di Giamborino, con una perfetta piroetta per Maduli e la sua cricca, il malcapitato uomo politico è diventato improvvisamente come l’uomo nero da criminalizzare a tutti i costi, causa… la paura di Gratteri. E potremmo continuare ancora citando i rapporti di Maduli con Ferrante e Sposari, arrestati dal procuratore della Dda di Catanzaro nell’operazione “Robin Hood” e l’ultima operazione “Alibante” nella quale è impelagato fino al collo lo storico direttore di LaC Pasquale Motta, ovviamente sodale da anni e anni di Maduli. E naturalmente subito sostituito con tale Pino Aprile, che si vanta di essere seguace (!) di Gratteri. Ccuri cazzi, diremmo a Cosenza.

Eppure, come se già non bastassero, queste non sono certo le sole prove della contiguità di Maduli alle zone grigie (per usare un eufemismo) della “onorata società” calabrese, perché anche in provincia di Cosenza il buon editore di LaC è accriccato a dovere. L’operazione della procura di Paola che ha riportato in carcere il faccendiere Agostino Iacovo, cetrarese e contiguo al clan Muto, qualche tempo fa, era stata un’altra mazzata per il patron Domenico Maduli.

Francesco Brogna, ex dipendente del gruppo vibonese, ha fatto dichiarazioni molto precise e circostanziate ai finanzieri e il quadro che ne emerge è molto grave. Iacovo cercò di avvicinare Maduli già quando Brogna era al servizio della Pubbliemme. «Maduli – afferma Brogna alle Fiamme Gialle – mi disse in riferimento ad Agostino Iacovo che con i mafiosi non voleva avere nulla a che fare». E il riferimento non può che essere al coinvolgimento di Iacovo nell’operazione Plinius contro il clan Muto.

Nel frattempo il dipendente della Pubbliemme interrompe i rapporti di lavoro e apprende che l’iniziale ostracismo di Maduli nei confronti di Iacovo, come per incanto, si è “trasformato” (lui è esperto in “trasformazioni” come nel caso di Pietro Giamborino). «Ho saputo tempo dopo che Publidei srl e MediaPlan srls (società pubblicitarie di Iacovo) iniziarono un rapporto collaborativo diretto con la Pubbliemme. La nuova società costituita, la Media Plan srls, era intestata alla signora Nutino (oggi ai domiciliari, ndr), questo perché da un punto di vista pratico sarebbe stato più facile avere dei rapporti diretti con Domenico Maduli».

E i rapporti, secondo quanto riferito ancora da Brogna, avrebbero permesso di fare il cambio di residenza della società. «Prima dell’estate del 2016 – dice Francesco Brogna alla Guardia di Finanza –, vengo a conoscenza dallo stesso Agostino Iacovo, che le sue società di pubblicità si sarebbero trasferite a Rende presso i vecchi uffici che erano dalla Publiemme. Da colloqui avuti con Iacovo ho capito che quest’ultimo acquistava gli spazi pubblicitari presso il Comune di Cosenza e li rivendeva a Maduli, nello specifico la Publiemme».

Il trasferimento, come emerge dalle indagini, avrebbe fruttato circa 1 milione di euro ad Agostino Iacovo. Gli inquirenti annotano tre motivi. Accordi contrattuali da utilizzare per affissioni e acquisti della Publiemme. Locali che evidenziano continuità commerciale e poi l’ampio risalto dato dal sito web della Publiemme che indica la sede di Rende di Publidei come propria estensione nella provincia bruzia. In questo arco di tempo Iacovo reinventa la Publidei srl chiamandola con lo stesso nome e modificandone le coordinate bancarie. Cambia la sede, ma non gli affari… Ma prima o poi tutte queste verità arriveranno a galla. La giustizia è lenta ma prima o poi arriva.