Cosenza, Morra a “Senza Bavaglio”: “Tagliare i tentacoli della piovra sui media”

di Massimo A. Alberizzi

Fonte: Senza Bavaglio (www.senzabavaglio.info)

Nelle scorse settimane Senza Bavaglio ha rimarcato le pericolose relazioni tra la massoneria e il mondo dell’informazione in un articolo pubblicato sul suo sito (https://www.senzabavaglio.info/2019/06/06/massoneria-e-giornalismo-una-relazione-preoccupante-che-non-giova-a-nessuno/), evidenziando che dette relazioni non rimangono circoscritte esclusivamente agli ambienti dei “grembiulini”, ma si estendono anche ad altre realtà, spesso poco lecite. Non si può ignorare, infatti, la vicinanza delle mafie al mondo dell’informazione, come è stato peraltro confermato anche dal lavoro svolto negli anni scorsi dalla Commissione Antimafia sulle testate giornalistiche.

La Commissione ha dimostrato che le organizzazioni criminali facevano sentire la loro presenza sui media, influendo sulla posizione dell’Italia nella classifica della libertà di stampa, assestatasi al 46° posto nel 2018. Il fenomeno è rimasto nell’ombra per molto tempo, anche se non sono mancati segnali che avrebbero dovuto far riflettere. Ancora oggi, gli effetti nefasti delle influenze masso-mafiose su tanta parte di stampa sono facilmente individuabili.

Per tutti questi motivi, Senza Bavaglio ha voluto chiedere all’attuale presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, cosa si può fare per impedire che i tentacoli della criminalità organizzata stritolino sempre più le redazioni, in quanto tempo e come si può agire.

Il senatore e presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra
Il senatore e presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra

“Perché i tentacoli della cosiddetta piovra siano resi inefficaci – spiega Morra – bisogna diffondere una cultura dei diritti e dei doveri dei cittadini, che, purtroppo, in questo nostro Stato, soprattutto in alcune parti e segnatamente nel Sud, è assente. È utile citare l’affermazione di Nando Dalla Chiesa, secondo il quale la forza della mafia è da cercarsi al di fuori della mafia, poiché, numericamente parlando, l’esercito degli affiliati ai sodalizi ritenuti mafiosi varia, secondo i calcoli della Dia, da 50mila a 60mila unità. Come è possibile che meno di centomila criminali mettono in ginocchio interi territori? Potremmo spiegarlo col fatto che tanti non denunciano, non parlano, ascoltano, ma non riferiscono nulla, non hanno, pertanto, la doverosa fiducia che deve imporre al cittadino di rivelare al più presto alla magistratura o alle forze dell’ordine in genere quanto di sua conoscenza su fatti e persone non proprio adamantini. Ciò limiterebbe i fatti criminosi, ma giacchè manca questa cultura, anzi pare che tutti non vedano né sentano, prevale l’atteggiamento molto efficacemente simboleggiato da Cetto La Qualunque e si facilitano, così, i malfattori a commettere più reati. Si capisce, dunque, che i tempi, perchè qualcosa possa cambiare, si allungano moltissimo”.

Un’informazione compiacente con le mafie – e anche con il potere politico – impedisce la crescita di un paese civile. Quali provvedimenti ritiene necessari per limitare le influenze di mafia, massoneria e politica sulla stampa?

“Penso che in assenza di una editoria pura, libera e finanziariamente autosufficiente, il problema si riproporrà fino alla fine dei tempi. Anche oggi tanti giornalisti, perché precari o perché assunti con contratti assolutamente capestro, vengono in qualche modo stoppati anche quando hanno delle notevoli intuizioni. È necessario che gli operatori della comunicazione siano retribuiti in maniera equa per renderli meno ricattabili. In assenza di una editoria libera, una società democratica è tale solo di nome”.

Lei vive in Calabria, regione in cui la ‘ndrangheta è molta pervasiva. Ha mai avuto modo di constatare pressioni mafiose sull’informazione?

“È risaputo che redattori, caporedattori e infine direttori che rispondono in ultima battuta all’editore, talvolta sono limitati nello svolgimento del proprio lavoro. Spesso accade che, se anche avessero intenzione di approfondire, sviscerare determinati fatti e proporli, i giornalisti possono essere bloccati se la notizia risulta scomoda a qualche potente. I casi sono tanti e non si deve dimenticare che la sopravvivenza di tante testate non dipende dalle vendite”.

Contigui all’universo dei media non sono solo massoneria e mafia: a censurare le notizie, a licenziare o a minacciare i giornalisti è anche un certo mondo politico che non si fa scrupolo di bloccare l’uscita di notizie sconvenienti. Cosa ne pensa?

“Bisogna domandarsi chi ci sia dietro alcune testate, dietro la pubblicazione di alcune notizie evidentemente destabilizzanti per un certo quadro politico, sociale, editoriale. Se si riuscisse ad andare in profondità, forse potremmo appurare davvero tante cose, perché un’editoria funzionale al sistema non è certamente ciò di cui adesso si ha bisogno. Purtroppo, tante testate vedono come manna dal cielo pubblicità istituzionali, incarichi garantiti a qualche loro dipendente, come se questo fosse il modo per conquistarsi credibilità”.

Nella sua città, Cosenza, si sono verificati negli ultimi anni diversi episodi riconducibili a una ingerenza della politica locale sui media. Il riferimento è all’Oragate (https://www.corrieredellacalabria.it/politica/item/21169-22109_caso_gentile__la_verit_di_citrigno_i_fratelli_sono_pi_pericolosi_della_ndrangheta/), al caso di Rosamaria Aquino (http://www.giornalisticalabria.it/2013/07/20/rosamaria-aquino-odissea-di-una-giornalista-perbene/), di Francesca Canino (https://www.senzabavaglio.info/2016/11/09/il-sindaco-di-cosenza-non-tollera-le-critiche-e-attacca-i-giornalisti/), dei “like in Procura” (http://www.iacchite.blog/persona-informata-sui-like-di-claudio-dionesalvi/). Vogliamo parlarne?

“Si sono addensati negli ultimi anni episodi assai dubbi, su cui anche a livello istituzionale ci si dovrebbe interrogare. Ricordo, ad esempio, la mancata uscita in edicola di un giornale locale, causa rotative rotte, che poi rotte non erano. La stessa cosa ha riguardato la posizione di una semplice emoticon sul post di un giornalista, che per quanto eccentrico e naif lo si possa definire, non giustifica la convocazione in procura, a Cosenza, di numerose persone per dar conto di quella scelta, ovvero il ‘mi piace’ cliccato su un articolo o su un post di facebook. Ci sono stati, inoltre, giornalisti licenziati perché non allineati a una certa politica, ma le responsabilità in questi casi ricadono anche sui direttori e sugli editori delle testate. Ritorniamo al discorso di prima”.

Da dove cominciare per liberare l’informazione dai poteri forti?

“A me piacerebbe tanto che con il principio del ‘poco, ma da tanti’ anche in Calabria partisse un’esperienza editoriale finanziata da molti cittadini disposti a rinunciare, per esempio, anche alla spesa di un caffè giornaliero. Pochi centesimi per poter finanziare qualche iniziativa editoriale, magari online, magari capace anche di proporsi come web tv da affiancasi a una editoria che troppe volte non pubblica notizie che forse meriterebbero più spazio semplicemente perché scomode. Faccio un esempio su tutti: il 3 luglio si è svolta un’udienza al tribunale di Cosenza particolarmente rilevante, relativa al decesso di una bambina di 4 mesi, avvenuto all’ospedale civile di Cosenza. Pur tuttavia questa notizia non mi sembra abbia avuto il giusto risalto nelle cronache cittadine. Dimenticanza o forse voluta omissione? Ecco, si potrebbe cominciare da qui”.

Massimo A. Alberizzi
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