Il sistema Catanzaro. In nome del Vescovo Re: anatomia della curia

«C’era una volta…» Così inizia sempre una bella storia, una favola che racchiude i grandi valori dell’umanità e che come si conviene, si conclude sempre con: «…e vissero felici e contenti». Ma, questa volta non è così. Non c’è un finale da favola e nemmeno un prologo quando si parla della città di Catanzaro, la città della massomafia.

Questa è la caratteristica più autentica che ricomprende tutte le qualità della città capoluogo di regione, esplose alla conoscenza di tutti dopo l’azione della Dda di Gratteri sperando che sia soltanto l’inizio di un lungo percorso di derattizzazione, che si basa sulla logica dei faccendieri, degli illuminati e dei consacrati che rappresentano la scena di un sistema corrotto nella pratica quotidiana, ma come fatto ancora più grave corrotto nella morale e nell’etica della parola e dell’insegnamento. Siamo alla riedizione catanzarese de “I Promessi Sposi”, il romanzo dell’illuminismo meneghino dove la genia di Don Rodrigo è arrivata ai nostri giorni e si è replicata. E’ la storia del perenne sopruso ai danni del popolo, l’attentato alle sue aspettative e libertà da una “casta” fatta da massoni, prelati, politici e dalla mafia, quella che alle latitudini di Catanzaro si chiama massomafia. Ma c’è in aggiunta la presenza partecipe al crimine di un cattolicesimo maturo e corrotto, che conosce bene i misfatti ed i miracoli della Chiesa cattolica, replicati e superati dalla curia cittadina.

Tutto è nato per un caso, da un semplice documento arrivato in nostro possesso e quello che si sta dipanando come una legenda nera è magnifico ed al contempo orrendo, perché nostro malgrado abbiamo dissepolto un popolo e resuscitato un mondo grigio, il doloroso mosaico della verità sulla città di Catanzaro. Noi stiamo cercando di inseguire un punto forse irraggiungibile di umanità e di giustizia, quello che non è un paradosso, ma invece una normalità uccisa, nel silenzio della complicità, dal sistema della massomafia. Le tracce della massomafia e del reticolo di complicità e di criminalità si trovano nella città di Catanzaro, nelle vie del potere e nei palazzi delle istituzioni come una dotazione imprescindibile, un nuovo Dna del malaffare e della corruzione, la stessa che ci è stata presentata sugli schermi della Rai, nell’ultima puntata di Report: “Lo sterco del diavolo”.

La terra di confine fatta di speculazioni finanziarie ed immobiliari che vede protagonista la Segreteria di Stato Vaticana, denunciata da Report è la stessa di quella, di dimensioni minori, che abbiamo incontrato nel nostro viaggio nel mondo degli stupidi manutentori di anime che si agitano fra cappucci e grembiuli, inquinando le ostie nel perimetro del sistema Catanzaro.

Il cemento di Dio e la postulazione della massomafia sono le caratteristiche di una specie di “fuori catalogo” delle utilità e del denaro, simboli riconosciuti della curia del vescovo Bertolone, quel “nuovo ed autoctono” messaggio evangelico, passaggio obbligato per il riconoscimento di santità della massomafia.  Le contaminazioni nella Chiesa cattolica denunciate da Report ci sono tutte a Catanzaro nella curia del vescovo, una replica fedele di ruberie, di distrazioni di fondi dedicati, di speculazioni anche umane, di palazzinari incalliti, di gruppi di potere, di postulazioni di denaro dove la Fede perde lo stupore e diventa sorda. Una sordità alla legalità ed all’arbitrato morale tipico della religione e della cultura cattolica.

Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14,6).

Il Vaso di Pandora che viene evocato nell’indagine di Report e che si ricollega all’ex sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano e dopo Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, Monsignor Angelo Becciu è lo stesso vaso che nasconde i segreti e le malefatte della curia di Catanzaro, del vescovo Bertolone e della sua corte, dove potere e denaro sono  la sintesi di un apostolato che negli anni non ha brillato di carità e di umanità. Se a Roma oggetto delle razzie dei prelati di alto rango è la cosiddetta “banca del Papa”, a Catanzaro è il traffico e l’uso discrezionale del denaro, quello che arriva con i fondi dell’8 x mille: la Caritas diocesana.

Qui nel silenzio complice del vescovo Bertolone, don Roberto Celia, l’attuale presidente della Caritas copre un fiume carsico di soldi che vengono ormai da anni indirizzati alle necessità, che si dichiarano umanitarie e di carità, di padre Piero Puglisi, il palazzinaro di Squillace che finanzia tutte le sue attività in regime di monopolio usando i fondi della Caritas e gestendoli tramite la Onlus Città Solidale. Parlare di complicità e di irregolarità è puro esercizio dialettico, tutto rientra nell’ombra dei sacri palazzi cittadini e nelle complicità che si radicano oltre Tevere, tanto che mai nessuno ha avuto il dubbio e la curiosità di andare a guardare a fondo nei conti della curia di Catanzaro e della Caritas diocesana.

Quella stessa curiosità che avrebbe dovuto indurre la Procura cittadina ad indagare sulle attività della Città Solidale e su incroci finanziari sospetti, sulla sovrapposizione di finanziamenti che usano anche fondi statali per i migranti, oltre che fare una ripassata su padre Piero Puglisi e sulla montagna di denunce, certamente insabbiate nei cassetti del Tribunale, che andrebbero indagate prima ancora di cantare e di parlare di profumo di santità, quello che nella sostanza si percepisce più come una puzza indistinta. D’altronde saper trasformare la creta in mattone ed il barcone in business è la caratteristica autentica di padre Piero Puglisi, prima ancora che essere sacerdote e traghettatore di anime. Anche noi ci domandiamo: chi gestisce gli investimenti della curia di Catanzaro? Chi li sceglie? Chi controlla il flusso del denaro e la bontà dei progetti cosiddetti umanitari? E’ sempre lui, il prete costruttore, il palazzinaro padre Piero Puglisi, la longa manus sulla Caritas diocesana e la continuità del sistema, quello che pure non avendo le insegne episcopali è di fatto in partibus infidelium.

Ciliberti e Bertolone

Non ci scandalizza aver saputo, sempre dall’inchiesta giornalistica di Report, che la Congregazione delle cause dei Santi è definita come la “madre di tutte le tangenti” perché anche questo rientra nella gestione terrena della Chiesa cattolica, almeno della parte meno vicina agli insegnamenti del Vangelo. Ci scandalizza ancora di meno, dopo aver conosciuto le realtà della Chiesa calabrese e della curia catanzarese, dove le “mazzette” hanno lo stesso valore del “pax et amor”, il classico “pace e bene” ed anche questo è un fatto conosciuto da tutti, anche nelle stanze della Procura di Catanzaro e taciuto nella città di Catanzaro. La benedizione al contrario Urbi et orbi.

La Chiesa catanzarese è postulatrice della massomafia, perché ha superato Motu proprio l’inconciliabilità con la massoneria come veniva imposto della Congregazione per la Dottrina della Fede, quel limite e quella prescrizione che a Catanzaro non ha accoglienza, tanto che si proteggono con i buoni uffici del vescovo Bertolone i “figli” prediletti che sono massoni dichiarati e che gravitano spontaneamente e normalmente in ambienti di loggia e di obbedienze. Se, quello che è emerso dall’inchiesta giornalistica di Report è vero, allora anche a Catanzaro si replicano le negatività che accompagnano l’attività della Congregazione delle cause dei Santi, fucina di mazzette e di grossi benefit a cinque zeri, quelli che vengono riconosciuti per l’impegno ai postulatori.

La “fabbrica” dei Santi sembra essere l’attività più autentica della curia di Catanzaro, dove vizi e virtù si esportano e dove le postulazioni sembra non abbiano replicato in bonis gli insegnamenti dei servi di Dio, dei beati o dei Santi proclamati. Don Pino Puglisi era un prete che realmente ha combattuto la mafia, come l’ha combattuto dal fronte della Magistratura il giudice Livatino ormai anche lui in odore di santità, ma tutto resta a livello di enunciazione se poi la curia di Catanzaro non opera di conseguenza. E’ proprio il vescovo Bertolone, postulatore delle cause richiamate, il primo a non dare l’esempio, perché i suoi silenzi, fatti salve le “perle” di saggezza da comunicati stampa o dai sermoni dal pulpito, quelli politicamente scorretti, non rompono la cortina di grigiore di una terra di mezzo che è la caratteristica ormai riconosciuta di dieci anni della curia catanzarese, quella che si allontana sempre di più dal sentire del popolo e dalla responsabilità che dovrebbe essere la traccia dell’azione della Chiesa cattolica. “Ci sono principi inderogabili, perché la croce non si negozia, si abbraccia” dice Papa Francesco, ma a Catanzaro la croce sembra essere una miserabile stampella dove i beni durevoli della dottrina cristiana e del Vangelo diventano beni di consumo, le vettovaglie del tavolo della merenda della curia cittadina. Caduti i paramenti e dissolti i fumogeni dell’incenso, oggi si studia una “exit strategy” che possa salvare non tanto l’immagine ormai perduta, ma il fondo schiena del vescovo e del suo cerchio magico di ruberie e di grigiore istituzionale, senza la necessità di scomodare l’Inquisizione, come se la stessa non sia stata un peccato ed una caratteristica della storia di Santa Romana Chiesa.

Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». (Giovanni 8,31-32).

Ricapitolando: il romanzo della curia catanzarese è scadente, lo stile non porta ad alcuna caratterizzazione che possa dirsi autenticamente vera, la struttura è più che carente, ed i “messaggi qualunquistici” dimostrano che la verità storica non la si vuole fare conoscere. Un bel curriculum non c’è che dire, raccontato in versione light, per bocche buone consacrate al Vangelo o al compasso che non hanno voglia di dilungarsi raccontando la verità anche storica, un’introspezione evangelicamente vuota o altre simili baggianate. Noi siamo abituati ad andare subito al punto, con scrittura secca, contraria a quella inconcludente e senza nerbo. È questo il vero sottotitolo in copertina a spiegare i quattro elementi della storia di Bertolone: un delitto multiplo di anziani, un tesoro nascosto della Caritas diocesana, una guerra fra faide di prelati, un amore evangelico solo professato, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con miele, senza olio di palma.

Siamo a piè pari nella categoria “altro” quella della truffa dei vaccini Covid, che si replica per altri aspetti nella curia di Catanzaro, dove vige la regola degli amici degli amici, nascosti dietro l’altare a fare cucù insieme a qualche prelato burlone: scherzi da prete!

Il cemento di Dio, anziani S.p.A. ed il mecenatismo dei barconi sono gli asset management della curia di Catanzaro e di questo siamo certi di non sbagliare, ce lo confermano i documenti e la cronaca degli archivi storici dei quotidiani locali. Palazzi e palazzinari sono le oggettive preoccupazioni della curia catanzarese, esempio classico è padre Piero Puglisi, quello che vuole fare morire per eutanasia la chiesa di Squillace Lido usando le ruspe, dove riedificare una nuova “cattedrale” simbolo di grandezza e di sperpero dei famosi 2 milioni di euro concessi dalla C.E.I, la Conferenza Episcopale Italiana. Di certo padre Piero Puglisi non è nato come un fungo spontaneo nel sottobosco degli affari della curia di Catanzaro a trazione Bertolone, è il CEO (Chief Executive Officer), l’amministratore delegato della Migranti S.p.A. quella che ufficialmente è una Onlus dell’arcivescovato catanzarese, la Città Solidale, dove una visita della Guardia di Finanza su input della Procura di Catanzaro, suggeriamo sarebbe un fatto di giustizia, non fosse altro che per tirare fuori dai cassetti le tante denunce, quelle che per intercessione divina risultano da anni scomparse dal radar. Si riuscirebbe così a capire a che titolo viene esercitata la “golden share” sulla gestione e l’uso monopolistico dei fondi della Caritas diocesana, dove altro fatto assolutamente illecito il presidente don Roberto Celia siede nel board di Città Solidale, una bilocazione funzionale fra la Caritas della diocesi ed il regno di padre Piero Puglisi.

«Francesco  va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina», ma l’esortazione ricevuta dal poverello di Assisi è come sempre, guardando alla curia di Catanzaro un’altra storia.

Il mattone è l’asset riconosciuto e non detto della curia catanzarese, è il punto di incontro fra preghiera e consorteria economico-finanziaria che regge il cerchio magico del vescovo Bertolone “piatto ricco mi ci ficco”, con il quale si manifesta l’apostolato terreno del potere “visibile” di una guida opaca che non mira a scuotere le coscienze, ma inverosimilmente a riscuotere. È la rilettura in versione matrioska del metodo denunciato da Report della Segreteria Vaticana e delle speculazioni londinesi: il cemento di Dio!

La fede logorata da abitudini terrene, quei massoni che sussurrano alle orecchie di Bertolone, “la malattia di sentirsi immortali” come ricorda Papa Francesco sono i punti di caduta della curia catanzarese, le crepe dell’inviolabilità degli affari e non solo morale, quelli che richiedono per il ripristino di una facciata spendibile una generosa dotazione di cemento o di calcestruzzo, nel Lego dei palazzinari: il miracolo è qui!

Il “sacco” di Catanzaro è una narrazione lunga almeno trent’anni, quella che ha sventrato e cementificato in modo selvaggio e secondo le convenienze della massomafia, un territorio in quello schema dove la politica e la massoneria fanno affari con le “ditte amiche” e dove il settore Urbanistica del comune capoluogo comandato dalla cosca Tallini è stato per anni il front-office delle mazzette e delle ruberie che la Dda di Nicola Gratteri ha svelato. In questo quadro non poteva mancare la “benedizione” della curia di Bertolone senza fermarsi alla posa della prima pietra come atto celebrativo, ma edificando sulla prima pietra, la seconda, la terza e via dicendo… Lucrare è il verbo preferito alle latitudini del palazzo arcivescovile, dove bisognerebbe cambiare il nome sul citofono, sostituendolo con Basso profilo, perché è da qui che si disvela e si comprende il modus operandi dei palazzinari con il pallio che lo abitano.

Nel marzo del 2019 l’Agenzia del Demanio ha bollato come eccessivo il prezzo dell’immobile “chiavi in mano” messo a disposizione da un imprenditore in collaborazione con la curia catanzarese. Sul piatto ballavano più di 11 milioni di euro, il prezzo chiesto all’interno di una selezione pubblica per dotare di una nuova sede definitiva il TAR Calabria, con l’acquisto dei locali di via Massara a Catanzaro (la vecchia sede della giunta regionale) di proprietà della curia catanzarese. All’interno del bando per la selezione pubblica si sono tenute in considerazione due ipotesi altrettanto valide e potenzialmente vincenti. La prima scelta del TAR e cioè una nuova sede attraverso l’acquisto di un immobile già esistente. E in subordine un canone annuo di locazione per più anni. Ma, se il progetto sponsorizzato dalla curia era risultato vincente per una sede completa e sostanzialmente rifatta da rivendere poi allo stesso TAR, un punto questo che gli altri concorrenti alla gara hanno ritenuto non del tutto chiarito fino in fondo, così come la centralità della nuova sede da rintracciare nel cuore di Catanzaro. Sfuma così il palazzo londinese di Bertolone nella città di Catanzaro, quello dove lo sterco è del diavolo e del ciuccio massone per un fatto che non è nemmeno marginale e che suscita altre perplessità sul bando stesso o su eventuali “collaborazioni e gratifiche” postume, perché il prezzo chiesto per la vendita è stato ritenuto eccessivo, addirittura il doppio di quello considerato razionale e di mercato.

Ci è stato narrato che al momento della possibile aggiudicazione, l’affare del TAR Calabria che celebrava la grandezza del pastore narrante di Catanzaro, l’entusiasmo nei corridoi della curia era alle stelle. I prelati stupidi del cerchio del vescovo correvano con la tonaca alzata in preda all’euforia del denaro gridando: “It’s done”. E’ fatto! La moltiplicazione blasfema dei pani e dei pesci.

Non abbiamo che cinque pani e due pesci! Ed Egli disse: Portatemeli qua. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”(Matteo 14,17-21). Per chi suona la campana?